24 Settembre 2009

I relitti dei veleni affondati nel mare della Calabria

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Nome in codice “Michele Sità”. È questa l’identità fittizia che il pentito Francesco Fonti dice di aver utilizzato per ritirare i denari che il servizio segreto militare gli accreditava in banche svizzere, maltesi e ciprote per pagare i servigi resi nell’ambito dello stoccaggio illegale dei rifiuti tossici. Il contatto con il Sismi era un non meglio identificato “Pino” che l’ex ‘ndranghetista incontrava in eleganti bar e lussuosi alberghi della Capitale. Il fantomatico “Pino” agiva in nome e per conto d’influenti politici della Prima Repubblica. Uomini di governo che il collaboratore di giustizia afferma (forse esagerando nella sua foga di narratore) d’aver persino contattato di persona. Toccherà alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro vagliare la veridicità delle confessioni rese da Fonti.

Il procuratore di Paola Bruno Giordano trasferirà nelle prossime ore alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, il fascicolo dell’inchiesta sul relitto trovato al largo delle coste di Cetraro. Un relitto che conterrebbe nelle stive rifiuti radioattivi stoccati illegalmente da un’organizzazione internazionale che vedeva insieme faccendieri e ‘ndranghetisti. Nel traffico di scorie nocive, secondo quanto riferito dal pentito Francesco Fonti, sarebbero coinvolti non meglio identificati uomini del Sismi (servizio segreto militare). Agenti del Sismi che avrebbero partecipato all’illecito smaltimento delle scorie sia nel Mediterraneo che in Somalia. A tal proposito il Partito democratico (primo firmatario Doris Lo Moro) ha presentato una interpellanza al Governo, che verrà discussa oggi a Montecitorio, con cui si chiede di sapere dell’eventuale coinvolgimento dei servizi segreti nelle vicende dei rifiuti e delle navi. I deputati del centrosinistra chiedono anche se si stia relamente facendo tutto il possibile per bonificare le aree interessate dagli affondamenti sospetti.