Giampilieri / Scaletta: un dramma che ne annuncia altri

di Giovanni Tornesi

Castello di Federico II - Scaletta Zanclea (www.comunescalettazanclea.it)

Il governo sarà pure ladro, ma non è il solo. Arrivano 300 millimetri di pioggia, le colline a Messina dalla frazione Santa Margherita fino al comune di Scaletta Zanclea – direzione Catania – le colline sono interessate da una serie di frane che ri riversano, sotto forma di fango – che ricorda la lava dell’Etna – sulla abitazioni sottostanti. Ma proprio sottostanti, quando non attaccate alle stesse colline. Morti, feriti, danni ingenti sono la naturale conseguenza – certo drammatica, straziante, ma naturale; dove naturale significa che tiri e tiri la corda arriva il momento che si spezza.

Una volta un amico geologo mi spiegò che una montagna ha l’aspetto di forza fermezza, ma è anche essa legata al principio di stabilità; cioè scavi e scavi e non succede niente, poi togli un secchio di sabbia e viene giù con gran fragore. Con questo esempio il mio amico mi voleva dire che la causa della frana non è l’ultimo secchio di sabbia tolto, ma la miriade di secchi che sono stati tolti
prima. Basterebbe di scavare e pensare a curare la stabilità della montagna assicurando la presenza di quegli elementi che la mantengono stabile. Regimare le acque.

Giampilieri (http://salvorestuccia.giampilieri.eu)

Avvalendomi della mia esperienza trentennale nel Corpo Forestale della Sicilia, mi permetto di fare una piccola – e forse anche presuntuosa – analisi dei fatti accaduti a Messina e Scaletta Zanclea.
Inizio dall’alto, dalle colline, perché in questo caso sono la base del problema e l’origine del fango.
Dico subito che il fenomeno di Giampilieri potrebbe non essere finito, successive piogge potrebbero provocare altri smottamenti e frane; ma il maggiore movimento – quello che ha permesso alla collina di ritrovare la sua stabilità – dovrebbe essere avvenuto. Uno studio appropriato fatto da esperti potrebbe dirci se, dopo la frana, la parete ha un’inclinazione ed una compattezza sufficiente, quindi stabile.

Ma gli eventi franosi sono stati diversi e potrebbero presentare un elevato indice di pericolosità. Mi riferisco alle colline sopra i centri abitati di Santa Margherita e Briga marina del comune di Messina. Da una prima ricognizione, pare che il movimento franoso non ha diminuito la pendenza esistente prima del fenomeno, quale sarà adesso il grado di stabilità di quelle colline? Temo che
il ripetersi degli smottamenti è possibile.

Per fare una seria – non pretendo dotta – valutazione dobbiamo considerare le forti piogge solo “l’ultimo secchio” e guardare più attentamente alle cause forse meno evidenti che si possono sintetizzare in poche parole: “regimazione delle acque” “assetto idrogeologico”, alcune cause di perdita di stabilità delle colline – di qualsiasi collina ed in ogni dove ed ancor più in territori con caratteristiche simili a quella dei Peloritani:
1 – abbandono delle coltivazioni delle colline e delle pendici. E’ ragionevole pensare che l’agricoltura praticata sulle pendici – una volta alla base e/o utile all’economia delle famiglie, ma oggi poco economica – ha sconvolto l’assetto idrogeologico; cioè l’acqua non è più regimata dal contadino che difendeva le sue colture e di conseguenza la stabilità del terreno. Il fatto che le case di Giampilieri sono insediate in quel territorio da qualche centinaio di anni, dà il valore dell’agricoltura collinare.

2 – incendi. L’abbandono delle colline si è sommato agli incendi, i quali distruggono il tentativo della natura di crearsi una sua regimazione attraverso la costituzione della cotica erbosa prima, della macchia mediterranea dopo, del bosco poi. Tutte fasi che dal soprassuolo nudo perché coltivato, arrivano al consolidamento del soprassuolo ed alla difesa dello stesso dalla violenza delle piogge. La vegetazione, secondo che sia cotica erbosa, macchia o bosco, non permette alle piogge di incidere il terreno e di provocare il dilavamento del soprassuolo che, possiamo dire è la prima micro-frana. Quindi la vegetazione trattiene il soprassuolo, rallenta lo scorrimento ed allunga il tempo di corrivazione (tempo che impiega una goccia dalla sua caduta per arrivare al mare). L’incendio non permette che la natura realizzi le sue difese, facendo permanere lo stato di nudità del soprassuolo, grazie alla quale un piccolo acquazzone provoca dilavamento, una burrasca smottamento, un forte temporale frane e drammi. Va da sé che dare fuoco per creare del buon pascolo non è un fatto economico, non si può considerare un’attività agricola. Questa antica pratica è ormai considerata scientificamente dannosa per lo stesso pascolo perché impoverisce il terreno.

