22 Settembre 2009

MICO CANDELA: VISIONI DELL’INVISIBILE

di Mariateresa Zagone

Dal 3 al 15 ottobre tutti i pomeriggi dalle 17,00 alle 20,00 l’Associazione culturale di Arti visive “orientale sicula 7 punto arte”, a Messina in via Mario Giurba 27, ospiterà la mostra iconografica “SILENZI” di Domenico Candela.

Icona del pittore Mico Candela (www.iconecandela.eu)

Per capire quali siano le qualità pittoriche di Mico Candela, quali quelle della mostra e quale sia la tradizione storico-artistica di questa pittura, ci affidiamo al racconto/introduzione della mostra della storica dell’arte Marieteresa Zagone

"Se chi non ha corpo, né forma, né quantità, né qualità e che trascende ogni grandezza grazie all’eccellenza della sua natura divina; se costui pur essendo di natura divina ha fatto sua la condizione dello schiavo, riducendosi alla quantità e alla qualità e rivestendosi delle umane fattezze, dipingi allora sul legno la sua immagine e presenta alla contemplazione colui che volle divenire visibile. Se tu vedi che l’incorporeo si è fatto uomo per te, allora puoi esprimere la sua immagine umana." (S. Giovanni Damasceno)

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Da anni frequento ormai l’area grecanica della Calabria per le mie vacanze estive con Martina, luogo di aspra e rara bellezza con la sua costa punteggiata di agavi, i torrenti dagli ampi letti pietrosi, la magia dei borghi montani ormai quasi spopolati.

Quest’anno ho conosciuto, amico di amici, Mico Candela, un pittore di Bova Marina, uomo saldo, dal volto irregolare di una antica dignità, pittore autodidatta di ritratti e paesaggi che, da circa un decennio, trasformando in linfa creativa le sue radici grecaniche, dipinge icone ‘alla maniera greca’.
La visita al suo studio è stata sorprendente, un tuffo in un’antica bottega medievale, con le sue tempere, il bolo,i punzoni, la foglia d’oro,la colla di coniglio, le tavole di noce o di gelso.

Strumenti tradizionali per una tecnica antica e consolidata che Candela utilizza per realizzare le sue immagini incorporee dal disegno raffinatissimo epifanizzate con iconografie a me, studiosa d’arte occidentale, poco note ma che mi hanno dato l’opportunità di ritornare a quel lungo capitolo delle mie stesse radici, della storia di Sicilia e di Calabria, in cui il meridione d’Italia era ancora e di nuovo parte del grande Impero romano d’oriente, mentre il resto della penisola era in mano a popolazioni di stirpe germanica.

Ho riguardato quindi, con occhi più consapevoli, all’arte che fiorì nella capitale di quell’impero e nelle sue province, all’ecumene iraniano, armeno, siriaco-palestinese, balcanico,italico, ellenico, egiziano e alla koinè che, frutto di stratificazioni e dialoghi immemori di barbarici ‘respingimenti’, diede vita alla prima arte cristiana e al suo universo di simboli.

Entrare nel codice silenzioso e mistico dell’arte bizantina e, conseguentemente, disvelare la raffinata eleganza dell’arte di Candela, è quello che questo breve scritto tenterà di fare.

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L’arte bizantina nasce essenzialmente da un paradosso: rendere visibile l’invisibile. Nell’alternarsi delle sue stagioni l’arte dell’oriente cristiano afferma la sua vocazione originaria e inalterabile rifiutando la prospettiva empirica. Il mondo delle apparenze non è il vero mondo, la visione fenomenica limitata all’immagine colta dagli occhi si arricchisce di una funzione più elevata permettendo all’osservatore di vedere la realtà noumenica, la sola realmente esistente e invitandolo quindi, come fedele, ad accostarsi al mondo trascendente.

Attraverso le vie dell’ascesi e della preghiera, e seguendo appositi manuali, gli hermeneia, il pittore è penetrato dal ‘digiuno degli occhi’ con cui la vista, santificata, diventa visione. Immagine liturgica di pienezza dogmatica, bellezza spirituale dalla certezza metafisica e via di salvezza essa stessa, l’immagine ortodossa, nonostante i naturali cambiamenti stilistici delle varie epoche, resta ‘una’. Intuitivamente abbozzata nei primi secoli, la genesi dell’icona è accompagnata da lunghe speculazioni che arrivano persino a negarla,fra VIII e IX sec, con la crisi iconoclasta. Cristica e Cristocentrica la raffigurazione riflette l’immagine del ‘Dio invisibile’ e del primo Adamo, fatto a sua immagine e somiglianza, prototipo dell’uomo santificato e redento.

