INTERVISTA AL BATTERISTA MESSINESE FILIPPO BONACCORSO

DI ALFREDO GIUSEPPE RESTUCCIA
· Come ti sei avvicinato al jazz, che ormai da molti anni è l’oggetto principale dei tuoi interessi musicali?

Quando ho cominciato a suonare la batteria dentro gruppi rock-pop-blues avevo circa 15 anni ed era il 1970. Già da allora ero attratto soprattutto da alcune componenti di quello stile, la cui influenza è ancora presente nella mia musica attuale. Quei lunghi assoli mi attraevano fatalmente verso un più ampio concetto di libertà di espressione. Al jazz mi sono convertito definitivamente nel ’90, con la guida, in particolare, del pianista Giovanni Renzo. L’esigenza era di portare sempre più il mio suono verso maggiori possibilità di apertura, dare spazio alla composizione dalle idee all’atto dell’esecuzione e quindi anche sotto l’influenza, in tempo reale, di ciò che avviene per opera degli altri musicisti. E poi c’è questo linguaggio “afro-europeo” del jazz, che è per me lo strumento più potente per ricercare e trovare sempre nuovi stimoli creativi e per comunicarli nella forma migliore.

· Qual è stato il tuo percorso di studi?

Ho iniziato da autodidatta con pianoforte e batteria e, successivamente, ho studiato e approfondito tecnica, coordinamento, interdipendenza, divisioni polimetriche e espressione musicale con vari maestri, quali Agostino Marangolo e Giuseppe Urso.
In senso musicale più ampio, ho partecipato a un certo numero di “clinics”, seminari e corsi estivi (Roccella Jonica, Berklee Perugia, Siena Jazz, Nuoro, Avigliana). Nel 1997-1998 ho fatto parte del laboratorio della “Messina Jazz Orchestra”, diretto da Giovanni Renzo e, nel 2000-2001, del Jazz Workshop di Messina, diretto da Salvatore Bonafede. In questo ambito ho partecipato alle giornate di studio sulla musica di Kenny Wheeler, conclusesi con la direzione di quest’ultimo.
Il mio è un percorso formativo “sottosopra”, come amo definirlo, ovvero basato molto sulla pratica strumentale e di gruppo nella fase iniziale e arricchito di esperienze didattiche sempre maggiori in seguito. In un certo senso ho imparato a violare le regole prima di averle imparate!
Attualmente sto studiando esclusivamente teoria e solfeggio, ho ripreso il pianoforte e mi dedico saltuariamente alla composizione. Ho la sensazione che tutto ciò favorisca la musicalità anche quando suono la batteria.

· In quali progetti musicali sei attualmente coinvolto?

Allo stato attuale, principalmente il “Controtrìo”, un progetto che amo molto, espresso da un trio atipico e stimolante, con Luciano Troja al pianoforte, Giancarlo Mazzù alla chitarra e il sottoscritto alla batteria, che si propone un certo tipo di rilettura delle strutture di standard, blues ed altre composizioni, nonché ricerca, sperimentazione e interscambio dei ruoli tra i musicisti.
E poi c’è il “Pannonica Workshop”, ormai strutturato in un progetto a tutti gli effetti, che attualmente mi impegna e mi coinvolge molto.

· Guardando alla tua esperienza didattica, a livello sia di corsi individuali di strumento che di workshop collettivi, fino a che punto pensi che il linguaggio del jazz e l’improvvisazione possano essere insegnati?

Nei corsi individuali di batteria cerco di mediare gli elementi che possano mettere il musicista in condizione di avere un proprio suono e un proprio stile in funzione delle scelte che vorrà fare, ma utilizzo molto il linguaggio del jazz perché è una fucina di spunti ritmici e melodici che quasi costringe a crescere tecnicamente e musicalmente. La mia concezione melodico-ritmica della batteria, il mio suono e il mio linguaggio jazz vengono comunque inevitabilmente trasferiti. Alla fine penso che, nello studio individuale, il jazz può essere utilizzato efficacemente come “vettore”, ancor più che come “oggetto” dell’insegnamento.
Invece, in ambito di laboratori collettivi, il jazz diventa l’oggetto, la materia stessa dell’insegnamento, perché in quel caso si mettono in moto le interazioni tra i musicisti, la capacità di ascolto, il (poli)ritmo, l’articolazione, l’improvvisazione. Qui potrei dire che il jazz, ancor più che insegnato, diventa provocato, catalizzato. Ovviamente la curiosità individuale del singolo musicista, il suo background tecnico e intellettuale, l’ascolto abituale di musica jazz in senso non riduttivo, la sensibilità alla fruizione di tale linguaggio sono doti che non si possono insegnare e sono fondamentali affinché ogni scambio, insegnamento o provocazione cada come un seme su terreno fertile.

