Grandi opere e Piano Casa: buone occasioni per depredare il paesaggio

di Edoardo Salzano*

Le cose possono essere viste da più punti di vista. Alcuni sono compatibili: sottolineano l’uno o l’altro aspetto della realtà, ma nessuno di essi rinnega gli altri. Vi sono poi punti di vista alternativi: assumerne uno significa negarne l’altro. In questo caso ciascuno di noi, sulla base delle proprie esperienze, conoscenze, convinzioni, pulsioni ne condivide uno e sente l’altro come avversario. E’ quello che mi succede quando considero l’opinione corrente che si ha in Italia a proposito del territorio.

L’opinione corrente ha raggiunto il suo apice nella concezione del territorio propria del mondo, ideale e materiale, che è splendidamente rappresentato da Berlusconi. Può essere definita sinteticamente nel seguente modo.
Il territorio è qualcosa che esiste per essere trasformata, e le regole che le trasformazioni devono seguire sono quattro: (1) ogni trasformazione, sia la costruzione di una villa o un quartiere, di un ospedale o un’autostrada, deve consentire di guadagnare molto al proprietario o, nel caso di opera pubblica, al concessionario; (2) il guadagno deve manifestarsi nel tempo più breve possibile; (3) le conseguenze negative della trasformazione non devono ricadere sulle spalle del proprietario o concessionario; (4) tutto ciò che minaccia di ostacolare, o limitare, o ritardare il funzionamento di quelle tre regole deve essere contrastato e rimosso.

Vediamo alcuni casi dell’applicazione di questa concezione del territorio.

- La proposta di legge urbanistica dell’onorevole Lupi, presentata nella XV legislatura e ripresentata nella presente, che vuole sostituire a un sistema di regole dettate dal potere pubblico democratico l’iniziativa della proprietà immobiliare.

- La preferenza per le grandi opere realizzate con il sistema della concessione a imprese, mediante contratti che sottraggono al potere democratico il controllo effettivo del risultato, garantiscono il guadagno al privato e scaricano sul bilancio pubblico le perdite: è il sistema che vediamo applicare per le autostrade e per gli ospedali, per il ponte dello Stretto e per il MoSE della Laguna di Venezia.

 - La soluzione del problema della casa, affidata all’interesse del singolo proprietario di case o capannoni, di aumentarne la cubatura, e quindi il valore venale, senza alcuna considerazione delle conseguenze sulle reti (fognature, acqua, viabilità), sui servizi (scuole, asili, palestre, parchi), sull’estetica e sulla funzionalità urbane.

 - La continua spinta alla riduzione delle aree protette per le loro qualità, e perciò tutelate: una spinta aggravata dalla continua proroga della piena entrata in funzione del Codice del paesaggio e testimoniata dei colpi di mano che si stanno facendo per il Piano paesaggistico regionale della Sardegna.

La posizione alternativa, che condivido, è quella che vede il territorio e le sue qualità come un bene che nel suo complesso deve essere governato in nome dell’interesse generale, con una serie di azioni orientate prioritariamente a individuarne e conservarne le qualità (naturali e storiche), a garantirne la fruizione libera e l’accesso a tutti, compatibilmente con le esigenza della tutela.

Un bene che può essere trasformato solo per utilizzarlo per esigenze che riguardino la società nel suo complesso, e in modi che ne provochino un miglioramento sul piano della bellezza e del saggio impiego delle risorse che esso fornisce, come su quello del soddisfacimento di fondamentali diritti umani e sociali.

Mi riferisco al diritto ad abitare e fruire di spazi comuni dove intrecciare relazioni, aumentare il proprio potenziale di umanità e civiltà, esercitare il diritto della partecipazione al governo e all’espressione del consenso e del dissenso; al diritto a lavorare in condizioni di certezza e di sicurezza; al diritto di muoversi col minimo di ostacoli e di prezzi per le proprie necessità di lavoro, di scambio, di piacere.

Gli spazi naturali risparmiati dall’uomo e quelli trasformati dalle attività agricole rispettose della natura e dei suoi ritmi, le città della storia e quelle saggiamente sviluppate, sono testimonianze vive di trasformazioni orientate in questa direzione: nella direzione del territorio come un patrimonio comune, e non come strumento per l’arricchimento di pochi.

 

*  Edoardo Salzano è stato professore ordinario di urbanistica del Dipartimento di pianificazione dell’Università IUAV di Venezia, presidente di corso di laurea e preside della facoltà di Pianificazione del territorio e consulente di amministrazioni pubbliche per la pianificazione territoriale e urbanistica. Ha scritto numerosi saggi e diretto pubblicazioni specializzate e anima il sito eddyburg.it .

TRATTO DA www.tiscali.it del 13 agosto 2009