Un Paese che non sa indignarsi è un paese che si inabissa

Di Pierluigi Magnaschi

È stata indetta recentemente una conferenza stampa per spiegare, con soddisfazione, che erano state messe le mani su una persona che risultava intestataria di ben duemila vetture. A questo prestanome non si è arrivati, sia pure in clamoroso ritardo, utilizzando elettronicamente i dati del pubblico registro automobilistico ma perché, al volante di una vettura, era stato scoperto, per caso, un extracomunitario privo di documenti e che non risultava proprietario del mezzo. Dall'indagine che ne è derivata si è risaliti fino al mega-proprietario di quell'imponente parco macchine. Ora, che cosa ci vuole a elaborare un software che sia in grado di estrarre, dal Pubblico registro automobilistico, tutti i nominativi delle persone quando queste superano il possesso di tre vetture intestate? Una volta impostato questo software, la Guardia di finanza e l'Ufficio delle Entrate verrebbero allertati in tempo reale su come cresce il patrimonio automobilistico dei singoli cittadini oltre un  livello (le tre auto per intestatario) che viene considerato fisiologico o tale da non suscitare interrogativi penali o indizi di evasione fiscale. La procedura sarebbe semplicissima e costante, svolgendosi tutta in automatico. Non ci sarebbe assolutamente bisogno di fare indagini. Semmai, queste, faranno seguito all'acquisizione di dati che suscitano dubbi. Secondo fatto. Adesso, perché lo ha pubblicamente denunciato il consigliere Salvatore Ronghi del Pda, si apprende che il Consiglio regionale della Campania, dopo essersi intasato di dipendenti trasferiti per comando, e avendo approvato, alle tre di notte, l'articolo 44 della legge regionale  n. 1 del 2008, sta indicendo dei fantomatici «corsi concorsi» riservati, per far passare questi raccomandati politici nella pianta organica del Consiglio regionale campano, in dispregio dell'art. 97 della Costituzione che invece prevede espressamente che, ai posti pubblici, si acceda per concorso. Altro caso. La regione Sicilia che assicurava ai suoi dipendenti la possibilità di andare in pensione dopo pochi anni di servizio, è stata costretta ad avvicinarsi alla normativa previdenziale nazionale. Ma in questa norma ha inserito un codicillo che consente al dipendente che ha problemi con un famigliare di poter andare ugualmente in pensione dopo 20 anni di servizio. A questo punto, un sacco di dipendenti ha scoperto che ha un famigliare cui accudire per cui, in Sicilia,  valgono ancora le baby pensioni. Lo scandalo però non sono questi fatti. E che l'opinione pubblica si sia rassegnata a questi fatti. Il patrimonio di indignazione sembra essersi esaurito. E il Paese si inabissa, avendo perso ogni speranza di porre rimedio alle storture.