9 Settembre 2009

Servono nuovi modelli per capire la povertà

poverta01G Il dato della povertà relativa calcolato sui consumi, che tende a rimanere stabile nel tempo, non è più sufficiente a descrivere un fenomeno complesso come quello della povertà ai nostri giorni. Per questo si sta diffondendo l’uso di indicatori più complessi, che però non sono stati ancora compresi dagli operatori sociali e della comunicazione che dovrebbero utilizzarli. Perciò, Caritas e Isfol insieme hanno pubblicato «Comprendere la povertà – modelli di analisi e schemi di intervento», curato da Antonello Scialdone e dal vicedirettore della Caritas Francesco Marsico. La prima parte del volume riguarda i concetti e le misure con cui viene descritta la povertà. Le due fonti principali fonti statistiche italiane definiscano la povertà in modo unidimensionale: l’Istat si basa su una soglia minima di spesa per i consumi [linea di povertà], la Banca d’Italia sui redditi. Vi è poi la definizione di povertà soggettiva definita dall’Isae [Istituto di studi e Analisi economica], che considera povero un individuo che dichiara di disporre di un reddito inferiore a quello che ritiene necessario per condurre una vita dignitosa. Il libro si sofferma sugli indici che rilevano la multidimensionalità del fenomeno. Come l’Head Count Ratio, usato da molti organismi internazionali per misurare il numero dei poveri in rapporto alla popolazione totale, e sull’Human Poverty Index, che usa come indicatori tre dimensioni: vivere una vita lunga e salutare, ricevere un’istruzione e godere di uno standard di vita accettabile. La seconda parte del volume è dedicata ad interventi di contrasto alla povertà sul territorio, come i Centri di Ascolto della Caritas [circa 2.500 in tutta Italia]. Ai soggetti e ai contesti più a rischio di marginalità e agli interventi possibili è infine dedicata la terza parte del volume. Vengono presi in considerazione i minori, i poveri nei contesti metropolitani e le «gravi marginalità» [persone che vivono in strada, in emergenza abitativa o in centri di accoglienza]. Nelle conclusioni, Scialdone auspica lo sviluppo di «apparati analitici puntuali idonei a combinare ricerca quantitativa con metodologie qualitative al fine di fare evolvere la causa degli esclusi».

(www.redattoresociale.it)