6 Settembre 2009

A VENEZIA: PER MICHAEL MOORE IL CAPITALISMO E’ SOLO UNA RAPINA

di Francesco Gallo

VENEZIA - Altro che 'Capitalism: a Love Story'. Per Michael Moore il capitalismo è solo una rapina e, per dimostrarlo, mette in campo in questo documentario di due ore (dopo Bowling for Columbine, Sicko e Fahrenheit 9/11) tutte le sue energie per affondare il padre di tutti i suoi nemici: il libero mercato. Una sorta di lezione, la sua, per arrivare alla conclusione che con il capitalismo non si discute, ma si può solo abbattere. E questo per applicare, non il comunismo o il socialismo, ma una sorta di democrazia perfetta non meglio identificata.
Michael Moore (www.everyeye.it)
'Capitalism: a love story', in corsa per il Leone d'oro a Venezia e che uscirà negli States come in Italia distribuito il 2 ottobre da Mikado, parte appunto da immagini di repertorio di rapine, vera anima del capitalismo. Ma poi arriva subito alla tragedia recente degli Usa, quella del tracollo economico iniziato nel luglio del 2008 che ha provocato in pochi mesi, per insolvenza verso le banche, tanti sfrattati e poveri in Usa.. Non mancano in questo ultimo docu di Moore che ha, come al solito ritmo serrato e commenti più o meno divertenti, brani di repertorio con un Bush apologeta del capitalismo, quello stesso Bush che viene accusato di tutto e di più.

E soprattutto di essere un sorta di uomo ombra delle grandi banche d'affari come Goldman Sachs e Citybank. Molti degli uomini dello staff e dello stesso ministero di Bush provengono da quegli ambienti (come appunto il segretario del tesoro Larry Summers, ndr). Ma la denuncia di Moore passa anche attraverso la truffa di molte aziende americane che, scientificamente, a insaputa di alcuni loro dipendenti hanno fatto loro una ricca assicurazione sulla vita di cui le stesse aziende sono le uniche beneficiarie. In una prospettiva forse troppo didattica di insegnare le regole del capitalismo, il regista mostra come l'uno per cento delle popolazione americana gestisce circa il 90% delle ricchezze del paese e anche di alcuni recenti esperimenti di cooperative che mostrano come un'industria autogestita rende benestanti tutti i dipendenti. Ma gran parte del documentario si scaglia contro quella che Moore considera una vera vergogna: ovvero il salvataggio di Wall Street per 700 milioni di dollari. Insomma banche salvate mentre il popolo non ha neppure più casa.

L'epoca Obama lo rassicura invece un po'. Con il nuovo presidente c'é una sorta di apertura di fiducia che avrebbe contagiato anche molti americani, ma per Moore a stare meglio dei suoi compatrioti, almeno per quanto riguarda i diritti civili, sono tutti gli europei (comprese l'Italia di cui Moore cita il 1947, anno in cui viene dato il voto alla donne) e il Giappone.

Chiusura tra disperazione e speranza: ovvero le immagini dell'uragano Katrina e il proposito di abbattere il capitalismo con una democrazia ideale che lui non chiama mai però comunismo.