Mondiali di Atletica: fuori Schwazer, per gli azzurri è un fallimento totale

di Paolo Salvatore Orrù

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C’era una volta, ma non c’è più, l’atletica italiana. Scomparsa sotto i colpi del destino, della preparazione e della classe altrui. C’era anche, ma non c’è più, la speranza che un giovanotto dal cognome tedesco, ma che parla l’italiano come pochi, riuscisse a salvare in extremis l’onore della nostra rappresentativa a Berlino. Invece, l'olimpionico azzurro Alex Schwazer soffre e si ritira dalla 50 chilometri di marcia perché “da quando sono qua ho problemi a digerire”.

La medaglia d’oro di Pechino, sentendosi lo sguardo di tutti puntato addosso, già qualche giorno prima della gara aveva avvisato urbi et orbi che da lui, almeno in questo momento, non si ci poteva attendere troppo: “Non sono Federica Pellegrini”, aveva detto. "A livello fisico stavo molto bene andavo come una Ferrari, il problemi sono venuti negli ultimi tre giorni. Il mio punto debole è sempre lo stomaco”, ha spiegato il 24enne diVipiteno, costretto ad arrendersi al venticinquesimo chilometro di gara. Schwazer, bravo ragazzo, può e deve essere perdonato: ha sempre dimostrato ogniqualvolta ha indossato la casacca azzurra di essere un tipo  serio.

Ma gli altri che fine hanno fatto? Sarebbe interessante poterlo chiedere al direttore tecnico delle squadre mennea3 nazionali azzurre Francesco Uguagliati, l’uomo che ha fatto le convocazioni per Berlino. Probabilmente ci direbbe che per vincere ci vuole sempre anche un pizzico di fortuna, il sale di tutte le vittorie. La dea bendata, insomma, non ha voluto volgere il suo benevolo sguardo nemmeno di fronte al franco sorriso di Antonietta Di Martino. Così la nostra saltatrice in alto si è fermata sotto il podio che non c'è con in mano una immeritata medaglia di legno. Il bronzo era lì a tre centimetri. Invece l’asticella dei 2.02 ha fluttuato leggermente nell’aria prima di cadere sul materasso (per la cronaca: l’argento l’ha vinto la russa Elena Chicherova con 2,02, il bronzo la tedesca Ariane Friedrich con la stessa misura).
Antonietta Di Martino merita comprensione, non le si può rimproverare nulla. E ancora, che dire di Elisa Cusma, e di quegli occhi lucidi e un po’ adirati, sconfitta non tanto dalla discussa e inarrivabile sudafricana Semenya, ma da un nugolo di ragazze che nelle semifinali avevano fatto registrare tempi superiori ai suoi. Gatta ci cova: qualcuno dubita del sesso della vincitrice e della “pulizia” delle altre rivali dell’azzurra. Insomma, per un motivo o per l’altro finora “zero tituli”, direbbe Mourinho. A proposito di asticelle e di salti, adesso non ci resta che sperare in Giuseppe Gibilisco, il redivivo.
Impegnato nel salto con l’asta, il siciliano si è qualificato per la finale di sabato, classificandosi quinto nelle qualificazioni con 5.65 metri. "Sabato vediamo di buttarci dentro in questa finale - ha detto ai microfoni della Rai - e spariamo la seconda cartuccia”. Il saltatore spera di salire sul podio, è meglio non farsi illusioni, gli avversari sono tosti. Su tutti gli altri, tranne che per gli sfortunati Howe (tendinite) e Pertile (idem), meglio stendere un velo pietoso. Merita, comunque, una menzione Clarissa Claretti in finale nel lancio del martello, con un 70,01 che vale il 12° posto nella classifica complessiva delle qualificazioni.