Chi semina vento raccoglie tempesta

di Alfio Mastropaolo (Scienza Politica all’Università di Torino)

Ci si consola dicendo che non è andata così male. Ma è magra consolazione, di quelle che soddisfano gli sciocchi. In Europa alle sinistre è andata malissimo e in Italia si è solo evitato il collasso finale. I risultati delle amministrative sono comunque stati pessimi. Due sembrano essere i tratti essenziali di una consultazione che non ha eccitato gli elettori, né di destra, né di sinistra, ma che pur tuttavia produrrà effetti di non poco rilievo: il parlamento europeo è un’istituzione che conta, poco, ma conta. Il primo è la radicalizzazione a destra di alcuni segmenti importanti dei ceti medi. Il secondo è la dispersione della sinistra...

Il secondo tratto della consultazione europea è la dispersione e frantumazione delle sinistre. Che a volte raggiunge inaspettati vertici di virtuosismo. Prendiamo la Francia: Cohn-Bendit e gli ecologisti tendono a sottrarsi al dilemma sinistra/destra. Ma se sommiamo le frattaglie della sinistra e ci mettiamo anche loro, superano la metà dei suffragi. In Germania la somma di SPD, Linke e Verdi resta consistente. Perfino in Italia i partiti della defunta Unione hanno fatto qualche passo avanti. Il Pd ha perso i voti che Veltroni aveva conquistato con il ricatto del voto utile: stavolta il ricatto non ha funzionato. Di Pietro è andato avanti e anche le due schegge della sinistra (estrema? popolare? alternativa?) hanno ottenuto un discreto risultato: se non fossero avvitate nelle loro infime dispute personali, sarebbero entrate al parlamento europeo.

Naturalmente, messa in questi termini la soluzione parrebbe a portata di mano. Restiamo in Italia: che le varie anime, le varie sensibilità, ma soprattutto i vari capricci personalistici della sinistra la piantino e trovino modo di convergere. Se non che, il buon senso è troppo banale per essere applicato. I rapporti tra i partiti dell’ex-Unione sono avvelenati e quel che è più grave è che l’avvelenamento dei rapporti tra tante schegge si riflette sugli elettori. C’è qualche elettore della sinistra radicale più propenso ormai a sopportare il giogo berlusconiano che a mettersi insieme con l’odiato centrosinistra. E soprattutto accade l’incontrario. A ragionare così, l’avvenire è gramo.

Ma andiamo avanti. La sinistra è divisa, frantumata, dispersa. Ma resta soprattutto incapace di mobilitare adeguatamente i suoi elettori. E’ colpita dall’astensione più della destra. Franceschini ha fatto qualcosa per rianimare l’elettorato del Pd, sottraendolo alla depressione in cui l’aveva precipitato il melenso buonismo veltroniano. Però: da un lato ci sono i nostalgici del buonismo melenso (e magari inclini, specie nel ceto politico, a una manovra di spaccatura dell’avversario o a un accordo con la sua quinta colonna, che è l’Udc); dall’altra non basta alzare i toni per mobilitare gli elettori. La denuncia ossessiva delle intemperanze galanti di un attempato tombeur che non si arrende al trascorrere degli anni non è detto che aiuti.

Berlusconi è quel che sappiamo. Forse perfino peggio. Ma ripeterlo non serve a molto. Qualche elettore di destra non sarà andato a votare perché la competizione non contava molto e perché ne aveva abbastanza. Ma nessun elettore di destra, o quasi, ha deciso che a Berlusconi preferiva il centrosinistra. Gli elettori dell’ex-Unione non hanno una grande opinione di Berlusconi. Ma non basta la pubblica esecrazione delle sue malefatte per indurli a votare. Vorrebbero sentire parlare di lavoro, di scuola, di ambiente, di più equa ripartizione del carico fiscale. La dubbia galanteria del signor B. non è movente sufficiente a sostenere una leadership che litiga tantissimo, palesemente indebolendosi, e che poco dice e ancor meno propone. Quando lo fa – su scuola, università, pubblica amministrazione, per esempio – sarebbe meglio tacesse.

