No al ponte. Si allo sviluppo

Pensiamo che invece di costruire il ponte bisogna avere il coraggio di curare il proprio territorio ed investire in uno sviluppo ecocompatibile dell’area dello stretto che guardi a noi ed alle generazioni future.

L’ultimo governo Prodi non è riuscito a scongiurare definitivamente la minaccia del colossale e inutile manufatto che incombe sullo stretto e le sue popolazioni. Di questo porta enormi e oggettive responsabilità l’allora ministro delle infrastrutture, quel Di Pietro che oggi gioca a fare l’ambientalista…

L’attuale governo di destra ha fatto del Ponte il suo cavallo di battaglia: così, dopo avere dirottato i fondi destinati al sud a colmare i vuoti finanziari causati dall’abolizione dell’ICI per le case dei ricchi (più numerosi al nord), dopo aver rapinato Messina e provincia dei soldi destinati alle infrastrutture utili, fra cui quelli per la manutenzione delle strade provinciali, dopo aver tagliato drasticamente i finanziamenti per il traffico ferroviario ed avere escluso Messina da qualsiasi fondo per il lavoro, per estrema beffa i soli soldi che prevede sono per un’opera mastodontica che ben poco ossigeno porterà al mondo del lavoro locale, e solo in un lasso di tempo molto lungo. Invece di molti interventi di rapida messa in circolazione di denaro, diffusi sul territorio e compatibili con l’ambiente, un solo intervento massiccio, che andrà a regime in circa un ventennio, a beneficio di poche grandi imprese e dei subappalti della mafia, devastante per il sistema territoriale e la sua economia.

I costi del Ponte, già abbondantemente sottostimati, sono destinati ad aumentare enormemente nel corso del tempo, e ricadranno comunque tutti sulla collettività in quanto, come già accaduto per l’alta velocità, i privati investiranno pochissimo, e quel poco dovrà essere garantito dallo Stato che ripianerà eventuali perdite… così siam bravi tutti!

Per conquistare la benevolenza delle amministrazioni coinvolte, il Ponte diventa mangiatoia clientelare per politici ed amministratori locali. Dopo le centinaia di miliardi di lire spesi dallo Stato attraverso la società “Stretto di Messina” per una progettazione spesso lacunosa e che nessun ritorno positivo ha avuto per la collettività, oggi questa stessa società, la Provincia e il Comune di Messina, finanziano (coi nostri soldi) un nuovo “centro studi” con il compito di svolgere ricerche su come stravolgere la viabilità cittadina in funzione della Grande Opera, col risultato di spendere la modica cifra di 150 milioni di euro solo per questi studi. E mentre volano le carte ed i soldi passano da un “amico” all’altro, la criminalità organizzata si sfrega le mani pregustando i lucrosi affari che certamente riuscirà a gestire.

Il Governo di destra, che governa a livello nazionale, regionale e locale nelle maggiori città siciliane, fingendo ogni tanto di farsi opposizione da solo o litigando davvero per basse questioni quali la gestione di risorse economiche a fini clientelari e l’occupazione dei centri di potere, maschera la propria incapacità progettuale, addebitando il mancato sviluppo dell’Isola alla mancata realizzazione dell’inutile e dannosa cattedrale nel deserto.

La città e la provincia di Messina, l’area dello stretto, la Sicilia e l’intero meridione, soffrono per la destrutturazione continua che il territorio  sta subendo a causa della politica economica liberista prima e neo colonialista adesso dei diversi governi Berlusconi, rispetto ai quali il centro sinistra non ha saputo rappresentare un’alternativa reale e credibile: soffre tutto il settore industriale, dal tessile all’alimentare alla cantieristica; RFI si disimpegna dallo stretto e taglia le corse dei treni e dei traghetti, con drammatiche ricadute occupazionali calcolate  in una perdita di circa 3000 posti e di conseguenti disservizi per i cittadini; perfino il pubblico impiego è in sofferenza, specialmente la Scuola dove la dissennata controriforma Gelmini taglia decine di migliaia di posti di lavoro e preclude “agli sporchi meridionali” la possibilità di competere per le cattedre del centro-nord, obbedendo agli ordini della Lega;   il commercio ovviamente precipita risentendo della catastrofe economica che il sud sta subendo nella crisi.

In questo quadro drammatico il governo sa dire solo di non preoccuparsi, godersi la vita come il suo premier, fare annunci roboanti ai quali quasi mai seguono fatti congruenti, sperperare i (pochi) soldi disponibili in opere inutili e dannose come il Ponte.

In questo scenario drammatico la sinistra paga l’esclusione dal Parlamento ma ancor più la frammentazione che l’indebolisce. Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani hanno avviato la prima fase per la costituzione anche a Messina della Federazione della Sinistra d’alternativa per dare più forza alla voce di quanti vogliono lottare per un diverso sviluppo della nostra terra, ed estendono l’invito a contribuire al progetto ad associazioni, sindacati, rappresentanze politiche, singole individualità che si riconoscono  nell’anticapitalismo.

Pensiamo che vada contrastata l’idea di sviluppo e di meridione che questo governo ha e che trova nel ponte la sua più alta valenza simbolica, ma non basta: bisogna invertire la rotta.

Bisogna lottare per un’idea di sviluppo che passi innanzi tutto per una grande opera di manutenzione e potenziamento delle infrastrutture esistenti, secondo le reali esigenze di vita ed economiche delle popolazioni locali, a cominciare dall’attraversamento dello stretto per i pendolari e per i treni a lunga percorrenza, ma pensiamo anche allo stato pietoso della rete ferroviaria, autostradale e delle strade interne dell’intera Sicilia, alle autostrade del mare che non decollano, ecc.;  occorre poi procedere al sistematico recupero dei tanti disastri ambientali, a cominciare dal dissesto idrogeologico che anche in città e provincia continua a provocare movimenti franosi rispetto ai quali le amministrazioni (in)competenti restano di fatto inerti; alla messa in  sicurezza dal rischio sismico con un gigantesco piano di recupero del patrimonio urbanistico; ma accanto a questi temi ambientali bisogna rilanciare la capacità produttiva della regione, investendo sia sulla modernizzazione dei settori tradizionali (cantieristica, agro alimentare, tessile) sia sulla messa in sicurezza ambientale delle poche industrie pesanti afferenti il settore energetico e la siderurgia, sia infine investendo su settori innovativi in collaborazione con l’università e i centri studi presenti sul territorio, tutto nell’ottica di fare della Sicilia una piattaforma di collegamento nel dialogo tra l’Europa e l’Africa - l’unico ponte che vogliamo! -capace di cogliere le opportunità e le sfide date dalla sua collocazione al centro del Mediterraneo, luogo d’incontro e di scambio tra i popoli e non frontiera di morte chiusa alla solidarietà e alla diversità.

Solo in questa prospettiva, con un grande ruolo per il settore pubblico nella programmazione, investimento e gestione delle risorse, è possibile pensare di poter sconfiggere le piaghe della disoccupazione e del precariato, creare lavoro vero e di buona qualità, rilanciare anche l’artigianato dando nuova linfa a quel popolo della partita IVA che di fatto ha subito anch’esso un drammatico processo di proletarizzazione e d’impoverimento.

Come donne e uomini responsabili del proprio futuro e della propria terra, pensiamo che invece di costruire il ponte bisogna avere il coraggio di curare il proprio territorio ed investire in uno sviluppo ecocompatibile dell’area dello stretto che guardi a noi ed alle generazioni future.