28 Settembre 2009

CONTRO IL PONTE CHE NON C’È

di Luigi Sturniolo

Il libro di Matteo Bottari, Sotto il ponte che non si farà, edito da Biblioteca del Cenide di Villa San Giovanni, con un buon corredo fotografico ed una bella impaginazione, ne costituisce la prima narrazione.

Ambientato ai tempi delle prime trivellazioni, il libro “inventa” un’opposizione che non ci fu. Proiettato nel passato, descrive un sentimento attuale. Descrive la tensione che sale all’approssimarsi della messa in moto delle ruspe, dell’aprirsi dei cantieri. Il libro è, quindi, una
profezia. La profezia di una ribellione.

“Sotto il ponte che non si farà” non è un libro no ponte nel senso militante del termine. E’ l’editore stesso, Domenico Cogliandro, a dire con chiarezza nella postfazione (che è parte integrante di un progetto complessivo che contempla il romanzo, le foto, la postfazione, la scelta della carta e del tipo di mise en page) di non essere contrario al sogno di attraversare lo Stretto ma di essere contrario alle ostentatezze e alle imprudenze dell’attuale progetto.

Da questo punto non risulta essere pertinente la critica di una rappresentazione dell’opposizione al Ponte eccessivamente localistica ed ingenua, che non dà ragione della ricchezza e della varietà delle componenti che hanno costituito in questi anni il movimento. Il romanzo è, piuttosto, una manifestazione d’amore nei confronti dei luoghi dello Stretto di cui il Ponte rappresenta l’incombente messa in pericolo.

Il Ponte è il veicolo della profanazione di storie locali (ed è per quello che i protagonisti sono
personaggi perfettamente inseriti nel contesto, e d’altronde evidentemente reali) ed insieme di un territorio che è letterario nella misura massima possibile. Un territorio che è, quindi, patrimonio di tutti.
La difesa dei luoghi esercitata da don Totò e il Conte (due nomi per tutti) è, quindi, difesa di un interesse comune contro politiche prive di qualsiasi capacità di progettare futuro. Dedite unicamente alla raccolta del consenso e alla spartizione di tutto lo spartibile.

D’altronde di questo hanno parlato le manifestazioni contro il Ponte fino ad oggi. Esse sono state l’espressione collettiva di coloro che non vogliono essere omologati ad una politica meschina e inetta. Inetta perché meschina.

In uno dei passaggi più brillanti, l’autore scrive: “E’ possibile che il solo parlare del Ponte conduca a scelte che, in altre prospettive, non si sarebbero mai intraprese? Questo succede sullo Stretto da almeno trent’anni a questa parte. Devastazione nella terra sospesa, in bilico tra passato e futuro, senza presente. Il primo effetto del Ponte che non c’è: fare entrare nella testa di tutti che questa terra meravigliosa e particolare, così com’è, non va bene. Costruire un mito al contrario”.
Qui Matteo Bottari colpisce davvero nel segno. Il fatto politico non è il Ponte. E’ il percorso al Ponte. La prostituzione del territorio. La prostituzione delle nostre menti e del nostro futuro. L’aspetto più devastante consiste nel riuscire a far passare l’idea che il diritto alla sopravvivenza,
alla riproduzione dei corpi passi attraverso l’insignificanza del contesto.
Tutte le biografie, tutte le narrazioni, tutte le prospettive vengono azzerate dall’inverarsi dell’unico esito possibile rinviato all’infinito nel tempo.

Continuare a dire che tanto il territorio è già devastato, che questa è l’ultima occasione a disposizione, che solo un intervento esterno ci può salvare ha la funzione di assoggettarci.
Quando cederemo al Ponte cederemo davvero all’ultima possibilità di un
pensiero autonomo di e su questi luoghi.
Se è vero che non si può difendere ciò che non sia ama, Matteo Bottari ci dà una mano nella lotta contro la grande infrastruttura perché ci aiuta ad amare questo pezzo di terra in cui ci è toccato di vivere.