Checché ne dica la retorica politologica di marca schumpeteriana, gli elettori non sono decisori razionali: non sono clienti che vanno al supermercato, che razionalmente e consapevolmente scelgono il detersivo più promettente. Non che siano irrazionali, ma somigliano piuttosto agli adepti di una grande confessione religiosa (non necessariamente irrazionali), che vivono sì la loro fede in maniere molto diverse, perfino individualizzate, ma la cui fede ha comunque bisogno di un’intensa opera di manutenzione. Specie sotto questo profilo, la religiosità (anzi le varie religiosità) degli elettori di sinistra sono ben diverse da quelle degli elettori di destra. Se questi ultimi – semplifichiamo – si contentano della religiosità popolare veicolata dai media (magari polarizzata attorno al profeta di turno), quelli di (centro)sinistra non sappiamo se siano più informati e politicamente più istruiti di quelli di destra, ma sono di sicuro più esigenti. O comunque hanno esigenze diverse. Non si contentano, dovremmo saperlo, di qualche azzeccata sortita mediatica. Né hanno la frenesia della leadership, che invece brucia alcuni intellettuali di riferimento dei partiti che pretendono di rappresentarli. Hanno anche, poverini, qualche esigenza in fatto di candidati, di offerta politica, ma anche di coinvolgimento. Tendenzialmente sono più attivi dei loro corrispettivi di destra e vorrebbero esser trattati da cittadini responsabili.

E quindi, gran parte di essi avrebbe bisogno di un’accurata e capillare manutenzione, di essere accompagnata da strutture di partito, macchine associative, istituzioni culturali, liturgie collettive di qualche genere, ecc. Cose che la sinistra ha da tempo dismesse. Mentre, paradossalmente, le ha recuperate la destra, che sostiene il profetismo al fondotinta del suo capo e la sua religiosità “popolare” o con l’attivismo leghista, oppure, nel Mezzogiorno, con robustissime reti personali, ereditate pari pari dalla tradizione democristiana e socialista.

Insomma, la sinistra sul territorio non c’è – salvo che tramite il sindacato, che essa stesso ha però largamente delegittimato – quantunque possa permetterselo meno della destra. A questo la sinistra aggiunge la nebulosità dei suoi discorsi programmatici. Tra i due estremi della sua offerta – la conferma dell’identità comunista della sinistra radicale e la condiscendenza un po’ servile verso gli imprenditori di quella riformista – c’è solo un confuso groviglio di idee ardue da capire per i suoi elettori. C’è una crisi economica drammatica, sono in gioco milioni di posti di lavoro, il governo aggredisce gli operai e pure i pubblici dipendenti, mentre se ne infischia dei precari. Bene: chi si è schierato senza esitazioni in difesa di questi ceti? La sinistra radicale ricorda stancamente il suo anticapitalismo. Il centrosinistra oppone a Brunetta Pietro Ichino, che in maniera più civile dice all’incirca le stesse cose. Quando non è Giavazzi, che è ancora più oltranzista. Non per consolarci, ma succede dappertutto in Europa: la sinistra non mostra apprezzabili capacità di reazione...

In conclusione: chi semina vento raccoglie tempesta. La sinistra (e il centrosinistra) di vento ne ha seminato a piene mani. Nel vento c’è da metterci pure la follia maggioritaria. Si è voluto imbragare un paese complesso come l’Italia con la camicia di forza del maggioritario. Che scoraggia ogni tentativo di ravvicinamento tra gli schieramenti politici – anche solo di civile interlocuzione – e ne accentua, viceversa, i contrasti. Figlio di un modesto disegno di potere concepito da chi con le vecchie regole del gioco non riusciva a vincere le elezioni, il maggioritario ha portato alla luce gli umori più mefitici del moderatismo italiano e oggi qualcuno ne paga il salatissimo conto: non gli imprenditori, non i professionisti e i padroncini, di sicuro non il ceto politico (anche di sinistra). Bensì qualcun altro, che, guarda caso, elettoralmente si orienta spesso a sinistra. Ove si riuscisse a ricostituire un qualche cantiere politico dalle parti del centrosinistra, ripensare la perversa cultura maggioritaria sarebbe forse la prima mossa. Magari in pari tempo ragionando non già di alleanze, ma di quali temi stiano davvero a cuore agli elettori.