Alle cause dette, si aggiunge l’abusivismo edilizio. Questo fenomeno è il metro della scarsa cultura, non solo ambientale, ma anche delle più elementari norme di sicurezza. Quasi come in uno stato di “spiritualità” realizzano il loro sogno o legittima aspettativa – penso ai tanti che costruiscono la loro casa con grandi sacrifici – non si curano del pericolo che incombe selle loro abitazioni.
Vedere case anche a più elevazioni, appollaiate su costoni ed in mezzo ai torrenti è da brivido. Casi del genere dalle nostre parti non sono rari. Costruire in mezzo ad un torrente – o anche nelle prossime vicinanze – è come sdraiarsi in mezzo ad una strada nel deserto, le auto passano raramente, forse una ogni decina d’anni, ma quando passa certo ti schiaccia.

Dopo il dramma si cerca il colpevole, come se trovandolo tutto ritorna al suo posto. Non è così, sarà stata fatta giustizia, ma i morti non ritornano e nulla è stato fatto per impedire che ce ne siano altri. E poi il colpevole ha tante facce: l’incendiario, l’abusivo, il preposto al controllo, chi ha condonato, chi non ha demolito o fatto demolire, in definitiva tutti noi. E tutti abbiamo un nostro interesse: l’abusivo lo fa per avere una casa, il controllore non denuncia per non farsi un nemico o trasformare un amico in nemico, chi concede il condono per farsi un amico o per fare un favore ad un amico o per un voto, chi non ha fatto demolire per non perdere gli elettori.

Il rispetto del dolore è dovuto e sentito ed è comprensibile inveire contro i colpevoli politici mentre si scava alla ricerca dei propri cari. Ma quale sarebbe stata la reazione delle stesse persone, prima del dramma, se un amministratore avesse detto che non è possibile tecnicamente fermare la collina quindi bisognava abbandonare le loro case? Che le case costruite nel torrente – punendo chi le ha sanate al risarcimento – si devono abbattere? Immagino che il governo sarebbe stato sempre ladro, facendo finta abbia torto Venditti e non viviamo in questo mondo di ladri.

Credo proprio, i lavori di cui si parla non avrebbero assicurato alcuna soluzione del problema, né a Giampilieri né altrove. Le colline sono Peloritani ed i Peloritani – mi hanno insegnato – vivono la loro vita. Si devono curare costantemente – regimando le acque, allontanandosi dalle pendici, curando il soprassuolo, ecc. – ma non si possono costruire barriere per fermare la vita dei monti o arginare i loro corsi d’acqua. E’ l’uomo che deve adattarsi e non il contrario. Per dare un’idea dei Peloritani faccio un esempio: fra le cose da fare che appaiono più ragionevoli ho sentito l’imboschimento; bene, sui Peloritani non è sempre utile, infatti se le pedici sono stabili e con
pendenza non eccessiva, si può tentare, ma nelle pendici di Giampilieri e Santa Margherita il peso del bosco potrebbe provocare la frana. Certo non avverrebbe l’indomani della piantumazione e nemmeno dopo due o dieci anni, ma solo quando gli alberi raggiungeranno un peso sufficiente a far
perdere la stabilità della pendice.

Alcune proposte.
E’ ormai certo che l’abbandono delle campagne è un problema di pubblica sicurezza ed incolumità provocando costi per la comunità elevatissimi:
a) gli incendi attraverso i terreni abbandonati arrivano ai centri abitati e provocano vittime e danni ingenti;
b) le frane provocano drammi anche peggiori.
Intervenire per ridurre le aree abbandonate, almeno quelle limitrofe ai centri abitati, attraverso incentivi per la loro tenuta secondo le norme del vincolo idrogeologico; avvalendosi delle norme vigenti per interventi forzati in caso di non adempimento da parte dei proprietari.
Anteporre ogni autorizzazione a valutazione idrogeologica, impedendo ogni tipo di sanatoria che abbia rilevanza negativa con la stabilità del suolo e la regimazione delle acque, rendendo obbligatorio l’abbattimento della stessa.
Aumentare il controllo del territorio.