Appunti sull’etichetta accademica

di Alessandro Dal Lago

È proprio di questo che è urgente parlare. I rituali che ruotano attorno ai concorsi non sono rituali in senso stretto perché non prevedono momenti ufficiali, fasi liminali o elementi spettacolari secondo la definizione dei classici. Si tratta piuttosto di meccanismi ritualizzati interni all'istituzione universitaria: meccanismi letali, che ammorbano l'ambiente e diseducano le persone. Non presentarsi a un concorso per non ostacolare il candidato già designato, chiedere il permesso, aspettare il proprio turno. . .

Il concorso è, a mio parere, il male dei mali. Non parlo di cattiveria, di illegalità o palesi irregolarità come nei casi di Messina recentemente denunciati dalla stampa: casi che andrebbero repressi dalla magistratura o almeno da un codice deontologico efficace. La "baronalità" è nella logica, è un fatto di sistema, non di attitudine individuale. Con questo non intendo dire che dai concorsi, così come sono organizzati attualmente, non siano mai selezionati candidati validi: spesso, anzi, è così, ma si tratta in qualche modo di coincidenze, quando all'aspetto dell'affiliazione del candidato si unisce quello dell'effettiva competenza. Trovo altrettanto folle l'idea di costituire commissioni nazionali: per come funziona la logica concorsuale in Italia, si tratterebbe di favorire esclusivamente le transazioni baronali, confermare il potere degli schieramenti accademici - che nulla hanno a che fare con i partiti politici e anzi sono assolutamente bipartisan - e rafforzare lo status quo.

Personalmente sono a favore della chiamata diretta da parte dei dipartimenti, come avviene nel mondo anglofono, a certe condizioni: l'abolizione o il ridimensionamento delle facoltà e il parallelo rafforzamento dei dipartimenti di ricerca, l'esistenza di un buon dottorato, un reclutamento sulla base di colloqui aperti e largamente pubblicizzati, una seria e costante valutazione dei ricercatori. In un certo senso, sarebbe una liberalizzazione, ma soprattutto una liberazione da quei momenti tragici di somma ipocrisia in cui ci si riunisce preventivamente per gestire lo svolgimento di un concorso. . .

Nel dibattito attuale, spesso è invocata la meritocrazia. Ma il sistema italiano è effettivamente meno meritocratico di altri? Ed è possibile decostruire anche il concetto di merito e i criteri utilizzati per valutario?

Sì, credo che il merito sia meno premiato che altrove: in Italia si bruciano molte risorse potenziali. Giovani capaci che incappano nella commissione di dottorato sbagliata, cervelli in fuga all'estero, ricercatori che cambiano lavoro perché non hanno la forza morale o materiale per sopravvivere a lungo da precari... L'università italiana si porta dietro difetti di base che non è mai riuscita a risolvere. Per compensare, posso dire che è più probabile che ci siano degli incompetenti dentro che dei geni fuori; voglio dire che in molti casi chi è capace e determinato, e riesce a tenere duro, può raggiungere dei risultati e una posizione... ma tutto resta sempre piuttosto aleatorio.