Partito del Sud? L’ennesimo inganno

di Arturo Scotto

Sembra che il Mezzogiorno sia tornato ad essere il centro di una nuova sperimentazione politica. Alleanze, partiti, leadership intendono misurarsi su questo terreno e da qui trarre forza e consenso. Partito del sud? Accomodiamoci e discutiamone, dicono indistintamente Lombardo e Loiero, Bassolino e Miccichè. Una riflessione nella sinistra non si è ancora aperta, al contrario appare un tabù su cui è difficile aprire un confronto e sviluppare un posizione politica. La mia idea è che ci troviamo dinnanzi all’ennesima esercitazione politologica che nasconde una furibonda lotta per il potere che si sta aprendo nella destra italiana e che rischia di sfiorare pezzi importanti del centrosinistra in cerca di rilegittimazione politica dopo una fase di difficoltà e un lungo ciclo di insuccessi.

Possono rappresentare l’alternativa di governo nel Mezzogiorno coloro che – a torto o a ragione – vengono percepiti come l’emblema della cattiva gestione amministrativa e di un potere clientelare radicato e apparentemente inscalfibile. Non voglio semplificare: le luci e le ombre sono tante nelle esperienze di governo che hanno attraversato il mezzogiorno in questo ultimo quindicennio. E i ritardi non sono esclusivamente attribuibili a chi ha detenuto il bastone del comando.

La questione meridionale è stato il nodo del confronto delle classi dirigenti di tutta la Prima Repubblica. Meridionalisti erano tutti i grandi partiti della resistenza e, dentro questo quadro politico, ciascuno aveva una propria ricetta che non era un puro e semplice capitolo di un programma elettorale. Era un punto di vista, uno sguardo sul futuro del paese, un’ambizione di progresso e di cambiamento. Il Mezzogiorno era il luogo di sperimentazione di nuove politiche economiche, nel bene e nel male. Diciamocela tutta: dentro tangentopoli c’è anche il fallimento di quella classe dirigente nel colmare il ritardo storico tra nord ed aree sottosviluppate. Da allora sono nate altre questioni: La Lega ha imposto, prima ancora che una cultura, bisogni artificiali, talvolta inesistenti. Il federalismo è diventato il caravanserraglio per distruggere il patto costituzionale, per imporre un falso ammodernamento del paese  accelerando processi di scomposizione economica e geografica. L’Italia, così, si è fatta più stretta e più lunga. Il Mezzogiorno ha percepito meno risorse ed ha avuto strumenti insufficienti per dimostrarlo. Mentre perdeva forza e centralità nella vicenda politica del paese, veniva concepito come una zavorra ed una macchina mangiasoldi. Il paradosso dell’Italia oggi è questo: non possiamo rivendicarlo perché la nostra voce è flebile e i rappresentanti di questa battaglia un po’ ammaccati, ad essere generosi.

L’esigenza di un partito del sud, in questo quadro, può apparire addirittura un’ipotesi suggestiva. Una forma di autodifesa che cerca di canalizzare orgoglio, rabbia, malessere. Tuttavia, tali sentimenti o hanno uno sbocco politico nazionale oppure sono semplicemente sussulti corporativi e micro territoriali. L’autonomismo, eccetto che in Sicilia (con attori extranazionali o extraistituzionali che lo alimentavano), ha avuto una strada sempre poco felice nella storia del Mezzogiorno. A maggiore ragione, oggi apparirebbe una forzatura fuori tempo massimo, senza basi teoriche e senza massa critica. Come fa a nascere una nuova forza politica, una nuova alleanza per il sud al netto delle lotte, del deserto produttivo, della frammentazione sociale  che caratterizzano questo pezzo di terraferma adagiata sul mediterraneo? Dove sono le forze intellettuali, economiche, associative a supporto di questo progetto? Il pezzo più dinamico ed innovativo di questo Mezzogiorno sembra poter fare a meno della politica e del territorio: va altrove e da lì determina la propria capacità innovativa e sperimentale. Il cuore di un nuovo pensiero meridionalista deve avere, infatti, questo assillo: riattrarre quel pezzo di società meridionale che non accetta più l’intermediazione clientelare o, peggio ancora criminale, e chiede nuovi strumenti di emancipazione sociale, valorizzazione del merito e delle competenze, liberazione e ristrutturazione in chiave ambientale di un territorio stuprato dalla speculazione e dai rifiuti. Può questa società dinamica meridionale delegare la propria rappresentanza al nuovo partito della spesa pubblica europea, preoccupato dal fatto che con il 2013 – anno dell’uscita dall’obiettivo 1 delle regioni meridionali – i rubinetti si chiudono e la propria capacità di transazione economica si esaurisce?

Per questo sinistra e libertà deve dotarsi di un proprio punto di vista meridionalista. Ora, non tra quattro anni. Ora, non a ridosso delle elezioni regionali, quando il tema avranno le alleanze e non le politiche per il mezzogiorno. Il 18 a Napoli cominceremo a discuterne, speriamo in tanti e con le idee chiare.