Vicenda microchip rifiutato a cane siciliano: la versione dell’Ausl di Forlì

Pubblichiamo per correttezza e dovere di cronaca la versione dell'Ausl di Forlì sulla vicenda del cane proveniente da Agrigento al quale é stata rifiutata apposizione di microchip: la risposta dei veterinari dell'Ausl medesima é rimbalzata in questi ultimi giorni in vari giornali. Quella pubblicata su queste pagine oggi é stata redatta dai colleghi di "Romagna Noi".

La speranza é che, comunque siano andate le cose, il cane in questione non abbia da soffrire né subisca ulteriori stress scaturiti già certamente da questa particolare vicenda e che l'intera verità  sia accertata nel rispetto e nella salvaguardia - elementi prioritari - della salute di tutti gli animali, da ogni luogo essi provengano. (S.I)

"Ausl: "Possibile traffico cuccioli"

Due lettere alle autorità presentando alcune anomalie riscontrate

FORLI' - Due lettere di denuncia alle autorità sanitarie e veterinarie, una al ministero della Salute e l'altra alle Regione Emilia Romagna, e le carte della vicenda già passate ai reparti specializzati di Forestale e Carabinieri. Per Rodingo Usberti, direttore del servizio veterinario dell'Ausl di Forlì, potrebbe essere la classica punta di un iceberg: "Ho fatto tutti i miei passi, ora vedrà chi dovrà fare le indagini", spiega.

All'origine della vicenda c'è l'arrivo, all'inizio di agosto, di un cucciolo di tre mesi da Agrigento, ufficialmente dato in affido ad una famiglia di Forlì attraverso l'associazione onlus marchigiana Noi animali. Il cane, un piccolo meticcio, non aveva il necessario microchip imposto dalla legge e la veterinaria Patrizia Magnani si era rifiutata di chippare il cane, in quanto erano già scaduti i termini di legge: il secondo mese di vita. Il rifiuto ha suscitato le proteste della onlus animalista che aveva coordinato l'affido e che il 5 agosto aveva ritirato diversi cuccioli all'aeroporto di Bologna, tra cui quello "incriminato".

Noi animali si era scagliata con forza contro la veterinaria. "Ma quel cane non poteva essere movimentato dalla Sicilia senza microchip", rileva come prima cosa Usberti, a difesa del rifiuto della veterinaria, che è anche direttrice del canile di Forlì. Un caso analogo si era verificato alcuni mesi fa con un altro cane arrivato questa volta da Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. "Si trattava di un cane arrivato con documenti in cui non si capiva niente", continua il responsabile della sanità veterinaria. E i due casi hanno insospettito Usberti, che lancia sospetti su uno 'strano' traffico di cuccioli dal Sud Italia: "Alcuni di questi cani si ritrovano su siti internet tedeschi, dove vengono venduti anche a 250-300 euro l'uno", spiega sempre Usberti, che ragiona: "Quando mai si acquistano i randagi?".

Inoltre, argomenta il veterinario, "se i randagi diventano un commercio nulla impedisce che si favoriscano cucciolate di randagi" o ancora che "si spaccino per randagi" cani che non lo sono e che non sono identificabili appunto perché privi di microchip. In ogni caso, già questo viaggio tra la Sicilia e Bologna sarebbe irregolare. Lo afferma con certezza Usberti, che in una nota di oggi precisa tutti i riferimenti legislativi: "Le regole stabiliscono che i cani possono essere movimentati solamente se debitamente identificati mediante microchippatura senza alcuna deroga prevista o concessa dalla legge, in caso contrario il complesso normativo che viene violato è ampio, e il veterinario pubblico, come tutti i pubblici ufficiali, ha l'obbligo di segnalare all'autorità preposta tutte quelle situazioni che rappresentano violazione". Sarà ora un'indagine appena avviata a dover chiarire se dietro l'arrivo di questi due cani dall'Italia meridionale ci sia un poco chiaro traffico di animali, che per Usberti "valica i canfini nazionali e ha risvolti anche esteri"."