LA GRANDE OPERA

di Alberto Ziparo

b-La grande confusione

Insieme all'indignazione e all'orrore per la tragedia annunciata monta la rabbia per la stupidità e l'insipienza di un governo – e più in generale delle governance ai diversi livelli – che, a fronte di territori sempre più compromessi e sempre più stressati dalle alterazioni climatiche, non sa far altro che tagliare i fondi per la difesa del suolo dal rischio sismico e idrogeologico.

Si tenta goffamente di occultare politiche territoriali e ambientali disastrose e fallimentari con le promesse o sempre più spesso, il semplice reiterato annuncio di grandi opere, inutili se non dannose. Ma soprattutto da non realizzare.

Le vallate del Messinese e del Catanese, flagellate in queste ore da frane e dissesti, erano state alluvionate già due anni fa, nel 2007 – per fortuna allora senza vittime. Ma quel segnale, pure notevole, è stato colpevolmente ignorato. Anzi le scelte dei governi, nazionale e regionale, sono andate in direzione opposta.

Eppure non sono più solo gli specialisti a denunciare che per la Sicilia, per la Calabria, per il Mezzogiorno in generale, la prima urgentissima grande opera è la messa in sicurezza del territorio: la difesa dal rischio sismico – che quando si trasforma in evento è irreparabile – ed idrogeologico, più frequente, come oggi gravemente dannoso.

Tutto ciò è accentuato dal surplus di energia nell'atmosfera, dovuta all'effetto serra, che trova territori sempre più fragili, indifesi, stressati dall'abbandono della cura da agricoltura diffusa e dal crescente, pervasivo, inarrestabile sviluppo dell'urbanizzazione.

Le zone interne della Sicilia e del Mezzogiorno sovente presentano condizioni geomorfologiche complicate, soprattutto dalla fine del lavoro sul patrimonio boschivo e rurale, con il conseguente mancato controllo dell'acqua.

Che spesso è poca, ma improvvisamente precipita in forma concentrata e alluvionale. Terreni degradati, incolti, dimenticati, diventano montagne di fango che disastrano ulteriormente versanti, già deboli, spesso segnati da vecchie frane, che si allargano e formano autentiche valanghe melmose che si riversano in un attimo sui territori sottostanti. Le immagini che in queste ore arrivano dal messinese ricordano infatti gli eventi del '98 a Sarno. Il disastro si accentua allorché le antiche vie di fuga dell'acqua alluvionale sono bloccate da insediamenti

abusivi e non, ma tutti urbanisticamente folli, che ne arrestano la corsa, esasperando la formazione di vasconi di melma, che arrivano a toccare i piani rialzati dei villaggi, aggravando l'effetto disastroso dell'evento.

In generale, l'abbandono delle aree interne e il rigonfiamento ipertrofico degli insediamenti di pianura e di costa hanno accentuato gli squilibri ambientali, distruggendo gli apparati paesistici dei territori, negandone insomma la parte viva, «organismica». Gli incendi che hanno colpito molti versanti e tanta parte del patrimonio boschivo hanno ulteriormente ferito contesti dallo status ecologico già pesantissimo. Il contraltare di tutto ciò è l'alluvione «da troppo cemento» delle città: in queste ore molte vie di Palermo sono trasformate in stagni lordi e maleodoranti, in cui galleggia di tutto, escrementi e rifiuti.

Eppure la Sicilia aveva tentato non facili svolte nelle politiche di difesa del suolo. Il Piano paesaggistico regionale presenta indirizzi di forte riqualificazione ambientale, proponendo addirittura il restauro di vasti brani dei diversi contesti. I Piani di Ambito paesaggistico trasformano questo in prescrizione, dettami addirittura ordinativi per le istituzioni ai diversi livelli. Ma poi lo stesso governo regionale si taglia le risorse per la difesa del suolo.

Pratica che, in forma più accentuata, costituisce la cifra dell'esecutivo nazionale: il paesaggio, l'ambiente e la sicurezza territoriale sono trattati dai rispettivi ministri, se possibile, peggio della Scuola e l'Università dalla Gelmini.

A tutto ciò è perfettamente funzionale la Protezione Civile – subito giunta sui «teatri interessati» - che dovrebbe gestire l'emergenza e poi sgombrare, e invece resta a governare le condizioni strutturali di catastrofi sismiche o idrogeologiche, senza alcuna competenza di pianificazione urbanistica o paesaggistica. Se si limitasse a fare rispettare le sue stesse prescrizioni, la Protezione Civile forse non farebbe male: già nel 2007, infatti, per le zone disastrate oggi aveva dettato la «assoluta necessità di urgente messa in sicurezza dei suoli»; salvo poi avallare scelte affatto diverse.

Giampilieri, Molino, Scaletta e gli altri centri del messinese colpiti erano dunque già stati oggetto di catastrofe due anni fa: hanno atteso fino ad oggi interventi, promessi addirittura come obbligatori dal sistema decisionale. Il governo invece ha tagliato i fondi FAS per la difesa del suolo, arrivando a bluffare come un qualsiasi gambler: nello stesso giorno ha cancellato 1,3 miliardi di euro veri, già operativi per infrastrutture urgenti e attrezzature territoriali in Sicilia e Calabria, annunciando al loro posto l'avvio del finanziamento del progetto del Ponte sullo Stretto: ma con soldi finti, cioè con fondi di competenza, non di cassa (che infatti non ci sono già più). Aspettiamo prossimi annunci.