· Quando sono nati e con quali obiettivi i laboratori del Centro Musicale Pannonica?

Sono nati intorno al 2004, con la partecipazione di un ristretto gruppo di musicisti che avevano manifestato l’intenzione di crescere nella pratica jazz e aumentare l’educazione all’improvvisazione in tale ambito.
Un paio d’anni dopo, in stretta collaborazione col pianista Luciano Troja, che peraltro, come è noto, condivide con me la gestione del Pannonica, i laboratori sono diventati maggiormente strutturati, con incontri settimanali e con un maggiore numero di elementi sempre più interessati a tale esperienza.
La pratica si basa, in una fase iniziale, sui cosiddetti “standard”, patrimonio di ogni musicista jazz, aumentando nel contempo la familiarità con la forma, la struttura, le sezioni di esposizione del tema melodico, i “chorus” di improvvisazione. Quando questo diventa maggiormente solido si approfondisce il linguaggio ritmico, il senso dello swing, l’articolazione, l’improvvisazione “tonale” e si fa qualche timido ingresso in ambiti “modali”. Al Pannonica abbiamo cominciato a lavorare anche su strutture complesse, pur non abbandonando le forme “song” e “blues”. Ho anche proposto composizioni originali, ma anche arrangiamenti che abbiamo scritto Luciano ed io ad hoc per il laboratorio, con modifiche ritmiche o con trasposizioni armoniche, sulla base di alcuni degli stessi standard possibilmente già studiati ed eseguiti in forma “canonica”.
I laboratori prevedono anche sessioni di ascolto guidato di brani significativi e informazioni storiche sulle condizioni in cui socialmente certe forme musicali si sono sviluppate.

· Qual è l’estrazione musicale dei partecipanti ai laboratori?

I musicisti che partecipano ai laboratori costituiscono un bellissimo gruppo eterogeneo e di differente estrazione musicale, accomunato da una forte volontà di aumentare il proprio bagaglio di esperienza nel jazz, attraverso l’opportunità di praticare in contesti condivisi e guidati. La differente estrazione formativa è sempre stata uno stimolo per tutti, per me e Luciano innanzitutto, che abbiamo visto in ciò una sorta di scommessa e impegno responsabile. Nel gruppo vi sono musicisti di estrazione “classica”, con una formazione invidiabile dal punto di vista teorico e di musica “scritta”. Vi sono musicisti che hanno acquisito molta pratica ed esperienza in ambiti e stili rock, commerciale, popolare. Come pure musicisti che iniziano per la prima volta un’esperienza di musica di insieme con, al loro attivo, un certo livello di formazione individuale sul singolo strumento.

· Esiste un iter formativo attraverso il quale ritieni che un musicista possa assimilare gradualmente le tecniche indispensabili per suonare il jazz?

Sicuramente esiste un percorso logico. Non so se esista in assoluto, perché mi sono accorto, attraverso le esperienze didattiche ricevute, che c’è una certa soggettività nei metodi, nel singolo musicista didatta come nelle scuole (es. Berklee).
Il musicista dovrebbe il più possibile sottoporsi a una sorta di miscela tra studio e tecnica individuale sullo strumento, pratica in combo o formazioni orchestrali e corsi, seminari, clinics, etc. Facile a dirsi! Queste componenti che ho citato dovrebbero essere gestite quasi in contemporaneità, con l’eccezione della tecnica individuale che in una prima fase (rudimenti) può essere vantaggioso che venga prima delle altre due (pratica e seminari). Far passare troppo tempo a studiare in solitario prima di mettersi in gioco con altri è più dannoso del viceversa: ad aspettare di essere “pronti” si rischia di chiudersi su se stessi e non mettersi in condizione di esercitare la dote dell’ascolto attivo.

· Quali strumenti suonano i musicisti che partecipano ai laboratori e in che misura ciò influisce sul piano didattico?

