NO al ponte: manifestare ad Agosto

di Beniamino Ginatempo

Sabato 8 Agosto si svolgerà a Messina una manifestazione nazionale contro la follia ponte sullo Stretto. Il ponte non è solo l’inutile piramide del faraone Berlusconi, è l’esempio da libro di sviluppo insostenibile; dell’uso del debito pubblico (i soldi dei nostri nipoti e pronipoti) per favorire i soliti noti; del dopaggio del PIL senza che migliori la qualità della vita; del superfluo che diventa necessario, ecc.

La battaglia contro il ponte fu molto serrata nel periodo 2001-2006 e culminò con una grande manifestazione a Messina il 22 gennaio del 2006. Con l’avvento del governo Prodi che aveva ritenuto non prioritaria l’opera, il fronte bipartisan del NO si è addormentato. La guerra fu quasi vinta quando in Parlamento arrivò la proposta di scioglimento della Società Stretto di Messina, proposta bocciata per il voto contrario dell’IdV. Il ministro delle infrastrutture era Antonio Di Pietro che nel frattempo aveva nominato Pietro Ciucci, l’amministratore delegato della Stretto di Messina, presidente dell’ANAS. Ciucci era stato il liquidatore di Iritecna, diventata Fintecna (capitale 2.5 miliardi di euro, a.d. Ciucci), diventata socio di maggioranza (68,8%=2,5 miliardi di euro) della Stretto di Messina (a.d. sempre Ciucci). Parte dei 2,5 miliardi, portati all’ANAS da Ciucci, furono usati per sbloccare alcuni cantieri. Oggi sono rimasti 1,3 miliardi che il governo Berlusconi ha deciso di usare per far ripartire l’iter del ponte, e il Ministro Matteoli promette/minaccia che i cantieri apriranno all’inizio del 2010. Minaccia che forse non è solo un annuncio mediatico.

Negli ultimi anni la storia della battaglia è stata spettacolarmente sintetizzata dalle risposte che il fronte del si (assolutamente bipartisan, purtroppo) ci ha dato, e che ancora oggi ripete.

  • Nel 2001 ci dicevano:“Non volete il ponte perché siete degli ambientalisti arrabbiati e miopi. E poi pure Rutelli l’ha messo nel suo programma di governo. Ora è tardi, bisognava opporsi prima.”
  • Nel 2002 ci dicevano: “Non si può essere contrari per fede bisogna guardare i dati laicamente e scientificamente e si vedrà che il ponte è indispensabile”.
  • Allora noi abbiamo studiato e lavorato duro, così nel 2003 ci rispondevano: ”D’accordo i vostri dati mostrano che potreste avere ragione ma esistono altri dati scientifici che certamente fanno propendere per la costruzione. E poi chi l’ha detto che un’opera pubblica sia un investimento che si debba recuperare nel tempo?”. Un po’ confusi, abbiamo detto ma i dati scientifici non sono né a favore né contro sono solo dati e se un’opera pubblica non è produttiva vuol dire che è inutile, uno spreco di risorse. Ma chissà, forse dobbiamo studiare di più, ci siamo detti e l’abbiamo fatto. Così abbiamo scoperto che gli unici dati che davano una qualche senso all’opera venivano solo dalla Stretto di Messina o da chi era pagato da loro.
  • Non ci siamo arresi, anzi con lo studio ci siamo fatti più furbetti. Così nel 2004 le ulteriori risposte sono state del tipo “D’accordo avete ragione, ma il ponte è un’opera strategica, la sua realizzazione farà da volano allo sviluppo di tutto il Mezzogiorno. Ma quando noi abbiamo detto “Con la globalizzazione le merci viaggeranno dalla Cina all’Europa e tratte quali Atene-Gioia Tauro saranno ben più importanti e strategiche di Messina-Reggio Calabria,
  • Nel 2005, il fronte del si ha ancora cambiato strategia. Sono diventati rassicuranti e dicono:“Niente paura, gli antipontisti sono solo una minoranza rumorosa, la maggioranza è a favore dell’opera”.

