Alle origini della tragedia siciliana

di Tonino Perna

Come da copione, d’estate abbiamo
gli incendi e in autunno le alluvioni,
e sulla scena politica assistiamo
sempre allo stesso spettacolo
che si chiama «emergenza». Ma, fenomeni
che si ripetono puntualmente
ogni anno, con una variabilità relativa
solo alla conta dei danni umani e materiali,
acquistano il sapore di una tragica
normalità che richiede risposte non
emergenziali, ma «strutturali» che vadano
ad incidere sulle cause del disastro
ambientale.
Non sappiamo ancora quanti siano i
morti dell’alluvione che ha colpito la zona
sud della città di Messina,ma sappiamo
che questa tragedia annunciata ha
un nome e un indirizzo. Il nome è noto:
dissesto idrogeologico. L’indirizzo va ricercato
nelle pagine nere della governance
del territorio, di tutti i poteri grandi
e piccoli che hanno lasciato per decenni
che le colline e le montagne del
nostro paese si sbriciolassero come neve
al sole.
Il ministro Prestigiacomo ha dato dei
numeri: occorrerebbero 40 miliardi di
euro per mettere in sicurezza il nostro
territorio. Una cifra enorme, dove li
prendiamo? Ergo, rassegniamoci a vedere
in televisione la prossima emergenza
e a piangeremorti e dispersi. Ma, se andiamo
a indagare da dove vengono fuori
questi dati allora scopriamo che sono
la sommatoria dei centinaia di Pai (Piani
di assetto idrogeologico) di cui si sono
dotate le regioni italiane, e per cui si
sono spesi, in consulenze, centinaia di
milioni di euro. Questi piani prevedono
la messa in sicurezza del territorio con
tecniche estremamente costose e di
dubbio impatto ambientale. Prevedono
l’uso massiccio del cemento per gabbioni
di contenimento, dighe sui fiumi e
torrenti, e altri massicci interventi di
contenimento delle zone franose. Un
piccolo,ma significativo esempio di questo
tipo di intervento ce l’ha offerto la
cronaca di questi giorni. A Giampilieri
l’unico intervento della Protezione civile,
costato 40 mila euro, è consistito nella
costruzione di un gabbione di metallo
e cemento per trattenere la frana che
incombeva minacciosa sul paese. Risultato:
il gabbione si è trasformato in una
grande palla di cannone, che la forza dell’acqua
ha spinto a valle contribuendo
ad aumentarne l’impatto micidiale.
Esiste un’altra risposta che si fonda
sulla storia del nostro territorio, soprattutto
in quello dell’Appennino centromeridionale
che presenta i più alti livelli
di rischio idrogeologico.
Infatti, all’origine del dissesto
idrogeologico c’è un processo di
mercificazione della terra che
comporta, da una parte, un eccessivo
sfruttamento delle aree di pianura, e dall’altra
l’abbandono di quelle terre che
non hanno più un valore di mercato significativo.
L’aveva intuito un grande meridionalista
come Francesco Saverio Nitti:
«In passato il potere regio nel Mezzogiorno
resistendo alle tendenze usurpatrici
dei baroni feudali, volle dotati i Comuni
di demanio boschivo, affinché la
popolazione rurale vi esercitasse gli usi civici
(…) . L’antico regime intese tutta
l’importanza dei boschi e ne curò ammirevolmente
l’amministrazione, incardinando
con felice intuito le due gestioni
pubbliche dei boschi e delle acque in
un’unica direzione. Ma nei tempi più recenti
, un malinteso liberismo economico
, l’ingordigia momentanea irrefrenata,
le ristrettezze finanziarie condussero
ad una rapidissima distruzione della
maggior parte dei boschi medianti svincoli
e tagli e vendite dal Demanio ai privati»
(Scritti sulla Questione Meridionale,
pagina 70).
Così i privati tagliarono i boschi (due
terzi delle foreste furono distrutte in Calabria
e Basilicata), vendettero il legname e
piantarono il grano. Dopo qualche anno
la fertilità eccezionale del suolo vergine
venne meno e queste enormi estensioni
di terra furono abbandonate. Le conseguenze
furono catastrofiche: alluvioni come mai
si erano viste e il ritorno della malaria
a valle e nelle pianure. «Un’economia
più selvaggia e distruttiva -concludeva
Nitti- non si potrebbe immaginare».
Oggi, ci ritroviamo in una condizione
analoga a quella descritta dal grande meridionalista
un secolo fa. Dopo mezzo secolo
di emigrazione dalle zone collinari e
di montagna, dopo l’abrogazione degli
usi civici, queste terre sono diventate res
nullius. Al massimo possono servire come
discariche, meglio se di rifiuti tossici
e radioattivi perché rendono di più. L’abbandono
dei terrazzamenti, frutto di duro
lavoro secolare, la perdita dei saperi
contadini sulla canalizzazione delle acque,
sui muri a secco, sulle essenze più
adatte all’ambiente, ci ha portato a questa
situazione di disastro idrogeologico
generale.
Come uscirne? la risposta non è tecnica,
ma sociale e politica. Occorrerebbe
una nuova Riforma Agraria fondata sui
bisogni e la coscienza di questo secolo,
non per ridare terre marginali a contadini
inesistenti, ma per ridare dignità e valore
all’opera di cura del territorio, di manutenzione
e di salvaguardia. Ci serve un
nuovo rapporto tra gli enti locali e il privato
sociale fondato sul principio dei contratti
di responsabilità territoriale. Un affido
della manutenzione nelle aree a rischio
che ristabilisca una filiera delle responsabilità.
Chi scrive ha potuto dimostrare sul
campo, nella gestione del Parco nazionale
dell’Aspromonte, come questi contratti
di responsabilità territoriale funzionino
nel caso della lotta agli incendi. Un
metodo che è stato fatto proprio anche
da altri parchi nazionali, a cominciare
dal Pollino, e che continua a funzionare
dove viene correttamente adottato. Ritengo
che questa esperienza valga anche
per il contrasto del dissesto idrogeologico.
Non ci servono misure straordinarie
e grandi investimenti, ma la cura quotidiana
dei luoghi più fragili. A casa nostra
sappiamo che non serve fare la pulizia
straordinaria una volta l’anno, se non ce
ne occupiamo ogni giorno.
Ci siamo dimenticati che la terra è la
nostra casa comune e non ne abbiamo
una di ricambio.