15 Ottobre 2009

Ridateci i soldi del Ponte

di Luigi Sturniolo

Nella piattaforma della manifestazione contro il Ponte sullo Stretto dell’otto agosto avevamo messo al primo punto la richiesta di utilizzare le risorse economiche destinate alla grande infrastruttura per la messa in sicurezza sismica ed idrogeologica del territorio.
Dopo la tragedia del primo di ottobre, la richiesta è diventata addirittura ovvia da parte di larga parte dei cittadini.
E’ per questo che dal momento del disastro stiamo assistendo a continui pronunciamenti finalizzati a giustificare l’impiego di soldi pubblici per il Ponte anche in presenza di evidenti altre priorità.
I sostenitori del Ponte (ministro Matteoli in testa) sostengono che il Ponte lo si costruirà con i soldi dei privati e, quindi, non è possibile utilizzare quelle risorse per la tutela del territorio. Lo dice mentre dice che i cantieri del Ponte verranno aperti a gennaio, anzi no, a dicembre.
Farebbe bene ad essere più chiaro.
I cantieri che dicono di voler avviare riguardano le opere collaterali e compensative. Per queste il Cipe ha previsto l’utilizzo di 1,3 miliardi di euro che dovranno essere stanziati, a detta del ministro stesso, di finanziaria in finanziaria.
Questi sono soldi pubblici e non si capisce per quale motivo non potrebbero essere utilizzati per una grande opera davvero utile per l’area dello Stretto come la messa in sicurezza del territorio e degli abitanti.
Si tratta solo di una scelta politica.
Il ministro ha anche detto che se le opere propedeutiche al Ponte previste fossero state già realizzate avrebbero mitigato i danni subiti a causa delle recenti frane. E per quale motivo nuove strade, nuovi viadotti, chilometri e chilometri di gallerie in pieno centro cittadino, una nuova stazione ferroviaria in una delle zone più abitate, enormi quantità di materiali di scavo da collocare in discariche dovrebbero ridurre e non aggravare il rischio idrogeologico?
Ma anche sui soldi dei privati il ministro farebbe bene ad essere più chiaro. Dovrebbe dire, piuttosto, che sarebbero le banche a raccogliere il capitale da investire. Ma visto che il Ponte non sarebbe profittevole, perché anche gli scenari più ottimistici proposti dagli advisor sarebbero oggi paradiso (e, infatti, i transiti nello Stretto sono in calo), chi pagherebbe il crack finanziario. Sarà lo Stato, cioè i contribuenti, a pagare (come sempre) o saranno i risparmiatori che avranno acquistato titoli collegati al Ponte che resteranno col cerino in mano?