Mezzogiorno negato

di Raffaele Aurisicchio

Nella logica della maggioranza di destra, per come è strutturata e  per il blocco sociale a cui fa riferimento, non c'è spazio per una efficace politica diretta allo sviluppo e alla rinascita del Mezzogiorno.  Lo dimostrano efficacemente le decisioni assunte ed i provvedimenti varati nei trascorsi 18 mesi di governo. Al Sud hanno venduto il fumo del federalismo fiscale che, nella propaganda della destra e dei leghisti, sarebbe la via per favorire finalmente l'avvento della fase della responsabilità e del comportamento virtuoso delle istituzioni meridionali, ma che in realtà nasconde la sostanza di una nuova ripartizione della spesa pubblica destinata a trasferire sempre meno risorse verso il Mezzogiorno. Si dirà, ma questo è di là da venire. Sì, ma la pratica della sottrazione di fondi alle aree meridionali non sarà solo per il futuro. Essa è stata già concretamente applicata in questi mesi con il dirottamento di oltre 12 miliardi di fondi FAS (fondi per aree sottoutilizzate, destinati cioè al Mezzogiorno) verso capitoli di spesa molto diversi, dall'ICI all'Abbruzzo.
Proprio martedì scorso la materia è stata oggetto di una discussione al Senato che si è conclusa con l'approvazione di una mozione della maggioranza che, per ottenere il voto favorevole della Lega, ha dovuto concedere alla stessa l'inserimento nel testo di un passaggio sulla contrattazione decentrata che va nella direzione di “quel maggiore adeguamento dei salari al costo della vita sul territorio” che nelle intenzioni di Bossi preclude al ritorno delle “gabbie salariali”. Sottrazione di risorse ed assenza di una efficace politica per fronteggiare l'acuirsi della questione meridionale, questa è stata la concreta linea del governo in questo primo scorcio di legislatura. La propaganda però non deve fermarsi. Occorre trasmettere l'immagine di un governo fattivamente attento rispetto alla condizione in cui versa il Sud, capace di indicare una linea per il suo riscatto fatta di proposte e soluzioni praticabili. E da Napoli, nel corso di un apposito convegno sul Mezzogiorno, si fa carico di questa necessità il ministro Tremonti mettendo in campo tre nuove proposte: istituzione di zone a burocrazia zero, potenziamento del Consiglio nazionale delle ricerche, realizzazione della banca del sud. In realtà proprio nuove queste proposte non sono. Di istituire zone franche se ne parla da qualche anno, adesso c'è la novità della cancellazione in queste aree di ogni obbligo ed adempimento rendendo concreto il rischio che possano trasformarsi in veri e propri paradisi per attività illegali e criminali. Anche per la banca del sud se ne parla da qualche, ma finora non si è approdato a nulla di concreto e di interessante. Risulta poi difficile prendere atto che questo governo possa nutrire la concreta volontà di potenziare l'attività del CNR vista la scarsa attenzione manifestata verso il mondo della conoscenza e della ricerca e visti i tagli operati nel settore. Lo stesso Tremonti non pare molto convinto della efficacia delle sue proposte, tanto che è stato costretto ad aggiungere che, se queste non dovessero essere sufficienti, c'è sempre la possibilità di fare ricorso alla istituzione della fiscalità di vantaggio per l'impiego dei depositi bancari per iniziative sul territorio. Come si vede indicazioni generiche e fumose, annunci, tentativi di guadagnare tempo. Ma nel Mezzogiorno, per la condizione di grave allarme sociale e di forte rischio democratico cui siamo giunti, c'è ancora tempo? Tutti gli indicatori, tutte le ricerche e i rapporti, a partire da quello della Svimez, ci dicono che il tempo sta via via scadendo e che c'è il rischio che la rotta del lento scivolamento verso il degrado ed il sottosviluppo non possa essere più invertita. Di questa consapevolezza si fanno forza i vescovi della CEI   quando, nella bozza di documento sull'azione della chiesa nel Mezzogiorno che sarà approvato nel corso dell'assemblea di Assisi dal 9 al 12 novembre prossimi, denunciano il silenzio che avvolge la questione meridionale e l'emergere, accanto ai gravi problemi di natura economica e sociale, di “questioni legate all'esercizio di attività amministrative e alla caduta del senso civico della popolazione”. Mi pare una base di partenza corrispondente alla gravità della situazione che nel Mezzogiorno, oltre all'emergenza sociale, propone una emergenza democratica ed istituzionale. A queste emergenze la destra, come si vede, non è in grado di dare risposte. Rischia di non essere all'altezza nemmeno il centro sinistra se nel Mezzogiorno non sarà in grado di produrre nette discontinuità e rotture rispetto alle politiche  e agli atteggiamenti di questi anni. Di questa necessità deve farsi carico anzitutto la sinistra che, proprio dinanzi alla grave realtà del Sud, è chiamata a dare senso alla parola d'ordine “una nuova sinistra per un nuovo centro sinistra”.