«Questo nome non mi è nuovo…»

Alessandro Savorelli

Nella leggendaria scena iniziale dell’Imperatore di Capri di Luigi Comencini (1949), Totò sogna di essere Tiberio ed entra trionfalmente nella sua villa circondato dalla corte, pretoriani, schiavi, matrone. Una di queste, matrona o maîtresse, gli presenta le fanciulle scelte «per le tue orge»: ci sono slave, persiane (che Totò accosta per non prendere spifferi) e una greca, che la matrona presenta come «la sorella di Elena». «Elena chi?», fa Tiberio. «Elena di Troia». «...Troia?», si chiede perplesso Totò-Tiberio, «questo nome non mi è nuovo!».

Avrebbe potuto essere girata oggi, 60 anni dopo. Mentre il potere, assente, si trastulla, i barbari, sbarcati a Roma, governano e s’impadroniscono del governo.
Quei barbari oggi sono la Lega: in pochi giorni hanno ottenuto le ronde (unico paese al mondo) – una palese ferita alla Costituzione e al diritto – poi l’esame di “tradizioni locali” per gli insegnanti del Sud (unico paese al mondo); subito dopo hanno cianciato per un giorno di “gabbie salariali”; infine con virata da virtuosi, hanno chiesto di cambiare la Costituzione e introdurre bandiere e inni “regionali”.

La notizia non è questa: la Lega tiene ormai ostaggio un governo e una maggioranza (e per essa l’intero paese), distratto altrove e gli scippa, ricattandolo, leggi, decreti, promesse, accordi e fesserie varie volte a minare l’idea stessa della nazione italiana. Tra un anno si festeggerà il centenario dell’Unità: lasceremo fare a loro? Parte di ciò che la Lega chiede è risibile: l’idea delle bandiere basterà il pernacchio per seppellirla, dato che nessuno né in Abruzzo, né in Liguria, né in Campania, né altrove sbava per sentir cantare un suo inno (quale? «O campagnola bella tu sei la reginella»? «Quando ghe pensu aloa rivedu o mare»? «Trapanarella cu 'o trapanaturo e trápana 'a mamma e 'a figlia puro...»? quest’ultimo se non altro è up to date), e veder garrire bandiere (generalmente brutte, talora orride), che non suscitano un millesimo dell’appeal identitario di quelle di una squadretta di C2. Né la notizia è che ciò che chiede la Lega è una serie di tappe forzate verso il rimbecillimento collettivo, e l’umiliazione quotidiana del buon senso e degli altri abitanti d’Italia, mortificati, dalla coabitazione con questi mentecatti celtici, e svillaneggiati all’estero per le panzane che escogita la Repubblica della Polenta.

La notizia vera è che l’opinione pubblica italiana non c’è più e non batte un colpo. Mi aspettavo una reazione collettiva e autorevole. Ieri il «Corriere», ex-giornale della ex-classe dirigente e della ex-capitale morale ha prudentemente taciuto, imbarazzato. Oggi pubblica un servizietto su Bossi all’Aquila, che blatera della sua bandiera padana (dell’altra, si sa, che uso fa), senza commento; a latere tuttavia un dotto intervento di Claudio Magris, che sbeffeggia la Gelmini e l’idea delle canzoncine popolari a scuola.
Magris ha detto e scritto benissimo, ma, non ce ne voglia, è stato usato come foglia di fico. Sì perché, se il «Corriere» fosse ancora lui, la borghesia italiana ancora lei, la classe dirigente non fosse a Capri con Tiberio, eccetera, il «Corriere» non avrebbe dovuto pubblicare un elzeviro elegante, ma un titolo a otto colonne, che suggeriamo, laconicamente:

ORA BASTA! A CASA I BUFFONI DELLA LEGA DOPO LE ULTIME PROPOSTE
Fuori dalla maggioranza chi ricatta il paese e lo scredita in Europa e nel mondo

Quando il fascismo andò al potere, con le fasce gambiere, i pantaloni alla zuava, il fez e un finto colpo di stato (si portarono a Roma più fiaschi di barbera che fucili), avallato dal re, la già scricchiolante classe dirigente e i suoi organi di stampa si illusero che quei teppisti, fatto il lavoro sporco (ossia spaccata qualche testa ai comunisti), avrebbero tolto il disturbo. Si sa come e quanto è durata. Oggi si fa lo stesso con la Lega “radicata sul territorio”, senza voler denunciare il massacro della cultura e del diritto che essa perpetra quotidianamente.
Una classe dirigente che non senta il dovere civico, storico, morale, giuridico, culturale e politico di proclamare altamente ciò, non è più una classe dirigente, ma la corte di Tiberio, con le slave, le traci, le galliche, le persiane, le maîtresse e la sorella di Elena di Troia.