La Scuola Pubblica e la Democrazia dei Format

di Raffaele Langone

Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori, si dice, di quelle di stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.
Attenzione, questa è la ricetta.

Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi, ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico.

Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico""...(discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 febbraio 1950 e pubblicato sulla rivista “Scuola democratica", 20 marzo 1950).
Poi, alcuni mese fa Edmondo Berselli, su Repubblica spiegava la politica dell'attuale governo in termini di format, ovvero il ricorso a modalità mediatico-televisive per trasmettere schemi semplici che non spiegano nulla ma offrono soluzioni apparenti a problemi complessi.

La Gelmini alla prese con i problemi della scuola? E' un format: quello dei grembiuli e del maestro unico, terapie elementari per situazioni che richiederebbero interventi molto più complessi (e onerosi). Brunetta che licenzia i fannulloni? Altro format: quello che riconduce le disfunzioni della pubblica amministrazione italiana al comportamento di qualche soggetto, da colpire in modo esemplare. E poi i format dei poveri da trattare con la social card, della prostituzione da combattere proibendo la sua presenza sulla strada, della riscoperta tremontiana del motto "Dio, Patria e Famiglia": e avanti così, di trama in trama. I format traggono la propria forza da un meccanismo formidabile. Nella loro linearità semplificatrice dividono la realtà in due parti inconciliabili: "noi", che ci identifichiamo nel buon senso, nei comportamenti onesti, nella normalità rassicurante, e "gli altri", di volta in volta impiegati lavativi, immigrati criminali, politici corrotti, vetero-sessantottini senza senso del dovere. Strumento straordinario di costruzione del consenso, il format si presta a modellare grandi maggioranze perché ha il potere di sgravare la coscienza e permette ai più di sentirsi schierati dalla parte "giusta". Più l'analisi e la terapia sono ridotte all'osso, maggiore infatti è il numero di persone che si autocolloca nella "moltitudine di bravi e onesti cittadini, stupefatti, e anzi angosciati, di fronte all'impazzimento dei meccanismi della politica, agli sprechi, alle piccole e grandi corruzioni delle strutture pubbliche".

Le narrazioni di queste trame, così semplici e potenti, compiono il miracolo di dividere l'Italia tra una schiacciante maggioranza di brava gente indignata e una sparuta minoranza di incalliti e irriducibili borderline. E il racconto ogni volta può svolgersi tra un'infinità di scorciatoie che mobilitano buoni sentimenti. L'alternativa all'implosione nella privacy è dunque questa opinione pubblica costruita secondo le linee di una narrazione mediatica, con buoni e cattivi ben divisi, responsabilità, colpe e ruoli scolpiti senza incertezze, e la speranza di un happy end finale. Ma i format, si sa, non basta produrli. Ci vuole anche chi li trasmetta. Anzi, per dirla tutta, le semplificazioni demagogiche della politica vengono prodotte perché c'è un sistema di media pronto ad accoglierle. Non sarà a sua volta un format anche quello che attribuisce ogni colpa alla politica e manda assolto il sistema dell'informazione? Quello che presenta i media come specchi neutri di quel che gli si para dinanzi? Solo fatti, senza manipolazioni né semplificazioni. Questo ufficialmente è il credo, la ragione sociale della stampa indipendente. Almeno credo.

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