10 Settembre 2009

L’ Italia colpevole d’avere chiuso frettolosamente l’indagine sulla morte di un no global

Articolo di Giustizia, pubblicato martedì 25 agosto 2009 in Francia.

[Le Monde]

giulianiLa Corte europea dei diritti dell’ uomo, martedì 25 agosto, ha condannato l’ Italia per inadempimenti nell’ indagine sulla morte di Carlo Giuliani, un giovane militante no global ucciso da un carabiniere il 20 luglio 2001 a Genova, mentre si svolgeva il vertice del G8. Durante una manifestazione autorizzata che era degenerata in scontri violenti tra i militanti e le forze dell’ordine, un fuoristrada dei carabinieri era diventato l’obiettivo di lanci di pietre da parte dei dimostranti. Uno dei carabinieri aveva allora usato la sua arma, colpendo Carlo Giuliani, 23 anni, alla testa. I genitori e la sorella della vittima, la cui richiesta era stata esaminata il 5 dicembre 2006 e dichiarata ammissibile il 12 marzo seguente, rimproveravano all’Italia di aver violato il diritto alla vita, il divieto ai trattamenti inumani ed il diritto ad un processo equo iscritti nella convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Nessun utilizzo sproporzionato della forza

Nella loro sentenza, i giudici hanno considerato che l’Italia non aveva “rispettato gli obblighi di procedura” derivanti dall’ articolo 2 (diritto alla vita). L’ autopsia non ha permesso di stabilire “con certezza la traiettoria della pallottola”, notano così i giudici. Questi si rammaricano che ancor prima dei risultati dell’autopsia, la Procura abbia autorizzato la famiglia ad incenerire il corpo del giovane uomo, impedendo ogni esame ulteriore. Quanto all’indagine interna, essa si è limitata a determinare le responsabilità degli attori immediati senza cercare “di far luce su eventuali debolezze nella pianificazione e gestione delle operazioni di mantenimento dell’ordine pubblico”, deplorano ancora i giudici. In compenso, sempre sotto il punto di vista dell’ articolo 2, la giurisdizione di Strasburgo ha ritenuto che non c’è stato impiego sproporzionato della forza: “Il ricorso alla forza mortale non ha superato i limiti di ciò che era assolutamente necessario per evitare ciò che il carabiniere aveva onestamente percepito come un pericolo reale ed imminente”. Infine, nulla conferma le dichiarazioni dei richiedenti quanto a “debolezze nell’ organizzazione delle operazioni di mantenimento dell’ ordine, prosegue la Corte, che ricorda che le forze di polizia ” hanno immediatamente chiamato i soccorsi”. La Corte ha assegnato 15.000 euro ai genitori della vittima e 10.000 alla sorella.