22 Settembre 2009

Roma, Saya e i cittadini soli

di Luca Sappino

Gaetano Saya (img.metro.co.uk)

Saya, le ronde della Guardia Nazionale e le pose fiere, raccontano una Roma dai toni grigi, se non del tutto nera. La viviamo tutti i giorni questa Roma triste. Chi vive, studia o lavora in questa città, sa bene di cosa parlo. E sa bene di cosa parlo anche chi come me prova a rendersi utile nell'amministrazione, nelle istituzioni monche del decentramento mai compiuto, sempre più miraggio e sogno di una politica migliore, più vicina ai bisogni. E proprio di bisogni si deve tornare a parlare, dei diritti disattesi o negati in una città disuguale, costruita a misura di cittadini disuguali. Cittadini insicuri, non solo perché vittime di crimini comuni, di crimini alle volte degni delle prime pagine dei giornali. I cittadini di questa città sono insicuri perché soli. Soli com'è solo chi viene abbandonato, come è solo chi necessita di attenzioni che ha smesso persino di aspettarsi. Roma è oggi una città abitata da uomini e donne, vecchi e bambini, una moltitudine di persone sole.

Siamo tutti soli com'è sola la comunità omosessuale, che con coraggio e determinazione, ma ignorata da chi governa e da chi informa, sta conducendo in queste settimane un pride quotidiano, una battaglia di civiltà. La civiltà del diritto più fondamentale, la civiltà determinata dalla libertà. La libertà di essere, di vivere i propri affetti senza doversi preoccupare di cosa diranno in ufficio, per strada, in un bar o a casa. Cittadini soli come sono soli gli studenti che chiedono ancora – forse con poca determinazione – il rispetto del loro diritto allo studio. Giovani soli che chiedono di poter immaginare un futuro, non per forza strambo o pretenzioso, magari fatto semplicemente di un lavoro, una casa e una famiglia. Giovani che si accontenterebbero di strappare qualche servizio in più, magari un nuovo studentato o qualche borsa di studio. Giusto la possibilità di studiare sì, ma di godere anche di una città che offre cultura accessibile a tutti. Non chiedono mica cose dell'altro mondo. Giovani che si accontentano di poco, di poter dire la loro su scuola e università.

Ma Roma è quella città dove anche a chi spera venga rispettato il proprio diritto all'abitare si risponde con la mano pesante degli sgomberi. Roma è la città dove non c'è diritto alla mobilità, dove si è tutti schiavi delle macchine, vittime di un trasporto pubblico imbarazzante. Roma è la città dove per difendere il proprio lavoro ci si arrampica sui tetti, tutti assieme, tanto che ormai sembra una moda.

In questa Roma qua si sentiva giusto la mancanza delle ronde nere e di Gaetano Saya. Divisa ocra, tricolore e saluto del legionario per garantire la "sicurezza" dei cittadini.

La parata lungo via Nazionale mi ha impressionato. A preoccuparmi però non è tanto Saya, con i suoi occhiali specchiati, il gessato e sigaro stretto tra i denti. A me spaventa la reazione dei tanti cittadini soli. Perché i clown e le loro pagliacciate sono vecchi come il mondo, ma trovi sempre quello che ti strappa un sorriso o ti porta alla risata. E in una città di cittadini soli anche quella che alcuni definiscono “una carnevalata” può trovare condivisione umana, politica e culturale. Alemanno chiede al Prefetto di intervenire, ma non credo questo possa bastare. Il timore è che anche un carnevale, in questa Roma triste e sola, possa rappresentare una speranza. Saya dice che farà il bis pattugliando le periferie. Ignora quanto quei luoghi abbiano bisogno di altro. Non se ne esce se non si risponde alla solitudine.

(www.sinistrademocratica.it)