Purtroppo quest’ultima potrebbe essere l’amara verità. Il fatto è che le ragioni del no sono complicate ed articolate, razionali, basate su numeri e dati di fatto e gli italiani le hanno quasi dimenticate – se mai le hanno sapute. L’idea del ponte sullo stretto è invece un vero e proprio mito, un sogno secolare che risale al tempo delle guerre puniche. Nell’era della telecrazia è facile dire in una battuta che il ponte colmerà il gap infrastrutturale fra Nord e Sud, che porterà lavoro nelle regioni col più alto tasso di disoccupazione, che porterà benessere e sviluppo. È ben più difficile anzi impossibile spiegare che prima ci vorrebbe l’alta velocità da Napoli a Villa S. Giovanni, almeno il raddoppio ferroviario in Sicilia e Calabria, e inoltre porti, aeroporti, autostrade e, perché no?, anche acquedotti ed ospedali. Il tutto costruito con cemento di buona qualità, magari. È impossibile spiegare a chi è affamato di lavoro che il ponte non sarà realizzato da maestranze siciliane e calabresi (dati advisors: 14578 posti di lavoro, di cui solo 1693 in Calabria e 3278 in Sicilia) e quindi il lavoro promesso è una atroce truffa. È impossibile dire che il traffico merci, mezzi e passeggeri fra le sponde dello Stretto è crollato negli ultimi anni perché conviene usare le navi e gli aerei per i tratti medio lunghi, perché ti rispondono che ciò accade perché non c’è il ponte.

Eppure Trenitalia ed RFI stanno smobilitando, cancellando la Sicilia e lo Stretto dal loro piano industriale. Il traffico merci Sicilia-continente sarà affidato a gestori privati, mentre i pendolari dello Stretto, 15000 lavoratori, saranno abbandonati, costretti a comprarsi una barca, costretti con la forza a sperare nel ponte. Eppure il ponte a costoro non servirà, perché con gli aliscafi lo Stretto si attraversa in 20 minuti e col ponte (più l’auto da parcheggiare) in 35.

Inoltre i soldi non bastano (costo stimato 6 miliardi, in cassa 1,3 virtuali). I soldi stanziati basteranno solo per la progettazione esecutiva, l’apertura del cantiere e la movimentazione di qualche milione di metri cubi di inerti. Se ci si ricorda che l’Italia è il paese delle grandi opere pubbliche incompiute (cfr. Repubblica del 6 Agosto 2009) si capisce che il ponte non si farà mai, ma lascerebbe solo delle imponenti devastazioni in una zona di alto pregio naturalistico. La solita storia, dunque: saccheggio del territorio e denari pubblici per favorire gli amici. Solo che le dimensioni del saccheggio sono enormi, i costi quelli di una manovrina finanziaria, i benefici nulli. Capite bene, dunque, che il rischio che l’anno prossimo si aprano i cantieri è serio, non la solita propaganda del governo. Bisogna dunque mobilitarsi e prendere atto che siamo stati poco vigili negli ultimi anni.

Manifestare ad agosto, dunque. Perché ad agosto la politica solo apparentemente sonnecchia. Ad agosto si possono lanciare “idee balzane” come cambiare l’articolo 12 della Costituzione ed introdurre inni e bandiere regionali o fare gli esami di dialetto agli insegnanti. Ad agosto si buttano le basi sotterranee per le campagne politiche d’autunno, approfittando che con le vacanze la vigilanza democratica s’affievolisce.

Manifestare ad agosto, per la democrazia, per dire sì allo sviluppo sostenibile, per dire sì al lavoro, per dire sì a ciò che migliora la qualità della vita, per affermare che al mezzogiorno non serve un partito del sud ed una nuova cassa del mezzogiorno, ma una politica forte contro i potentati economici, una politica in grado di perseguire il bene comune. Questo è il significato della nostra battaglia: tanti SI espressi con la forza di un grande NO AL PONTE.

P.S. “Libertà è Partecipazione”.