Le domande giuste

di Gianni Zagato

Le due parole da cui dipende prima di tutto il destino di questo nostro paese sono ancora lì, sempre lì, ad aprire anche in questa “ripresa” di fine estate le pagine del lungo vocabolario che spiega come siamo diventati in questi anni e cosa dovremmo fare per camminare finalmente sulla strada del cambiamento. Lavoro e sapere.
Sfogli i giornali, ascolti i telegiornali e vedi invece comporsi un’altra immagine dell’Italia, un’iconografia via via sempre più commerciale, un continuo spot dell’effimero e del superfluo. O meglio, di ciò che deve servire a distogliere, a sviare, in definitiva, dal guardare la realtà com’è riflettendoci sopra, usando per questo il chiacchiericcio di Stato come il lenzuolo utile a coprire la vergogna della censura delle immagini vere del paese e del suo degrado culturale.
Questa televisione che si rifiuta di mandare in onda Videocracy di Erik Gandini, documentarista italiano che vive in Svezia, dato che sarebbe “un inequivocabile messaggio politico di critica al governo” (così è scritto nella lettera della Rai, principale azienda pubblica di produzione “culturale” del paese), come può raccontare la realtà di quei lavoratori, operai, precari che stanno nel punto più profondo della crisi economica e sociale che attraversiamo? “Usare le parole non serve – dice Gandini dopo esser stato oscurato dalla nostra televisione – perché in Italia la gente non legge tanto i giornali. Usare il potere delle immagini, raccontare la televisione da un altro punto di vista,  questo diventa molto pericoloso”.

E difatti sarebbe “molto pericoloso” raccontare con le immagini la reale vita quotidiana di un comune lavoratore, oggi. Spiegherebbe, meglio di qualsiasi trattato economico, il senso vero della crisi. La condizione e la qualità del suo lavoro, l’entità del suo salario, le spese per l’istruzione dei suoi figli, l’affitto o il mutuo per la casa. Passa invece qualche fugace immagine di un operaio salito ad agosto su una gru, qualcun altro in cima al Colosseo, e  subito si torna al rumoroso sottofondo di vanità e vacuità informativa, divenuta ormai la colonna sonora dei nostri giorni nell’Italia di oggi. Devono salire in alto, diventare “arrampicatori d’agosto” questi operai della Lasme di Melfi o della Cnh di Imola o della Novico di Ascoli Piceno o della Innse di Milano, per far capire quanto invece scendono sempre più in basso nella certezza del loro posto di lavoro. Quante aziende come queste, di piccole e medie dimensioni, non riapriranno più in questi giorni? C’è qualcuno che riesca a dirlo con esattezza? A indicare quale sarà il destino di quei lavoratori che non rientreranno in fabbrica?

Nei giorni scorsi vi sono stati due interventi “di peso” che si sono misurati con la dimensione di questo enorme problema politico ed economico. Il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi e il ministro dell’economia Giulio Tremonti. In giorni diversi ma nello stesso luogo, il meeting di Comunione e Liberazione di Rimini. Quello di Draghi è stato un discorso molto “politico”, un programma di governo si potrebbe dire. Ha parlato di sostegno ai disoccupati e di investimento nella formazione, ha proposto una lista di riforme per il Paese. Un paese, ha detto, che uscirà più tardi e più lentamente di altri da una crisi internazionale di cui si intravvede la fine. E ne uscirà, ha aggiunto, con più disoccupazione e più debito, mentre i prossimi mesi saranno decisivi per la sorte di molte aziende produttive italiane. Qualche giorno dopo è Tremonti a tornare sul tema. Il caso dell’Innse  - la pacifica protesta operaia, l’imprenditore che arriva mettendo soldi suoi senza chiederne allo Stato, l’industria salvata – costituisce  per lui “la più bella storia dell’estate”. Una storia che è lì a dirci come  la dialettica tra capitale e lavoro sia davvero finita una volta per tutte e con essa ogni conflitto di classe. E allora è tempo finalmente di far partire quella compartecipazione all’utile delle imprese che fa stare insieme nella stessa azienda uniti tra di loro lavoratori e imprenditori. E’ così, dice Tremonti, che si esce dalla crisi.
L’importanza di questi due differenti interventi sta prima di tutto nel fatto che rendono evidente un chiaro “punto di vista” sulla crisi e su come uscirne.

La domanda ora è: qual è il “punto di vista” sulla crisi delle forze politiche della sinistra e del centrosinistra italiano? Cos’è realmente per queste forze la “centralità del lavoro e del sapere” di fronte alla crisi e come la si attua in un programma che dia il segno di un’alternativa capace di fare già ora opposizione alle politiche del governo? Da Rimini, dal meeting di Comunione e Liberazione, due “punti di vista” sono emersi e possiamo dire che non li condividiamo, non che non siano entrambi chiari. Qual è invece il “punto di vista” sulla crisi che vien fuori dalla festa nazionale del Partito Democratico in corso in questi giorni a Genova? Come si fa ad intravvederlo tra il rumore crescente e assordante della lotta ininterrotta per la leadership che segna l’amaro destino di un partito mai veramente nato?

E anche tra di noi, nel laboratorio di Sinistra e Libertà, cosa stiamo facendo sul piano della ricerca culturale per dare legittimità politica di proposta, di programma, a quel “ripartire dal lavoro”  che vogliamo sia il tratto costituente della nuova sinistra italiana?

Romano Prodi qualche giorno fa si è posto una domanda: come mai la sinistra perde proprio mentre il capitalismo attraversa una crisi tra le più gravi della sua storia? Questa è la “domanda primaria” che dobbiamo cominciare seriamente a farci se vogliamo lavorare ad un nostro autonomo e vincente “punto di vista”.
Non si sfugge da questo nodo, culturale, politico, organizzativo dell’intero campo della sinistra. Né esistono scorciatoie di tempo e di luogo, slittamenti riguardanti la leadership come soluzione principale dei problemi che ci attraversano. Le domande, le domande giuste, costruiscono qualità politica ben più di tante risposte affrettate.