GLI ADDETTI STAMPA NELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI. E’ SEMPRE LA SOLITA ITALICA VERGOGNA. MESSINA DOCET

La legge 150 del 7 giugno 2000, sulle attività di comunicazione negli enti pubblici, è una normativa che finora è stata pressochè ignorata dalla pubblica amministrazione e che, se applicata, potrebbe assorbire gran parte dei giornalisti disoccupati non solo in Sicilia. La legge, nella sua articolata applicazione secondo la “Direttiva Frattini” (Dpr 422 del 21 Settembre 2001) indica alle pubbliche amministrazioni anche i mezzi per attivare l’area della comunicazione. Infatti è obbligo delle pubbliche amministrazioni costituire nel bilancio di previsione un capitolo di spesa a cui imputare il 2 per mille delle risorse destinate agli investimenti, capitolo in cui far affluire tutte le voci di spesa che riguardano la comunicazione nel suo complesso con particolare riguardo alla pubblicità istituzionale, alle pubblicazioni, ai convegni, seminari, incontri di studio e di aggiornamento. Da tenere in considerazione vi è anche la possibilità del ricorso ai finanziamenti europei per quanto riguarda i progetti di comunicazione pubblica. E’ una possibilità che privilegia quelle amministrazioni pubbliche che si adeguano alla legge 150. Non a caso nell’ambito del progetto europeo “Life Plus” uno speciale capitolo riguarda gli investimenti nella comunicazione che è un settore di primario sviluppo ed altamente incentivato dall’Unione europea. L’applicazione della vigente normativa della 150 ha evidenziato la necessità di un censimento delle amministrazioni pubbliche soggette agli obblighi della legge sulla comunicazione istituzionale. Nella nostra provincia tutto cio' è disatteso. A lavorare negli uffici stampa dei vari enti pubblici e aziende municipalizzate sono, more solito, sempre i soliti giornalisti. Non è certamente “etico” lavorare con un contratto in un quotidiano e poi accumulare due o più incarichi di addetto stampa all'Ente Fiera, all'Azienda Acquedotto Messinese etc. La stragrande maggioranza dei giornalisti messinesi è sottopagata, un articolo infatti è pagato dai vari editori, in media, dai tre ai sei euro, mentre alcuni privilegiati accumulano tra stipendi e contratti vari, retribuzioni che, a volte, superano i 50mila euro annui.La domanda che si pone un giornalista professionista è: per lavorare bisogna essere o appartenere, o meglio ingraziarsi questo o quel politico detentore del potere? L'Ordine dei giornalisti da molti interessato che fa? L'Associazione della stampa che dovrebbe tutelare il lavoratore – giornalista che aspetta a chiedere il rispetto di regole e leggi? Siamo contro la tradizione del servo encomio e del codardo coraggio, unito anche ad una divertente supponenza.

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