Arte quindi eminentemente figurativa, ma non naturalistica,che obbedisce solo ad un realismo simbolico non tenendo conto dell’esperienza visiva della natura materiale secondo le leggi ottiche.
Lo spazio, rivestito d’oro, perde ogni sua dimensione euclidea, scompaiono il volume ed il peso, i volti, astratti e ieratici, liberati dalle passioni umane, impassibili, si adornano della gloria divina. Tutto è luce,calma, gioia e pace.

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Le icone che Mico Candela espone in questa mostra, sono state tutte realizzate nel corso degli ultimi due anni. Sono ‘finestre sull’eternità’ che, col loro silenzio, convogliano lo sguardo interiore verso una severità spirituale che la contemporaneità sembra aver smarrito; ma che, nel procedimento stesso con cui vengono realizzate, totalmente autarchico (preparazione delle tavole, dell’imprimitura, dei colori, etc.), ci riportano ad una prospettiva storica e storicistica, decisamente voluta dall’artista e decisamente ‘presente’. La scelta del supporto, non a caso, ricade quasi sempre su legni locali così che il senso religioso di queste icone viene completato da una straordinaria interpretazione antropologica e da una ricerca materica e materiale che si inseriscono in una prospettiva che definirei marxista del fare artistico. Le tavolette di noce, di gelso, di ciliegio vengono scavate nella parte interna in modo da lasciare una cornice in rilievo sui bordi che viene poi intagliata finemente facendo di Candela, come nella migliore tradizione, un ottimo artigiano, oltre che artista.

La parte interna viene poi preparata con gesso e colla di coniglio in modo che possa accogliere il dipinto e la foglia d’oro. Le immagini prendono quindi forma da questa tecnica antica e meticolosa unita ad un disegno di estrema eleganza, dal ductus lineare sobrio.

A questo proposito si veda, ad esempio, l’archetipo degli archetipi, la Madonna Aghiosoritissa, il cui prototipo, distrutto secondo la tradizione dalla furia iconoclasta, era attribuito a S. Luca: qui il disegno morbido e delicato abbraccia la lievissima plasticità del modellato mentre la ieraticità non nasconde un movimento misurato. E’ una Madonna orante, con la sua iscrizione ai lati dell’aureola e le tre stelle sul manto purpureo a rappresentare la verginità perenne, prima, durante e dopo il parto. Si vedano anche gli splendidi volti dei Santi Giacomo Maggiore o Agostino, dagli zigomi larghi, le gote scavate e la fronte ampia simbolo di fermezza, che sorreggendo il Libro Sacro si coprono la mano col mantello, o ancora la Sant’Anna con Maria Bambina in cui solo le dimensioni minori simboleggiano l’età dell’infanzia; bambina, ragazza e madre, la Vergine non conosce i cambiamenti dell’età in un’eternità che spoglia il tempo dall’ordine cronologico. Vorrei anche porre l’attenzione su due icone più dinamiche, icone di festività liturgiche. La prima, ce lo ricorda l’iscrizione, l’Hypapantì che in greco vuol dire ‘incontro’. Si tratta della presentazione al tempio che veniva celebrata quaranta giorni dopo l’Epifania. L’aspetto fondamentale della festa è l’incontro tra l’uomo nuovo, il Cristo, e l’uomo vecchio, Simeone, ed è festa che in oriente non ha mai assunto il significato mariano che ha assunto invece in occidente. Qui Candela, escludendo ogni altro personaggio (la sacerdotessa Anna, Maria e Giuseppe, pure presenti nel Vangelo di Luca), ed escludendo ogni riferimento ad un luogo e ad uno spazio precisi (il Tempio), ci restituisce il messaggio nella sua essenza , fissandolo in un tempo sempre presente.

L’altra è l’Anastasis (resurrezione), cioè la discesa di Cristo agli inferi, evento posto tra il venerdì santo e la domenica di Pasqua. Qui, vestito di bianco,inserito nella mandorla, il Cristo solleva benevolmente Adamo ed Eva dal sepolcro, donando loro, e a tutti gli uomini morti prima del suo avvento, la vita eterna.

Sito del pittore Domenico Candela