Attualmente esiste un gruppo base, più costante nelle frequentazioni, composto da due bassisti, un batterista, una pianista, due cantanti, un sassofonista tenore e un chitarrista. A questo gruppo si aggrega più saltuariamente, in funzione del proprio interesse e della propria disponibilità, un numero variabile di musicisti quali uno o due sassofonisti contralto, un batterista, una pianista, una cantante, un chitarrista.
La risposta che via via riceviamo dai musicisti ci porta, utilmente, a gestire la materia di studio in forma progressiva e flessibile. Nel laboratorio si percepisce l’esigenza di ogni componente cercando di perfezionare la strada da percorrere in maniera comune, pur nella diversità e nel rispetto di ciascuno.
Le difficoltà che tutti insieme incontriamo cerchiamo di trasformarle in stimoli collettivi e individuali. Cerchiamo di trasformare le necessità in opportunità. Ad esempio il numero variabile e la coesistenza di un organico di musicisti non sempre con l’assortimento “ideale” non vogliamo che diventi un limite, ma uno stimolo a cercare nuove soluzioni sonore, nelle “carenze” come pure nelle “ridondanze” di certi strumenti.

· Esiste un concetto rigoroso di “regola” nella musica afroamericana?

In questa musica coesistono “regole” e relative “trasgressioni”, tradizione e innovazione, brani a forte componente “scritta” come pure ad elevata improvvisazione. Le regole sono molto rigorose, ma meno esplicite, non tendono cioè a dare certezze, ma a dare riferimenti. Nella tradizione e nel “mainstream” esistono regole ritmiche e armoniche da rispettare e l’improvvisazione si muove con relativa libertà melodica sulle linee strutturali e armoniche di riferimento dello standard o della composizione che si esegue. Nella sperimentazione più radicale, chi ha un elevato grado di coscienza, da musicista come da ascoltatore, percepisce bene che laddove sembra non esserci un ritmo, un chorus armonico da seguire, una linea di improvvisazione tonale chiara, ci sono e ci devono essere pur sempre riferimenti dinamici, legami strutturali che si dilatano o si restringono, scale modali rilette con sempre maggiore libertà, colore, silenzio. Insomma se non un concetto chiuso di “regola”, sicuramente un concetto rigoroso di coscienza, di idea e di obbiettivi. La definizione migliore di “musica” resta sempre per me quella di “suoni organizzati” e il jazz non ne è esente.

· I laboratori sono da te coordinati in stretta collaborazione con il pianista Luciano Troja: come vi coordinate a livello di programmazione didattica?

Con Luciano riusciamo a adottare un livello di programmazione “in tempo reale”, che affiniamo talvolta commentando l’andamento dei laboratori. Il coordinamento tra di noi è sempre stato facile perché, in maniera assolutamente naturale e spontanea, ciascuno conduce il gruppo secondo un’idea, un tema da sviluppare, un arrangiamento o una composizione da “vivisezionare” che, preventivamente, ciascuno avrà ideato o sviluppato. Ci sono fasi in cui siamo assolutamente complementari, perché ciascuno di noi si trova, in maniera naturale, a dare il proprio contributo in base alla propria idea, sui punti di forza delle proprie competenze e delle rispettive esperienze musicali maturate.
Così, ad esempio, è abbastanza tipico che io dia il mio contributo al gruppo principalmente su aspetti ritmici, di struttura, di dinamiche di assieme, mentre Luciano sugli aspetti armonici, melodici, tonali e modali dell’improvvisazione e tanto altro.
Ma, alla fine, il vero leader è il gruppo, che con le domande, col suono, con le idee e stimoli che continuamente propone, fa girare verso direzioni privilegiate tutta quella che sarà la “materia” del nostro laboratorio

· Progetti per l’immediato futuro?

Questo gruppo di musicisti è un continuo stimolo per me e per Luciano, ma anche per il gruppo stesso. L’educazione all’ascolto, il rispetto e l’influenza reciproca, la sorpresa che ciascuno può regalare all’altro, l’attitudine all’uso di certe forme di linguaggio, la creatività cosciente, sono tutte componenti che ritroviamo spesso presenti, in forma latente, fino al momento in cui si sono potute esprimere. Il nostro miglior progetto non può che essere quello di continuare, organizzare sempre più questo “habitat” musicale, studiare sempre migliori forme per dare spazio all’espressione e all’ idea di tutti, nel nome del jazz e della musica creativa.
E poi lo faremo pure sentire questo suono del Pannonica Workshop!