3 Settembre 2009

L’incubo. Raccontino satirico

di Beniamino Ginatempo

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I have a dream, my friends, I have a dream. Anzi l’ho appena avuto, ma era un incubo.

Un sabato notte, dopo un lancio Sky News, i siti italiani e mondiali mostravano la foto-scoop che ritraeva il presidente Berlusconi su un letto enorme con una escort thailandese dodicenne ed una esperta transgender brasiliana; in primo piano un vassoio di pillole azzurre.

Casini, Franceschini, Binetti ed altri tuonavano contro la deriva materialista della società – effetto nefasto del relativismo culturale a scapito della famiglia -, mentre Bondi, Giovanardi, Cicchitto, Rotondi, Capezzone e tanti altri tuonavano contro la barbarie dei media e della sinistra che non aveva argomenti politici contro il migliore governo della storia italiana. Gasparri diceva che bisognava verificare che la foto non fosse un fotomontaggio, perché la sinistra è capace delle più orribili nefandezze, specie se in combutta con i poteri forti. Fini non era reperibile – probabilmente impegnato in una escursione subacquea - mentre La Russa era dovuto partire improvvisamente per l’Afghanistan, a discutere delle regole d’ingaggio, le attuali essendo troppo limitative per il coraggio e la professionalità dei soldati italiani, e sparare personalmente il primo missile italiano contro talebani travestiti da civili. Bossi confermava che il popolo era con la Lega, che dopotutto, anche se con qualche aiutino, Berlusconi ce l’aveva duro, e che non si poteva mettere in discussione il federalismo, visto che la puttanella thailandese ed il culattone brasiliano avevano il permesso di soggiorno in via di regolarizzazione, e non erano venuti ad ammazzare nessuno. Di Pietro chiedeva al presidente della Repubblica ed alla Corte Costituzionale di intervenire, perché il reato di corruzione di minore era evidente, ma il lodo Alfano garantiva l’impunità a Berlusconi. Senza grandissime sorprese la mattina dopo, all’angelus, il Papa, aveva auspicato le dimissioni del premier.

Apriti cielo! Pannella proclamava lo sciopero della sete contro l’indebita interferenza della chiesa negli affari italiani e l’attacco alla laicità dello stato. Persino Giuliano Ferrara interveniva a dire che la richiesta del papa era inaccettabile, soprattutto perché non c’era nessun pericolo di aborto da parte della ragazzina, che era stata sterilizzata in patria dai suoi padroni, né, meno che mai, da parte della transgender, per ovvie ragioni fisiologiche. Fatto questo confermato anche da un luminare di chirurgia plastica, autore dell’intervento sulla transessuale, intervistato in una edizione straordinaria di Porta a Porta. Il Tg1 aveva fatto uno lunghissimo servizio su cosa sia opportuno fare in caso di vincita al Superenalotto, jackpot odierno 283 milioni, e non aveva avuto spazio per altre notizie di cronaca. Alla fine, dopo qualche giorno, lasciando tutti di stucco, Berlusconi si era dimesso, chiedendo perdono alla moglie Veronica ed ai figli per averli offesi e trascurati per la politica, e che gli italiani, ingrati, non meritavano più i suoi sacrifici. Il presidente Napolitano accettava le dimissioni, apriva la difficile crisi, ma era costretto a sciogliere le camere, perché Draghi non era disposto a presiedere un governo tecnico con Tremonti ministro delle finanze, Epifani ministro del welfare e Marcegaglia ministro dell’ambiente.

Questo non è stato che l’inizio: la parte peggiore dell’incubo è stata la campagna elettorale. Nel PdL si era accesa la lotta interna per la successione tra Fini, Tremonti, Formigoni, Brambilla, Letta (tirato per la giacca) ed altri outsiders per la successione. La Lega dichiarava che Bossi era il naturale sostituto di Berlusconi, ma che avrebbe corso in coalizione col PdL solo a patto che il candidato premier fosse stato Tremonti, vicepremier Maroni, ministro degli interni Tosi, ministro degli esteri Calderoli, ministro dell’istruzione Bossi junior e ministro ai rapporti con l’UE Borghezio; veto assoluto su Fini premier e UdC.

