Poco comprensibili le scelte del Taormina FilmFest

Il 13 giugno ha preso il via, al teatro antico di Taormina, la cinquantacinquesima edizione di quella che un tempo era nata come Rassegna internazionale cinematografica di Messina e Taormina. L'edizione 2009 di uno dei più antichi Festival cinematografici italiani evidenzia una novità per la verità poco comprensibile: sarebbe nato il "Taormina FilmFest in Sicilia". Ma in 55 anni dove si è svolta, tra luci e ombre, la prestigiosa manifestazione?

Con quale criterio sono state scelte le località (Palermo, Siracusa e Palma di Montechiaro) per delle serate cinematografiche dedicate alla commedia americana, ad un "generico" cinema brasiliano e alle "donne forti"?

In Sicilia vi sono iniziative culturali di eccellenza (per la verità non molte) e cito fra le altre le rappresentazioni classiche al teatro greco di Siracusa.

La scelta di proiettare dei film (perché di questo si tratta) in altre parti della Sicilia non ci sembra faccia parte di un serio progetto culturale ma forse di un omaggio reverenziale ai politici siciliani di turno. In Sicilia imperversano in questo momento insignificanza politica e culturale. Basterebbe citare l'affossamento delle associazioni musicali storiche siciliane da parte dell'ex assessore ai beni culturali oggi indagato.

A Messina, città in cui 55 anni fa è nata la prestigiosa rassegna cinematogratica, l'iniziativa è stata letteralmente scippata.

Ma di questo annoso problema riparleremo in sede di consuntivo critico del Festival.

E non è sufficiente affermare, come fa il quotidiano messinese, che "spiace soltanto che non ci sia Messina, dove la rassegna nacque, nell'agosto del 1955 e dove nei primi anni si è interamente svolta". Sarebbe invece giusto comprenderne i motivi, denunciarne a chiare lettere le responsabilità politiche e culturali e battersi per il ritorno a Messina del Festival cinematografico "scippato".

Dopo la non entusiasmante gestione di Laudadio, il Festival, con la direzione artistica di Deborah Young, ha preso da due anni una direzione che potrebbe avere grandi potenzialità. E la via è certamente quella mediterranea come sosteniamo da anni. Le due precedenti edizioni hanno visto come ospiti speciali l'Egitto e la Turchia e quest'anno vi è la Francia. I festival degni di questo nome servono a far conoscere il grande cinema, anche del passato, e il nuovo cinema. Nella Rassegna messinese delle origini e nelle premiazioni a Taormina vi era certamente il grande cinema del tempo.

Ed allora mi chiedo che senso abbia parlare di "grande cinema al teatro greco" iniziando il Festival con la modestissima commedia americana "The proposal" (Ricatto d'amore) di Anne Fletcher, annunciata dalla stampa locale con l'aspettativa di vedere una Sandra Bullock "senza veli".

Forse sarebbe stato meglio presentare al teatro antico i film in concorso fra i quali potrebbe essere scoperto il grande cinema. Non ci hanno entusiasmato, sia pure nella fase iniziale del Festival, l'impegnato ma cinematograficamente modesto "The eye of the storm” del brasiliano Eduardo Valente in concorso per la sezione "oltre il mediterraneo" e il film italiano in concorso "Giallo"(2009) di Antonio Capuano. Non si tratta, a nostro avviso, di uno dei migliori film del regista napoletano anche se non vanno sottovalutate la bella interpretazione del solitario protagonista Carlo Cantore e la fotografia di Luca Bigazzi. Poco attento alla verità storica della Rassegna di Messina e Taormina ci è sembrato il documentario del giornalista e regista Antonello Sarno. Quasi un film turistico che, ad esempio, ignora completamente uno dei periodi più vivaci e culturalmente e cinematograficamente importanti del Festival taorminese che è stato quello caratterizzato dalla gestione artistica di Ghezzi. Nel documentario ci è sembrata del tutto fuori luogo la "sviolinata" a Guarnaschelli e al suo casinò. Un casinò non ha niente a che fare con la cultura né con il turismo pulito che tutti vogliamo.

Ci riserviamo a conclusione del Festival di entrare all'interno delle opere cinematografiche in programma attraverso una nostra riflessione critica.

Citto Saija