29 Settembre 2009

Un milione di disoccupati

di Arturo Scotto

Ma che avrà pensato quel milione e mezzo di disoccupati in più, dopo l’annuncio di Berlusconi ieri pomeriggio ? Resterò per sempre, dichiara; gonfiando il petto e facendo rullare le corde vocali, il Cavaliere. Resteremo per sempre con l’assegno di disoccupazione, avrà sospirato quel 52 per cento in più di persone che ne ha fatto richiesta quest’anno. Questi i dati nudi e crudi offerti dall’Inps ieri mattina . Questo il biglietto da visita della destra italiana a pochi mesi dal giro di boa della legislatura. Un quadro della crisi drammatico, nonostante i roboanti annunci di ripresa dell’economia offerti dal governo di centrodestra. La recessione non passa ed oggi, assume le sembianze di una disoccupazione di massa, che scava nella carne viva del paese rendendolo più povero ed impaurito. Non e’ più solo la generazione di precari a subire l’onta della instabilità, la paura di stare a spasso. Sono i lavoratori garantiti che oggi vivono l’angoscia della solitudine delle fabbriche che chiudono e del posto di lavoro che si volatilizza. L’Inps dipinge un quadro a tinte fosche, una cassa integrazione decuplicata rispetto al 2007 e nessun segnale di uscita dalle difficoltà. Gli ammortizzatori sociali sembrano l’unica risposta da offrire, un tampone che rischia di essere permanente. E’ evidente che in tempi di crisi non c’è alternativa a misure straordinarie di sostegno al reddito, ma un paese come l’Italia non regge a lungo in questa condizione. Tremonti afferma, durante un convegno l’altra mattina a Napoli: non si esce dalla crisi senza una ricetta per il Mezzogiorno. Il ministro dell’economia rispolvera la vecchia idea di una banca del sud (buona sulla carta, orfana di contanti) per finanziare le grandi opere. Una misura tipicamente keynesiana per aumentare la domanda e mettere persone a lavorare. Ma come si puo’ affermare questo, se in un anno e mezzo l’unica misura che aveva dato un po’ di fiato alle imprese ( il credito di imposta) non e’ stata rifinanziata? Certo, c’è lo scudo fiscale, che consente il rientro di capitali dall’estero: una misura che dialoga, paradossalmente, con una parte di società meridionale: quella che vive dei proventi della criminalità per la precisione. Saranno loro a risollevare il Pil di quest’area del Paese ? Forse lo scudo fiscale in Campania, in Calabria, in Sicilia, suona come una sorta di  «arrivano i nostri »? il rischio che dalla crisi si esca con  una desertificazione ulteriore della civiltà del lavoro, del paesaggio sociale e del compromesso civile che ha conosciuto questo paese, è reale. Un paese senza apparato produttivo e che si alimenta con i sussidi sociali puo’ subire nel lungo periodo una mutazione genetica profonda. Forme di disgregazione che generano una società civile inattiva ed insensibile verso qualsisasi forma di mobilitazione democratica collettiva. Aumenteranno le manifestazioni sopra i tetti, ma si spegnerà qualsiasi ipotesi di conflitto sociale a largo raggio. Una società armonica, con qualche addentellato isolato che protesta e minaccia di darsi fuoco. Se esiste una sinistra, se è quel partito della giustizia sociale di cui parla Oskar Lafontaine, forse è ora che batta un colpo.