L’Italia e la sua “brava gente” dalla doppia o tripla moralità

di Marcelo Fois

Anche stamattina il mio confinante, nella civilissima Bologna, ha strappato le piante di gelsomino e di rose che, dal mio piccolo giardino, traboccano, attraverso l’inferriata nel suo cortile parcheggio. Presumo che questa azione dipenda dal fatto che secondo lo sconosciuto i germogli, tracimando oltre le sbarre, sporchino lo spiazzo cementato. Che quel territorio giusto affianco alla porta della mia cucina sia uno spazio di manovre e tubi di scappamento non lo smuove di un millimetro. Ora il punto è che quando siamo venuti ad abitare in questa casa in centro con un frammento di giardino la prima cosa che abbiamo pensato è stata di collaborare a migliorare uno spazio triste, magari condividendo un confine di piante fiorite. Ebbene così non è stato, nel tempo, inesorabilmente, e anche vigliaccamente, le piante che fuoriuscivano verso lo spiazzo sono state strappate via, senza una parola, senza un preavviso, senza un cenno. A noi scrittori questi piccoli, banali, incidenti, fanno riflettere, ma a ben pensare credo che poi facciano riflettere ogni persona di buon senso. Il palazzo di fianco è abitato da pensionati e da giovani coppie, da qualche tempo, mentre lavoro in giardino, mi capita di intravedere qualcuno di questi e cercare di immaginarlo mentre, nottetempo, controllando che nessuno lo veda, si avvicina all’inferriata per strappare gelsomini e rose.Nell’ipotesi sia un pensionato, provo ad immaginarlo con un nipote mentre gli insegna i valori cristiani del rispetto, della tolleranza, della franchezza; nel caso si tratti di un giovane, laico, padre lo immagino mentre insegna al figlio che la discussione col prossimo è il sale di ogni civiltà. Insomma mi sono convinto che sia un uomo a perpetrare lo sgarro, perché, sarò all’antica, ma io proprio non ce la vedo una donna a macellare con tanto astio le siepi di confine. Tuttavia ognuna di queste persone, che scruto oltre l’inferriata, mi sembrano in assoluto “bravissime persone”, e, devo confessare, proprio questa difficoltà di intercettare un fetente possibile fra loro mi inquieta.Sembra una piccola metafora di questo paese fatto di “brava gente” che è costantemente abitata da una doppia o tripla moralità. Per fare un esempio ad una frase del mio precedente articolo su questo portale riguardante la necessità di ricordare i nomi delle vittime degli incendi in Sardegna del 23 luglio, un signore che non si firma se non con uno pseudonimo (Lone Sloane, come il mio vicino anche questo, vigliaccamente, preferisce agire non visto) risponde testualmente: “ma non si sente un po' imbarazzato a parlare di 2 persone morte quando nel mondo nello stesso tempo ne muoiono migliaia di fame, e molti sono bambini? Di fronte a certe tragedie queste sono quisquilie e non se ne dovrebbe neppure parlare, invece di indignarsi le consiglio di partire per l'Africa e fare qualcosa.” I due morti sardi per questo nonno, o giovane padre chissà, sono quisquilie. Quisquilie è, manco a dirlo una parola di quel vocabolario mafioso secondo il quale la morte non è uguale per tutti, ma in questa risposta agghiacciante c’è la difficoltà di capire realmente a quale forma di “moralità” attinga l’umanoide che l’ha anche solo pensata.Senza dubbio non si tratta di un cattolico. O, se si tratta di un cattolico, deve essere uno di quei cattolici che non ha capito bene i valori della comunità a cui appartiene. Le vite umane per i cattolici, per i cristiani, non sono MAI “quisquilie” se è vero che il Priore dei frati a custodia del Santo Sepolcro di fronte all’ ipotesi di sacrificare anche una sola vita di un palestinese che vi si era rifugiato disse che pur di salvare anche solo una vita, avrebbe sacrificato migliaia di santuari, e che “nessun luogo, neanche il Santo Sepolcro, ha, e avrà mai, più valore di una singola, anonima, vita umana”. Chi ha scritto “quisquilie” non conosce questo e altri episodi di una dottrina che ha nel rispetto della vita umana il suo imperativo categorico.Altro esempio potrebbe essere quella massaia veronese preoccupata dalle donne musulmane troppo coperte che frequentano la sua piscina di quartiere. Mentre pensa a quanto siano indecenti queste islamiche senza un lembo di pelle visibile, ha in mano una rivista di gossip in cui una nota soubrette, fotografata seminuda, sta rilasciando un’intervista sul suo seno novo di pacca, che tra l’altro turgido e siliconato si intravvede pochissimo coperto da un bikini microscopico; ecco un punto saliente dell’intervista in questione (non citerò la rivista, né tantomeno la soubrette) è quando si passa senza soluzione di continuità, dalla taglia del seno alla fede sconfinata che questa giovane nutre per Padre Pio, a tal punto che col suo fidanzato, fotografato, nerboruto e seminudo affianco a lei, tutte le sere, recita il rosario dedicandolo al Santo di Pietralcina.Niente di male direte voi siamo nel ventunesimo secolo, ma allora perché non riesco a concordare in una sola queste “due” massaie veronesi? In quale sperduta regione del cervello, o del cuore, si incontrano colei che non tollera donne islamiche troppo coperte, e colei che tollera cattoliche osservanti superscosciate che mischiano il rosario con le tette nuove? Non potrebbe essere che ci siamo assuefatti ad una moralità elastica, che, per chi ha scelto di avere un codice morale, si adatta in tutto alle proprie esigenze? Vedete bene che le mie siepi sono poca, pochissima, cosa. Ma forse vale la pena di iniziare a ragionare attraverso le piccole cose inconsistenti e provare a chiedersi quanto della deriva atroce di questo Paese non dipenda dal fatto che se non si è in grado di confrontarsi su due germogli sull’inferriata, figuratevi per tutte le altre “quisquilie”.