Nel Pd si apriva il dibattito per stabilire due importanti questioni statutarie: 1) se le primarie per il segretario potessero essere interpretate anche come primarie per il candidato a premier e 2) se fosse possibile proporre alle primarie anche il seguente quesito: a) da soli alle elezioni; b) insieme a Di Pietro ma senza i radicali; c) con i radicali ma senza Di Pietro; c) con l’UdC; d) con l’UdC ma senza Cuffaro; e) con i socialisti di Craxi ma senza quelli di Nencini; f) con Nencini ma non con Craxi; g) coalizione da UdC fino a Sinistra Critica, ma senza disubbidienti e centri sociali; h) …, eccetera, fino a z) coalizione con partiti sorteggiati. I garanti avevano sentenziato che non si poteva evincere dallo statuto che il candidato a premier dovesse essere il segretario, pertanto andavano fatte primarie separate, ma che erano considerate preventivamente inaccettabili le candidature di Napolitano – per ovvi motivi costituzionali -, Andreotti, Ciampi, Scalfaro, Cossiga, Levi Montalcini – limiti d’età -, Grillo, Di Pietro, Travaglio, Bonino, Pannella, Dini, Mastella, Ovadia, Staino, il presidente della CEI, dell’Arcigay ed alcuni altri, fra cui Prodi. Lo stesso consiglio, inoltre, aveva accettato il ricorso di alcuni segretari provinciali che avevano richiesto la convalida di un milione e seicentomila tessere, presentate in ritardo, perché i consegnatari erano stati ricoverati d’urgenza per una puntura d’insetto il giorno della scadenza, ed avevano dimenticato le tessere in un cassetto per oltre due mesi, a causa della pesante terapia. Lo stesso consiglio precisava che per statuto il numero dei candidati a premier non poteva superare il numero di eletti all’assemblea costituente.

Piero Fassino, candidatosi a premier, inaugurava la campagna elettorale dichiarando che un grande partito riformista non deve aver paura di confrontarsi con la maggioranza su temi concreti e si diceva favorevole a 1) gabbie salariali, ma solo se invece di diminuire i salari al sud, si aumentano i salari al nord; 2) respingimento clandestini, ma solo se i barconi vengono intercettati a tre miglia in acque internazionali e se viene garantita l’assistenza ostetrica per le partorienti; 3) ponte sullo stretto purché si garantisca la mobilità per almeno 2000 cassa integrati FIAT di Termini Imerese, riassumendoli nella società Stretto di Messina e all’ANAS a fare i fattorini o i casellanti; 4) centrali nucleari, ma solo se se ne triplica il numero, se viene incaricato un premio Nobel a dirigerle e se si fa un accordo con Gheddafi per individuare dei siti di stoccaggio per le scorie nel deserto libico (sotto l’autostrada, da costruire per i risarcimenti di guerra); 5) unioni di fatto ma non di omosessuali; 6) testamento biologico ma controfirmato da un vescovo od un cardinale; 7) precariato ma con garanzie; 8) ecc.. Tralascio, per brevità e perché le differenze non erano sostanziali, il programma dei candidati Franceschini, Veltroni, Rutelli, Marini, Letta, Bindi, Parisi, Cofferati, Bersani, Tonini, Bettini, Marino, Domenici, Errani, Chiamparino, Bassolino, Iervolino, Nicolais, Zingaretti, Bresso, Cacciari, Finocchiaro, Lumia, D’Antoni, Bianco, Calearo, Nerozzi, Scalfarotto, Adinolfi, Serracchiani, Soru, Soro, Fioroni, Binetti, Carra, Zanda, ecc.. Sorprendentemente D’Alema non si candidava e non dichiarava chi intendesse appoggiare, ma se non si trovava una soluzione unitaria e condivisa si sarebbe messo, come sempre del resto, al servizio del partito e del paese.

Ma l’apice dell’incubo è stato quando si seppe che erano 22 le formazioni di sinistra che si dicevano confidenti di superare il quorum, portato con un accordo PdL-Pd al 10%. In particolare le dichiarazioni di Ferrero, Di Liberto e Salvi dicevano che visto che le piattaforme politiche coincidevano per il 99,99 % era ipotizzabile una alleanza politica temporanea con Sinistra e Libertà, purché tutti gli aderenti a questa ibrida formazione politica si tesserassero, a scelta, in PRC, PdCI o Socialismo 2000 e si accontentassero di posti in lista dal decimo in giù. Vendola e Fava rifiutavano garbatamente il cortese invito, invitavano a loro volta Ferrero, Di Liberto e Salvi ad un cartello elettorale comune e facevano appello agli elettori del Pd e della sinistra radicale a non lasciare la sinistra ancora fuori il Parlamento, preferendo la sinistra del futuro a quella del secolo scorso.

Un vero incubo, compagne e compagni. Finalmente, sudato ed ansante mi sono svegliato, scoprendo che per fortuna non era vero nulla: Berlusconi non s’era dimesso e non l’avrebbe fatto per chissà quanti anni ancora. Meno male.

Yes, my friends, I have a dream.