2 Novembre 2009

SIAMO ANCORA I “FIGLI” DI CESARE BECCARIA ?!

Giovedì 22 Ottobre alle ore 6,20 muore Stefano Cucchi.                                                       

Per il referto è “morte naturale”; ma nelle visite mediche effettuate negli ospedali e nell’ambulatorio del Palazzo di Giustizia durante la sua detenzione, vengono riscontrate “lesioni ecchimotiche in regione palpebrale, in regione sacrale coccigea e arti inferiori, tumefazione del volto e algia della deambulazione”.                      Questo è il 146°caso dall’inizio dell’anno di morti dietro le sbarre, di cui 9 decessi solo a ottobre; i suicidi ,solo in quest’anno, ammontano a 61 casi ,di cui l ‘ultimo è della brigatista Diana Bleferi , senza menzionare poi i tanti casi di violenza  accertati e ancor di più i tantissimi sconosciuti.                                                                               

Tutto ciò lascia perplessi ,poiché tali casi allontanano sempre di più il nostro paese dallo “STATO di DIRITTO”, dal rispetto dei DIRITTI UMANI e dal sacro e laico valore della non violenza.                                                                                                         

Il nostro sistema penitenziario è una vera bomba ad orologeria, nonostante l’Italia abbia un regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario, che avrebbe dovuto migliorare le condizioni dei detenuti, insieme alla vecchia legge “Gozzini”; invece oggi sono ancora riscontrabili dati degni di un sistema presente in un paese  lontano dal modello civile europeo.                                                                                        

Per ciò che concerne le celle, l’89,4% dei detenuti non ha la doccia; il 69,31% non ha acqua calda; il 60% non ha il bidet; il 12,8% non ha un bagno collocato nella propria cella; il 55,6% vive in luoghi dove non sono consentiti colloqui in spazi all’aria aperta; l’82,6% non ha cucine ogni 200 persone; il 29,3% non può direttamente accendere le luci dall’interno della cella in quanto gli interruttori si trovano all’esterno; il7,69% ha celle dove non c’è sufficiente luce naturale per le schermature alle finestre; il 18,4% ha luce intensa durante la notte; il 64,39% non ha un mediatore culturale.                                                                                                                           

Nelle nostre carceri ci sono 42.268 poliziotti penitenziari in organico, di cui solo 39.482 sono coloro che lavorano effettivamente per l’amministrazione, segnalando una mancanza d’organico per 64.979 detenuti, di cui 20.000 di troppo rispetto allo standard d’accoglienza.                                                                                                                         

Nel 2008 oltre 21.ooo persone sono entrate in carcere per violazione della normativa sugli stupefacenti, quasi il 40% dei detenuti.                                                                          

Tale normativa, contenuta nel D.P.R. n°309/1990 modificata con la legge n°49/2006, detta “Fini/Giovanardi”,contenente l’inasprimento delle sanzioni per le condotte di produzione, traffico, detenzione e uso di droghe , eliminando le distinzioni tra droghe leggere ,come la cannabis, e droghe pesanti, come l’eroina.                                                    

 Confondendo totalmente le figure dello spacciatore e del consumatore, spettando solo al giudice di stabilire dal criterio quantitativo della sostanza le condotte dei due in esame, comportando una prassi orientata alla condanna morale e a un rigido divieti di consumo, che come conseguenza hanno l’aumento di tossicodipendenti nelle carceri rispetto alla loro vera destinazione che dovrebbero essere le comunità terapeutiche.                             Infatti diminuisce il numero delle persone che vanno in comunità, che come risultato dà solo il forte tasso di recidiva di chi esce dalle carceri sia per poter rientrare in prigione che nel consumo.                                                                                                       

Molti detenuti sono cittadini immigrati ,già vittime della legge “Bossi/Fini”, e oggi del “pacchetto sicurezza”del Ministro Maroni, che prevede il carcere per la sola condizione di clandestinità.                                                                                                         

Questi sono ancora più discriminati poiché vengono assegnati meno arresti domiciliari, minore capacità di difesa tecnica adeguata, arresti più facili solo per le identificazioni, mancanza di rispetto per le religioni di appartenenza, visto che non è sempre facile l’ingresso di imam, pope, bonzi e bramini nelle carceri per assistere i propri fedeli.                                                                                                                  

Per le detenute donne esistono solo 6 carceri femminili e 60 sezioni ospitate dentro carceri maschili, solo16 asili nido funzionanti per i loro bambini.                                           

Troppe le limitazioni alla concessione di benefici previsti come la detenzione domiciliare,  la salvaguardia del rapporto familiare con l’istituzione delle “case-famiglia protette”;senza parlare dei trattamenti subiti dalle detenute transgender spesso clandestine e prostitute che non hanno neanche l’ora d’aria o le rispettive celle perché vittime quasi sempre della transfobia dell’amministrazione penitenziaria.          

Il personale sanitario , educativo, sociale già carente è stato colpito dalle nuove normative distruttive del quartetto Alfano-Carfagna-Brunetta-Gelmini.                                                    

Nonostante la nostra Costituzione e le Convenzioni europee e dell’ONU ratificate, l’Italia ancora non ha nel Codice Penale il crimine di tortura e nel 2009 è stata condannata dalla Corte di Strasburgo per violazione dei diritti umani e per trattamenti degradanti e inumani.                                                                                             

L’Italia mantiene ancora 6 OPG (ospedali psichiatrici giudiziari), dove la competenza in materia di sicurezza è assegnata al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, mentre la parte sanitaria solo dal 2008 alle ASL, dove vige una confusione fra la cura e la repressione.                                                                                     

Il sovraffollamento delle carceri , uno dei motivi che generano le cattive condizioni di vita dei detenuti non si risolvono con l’edilizia o la privatizzazione della sicurezza penitenziaria o la repressione verso la dignità del detenuto o con le terrificanti navi carcere o nuovi padiglioni nei cortili delle carceri come prevede il “Piano Ionta” del Ministro Alfano; ma con la depenalizzazione delle droghe leggere e investimenti ai SERT per le tossicodipendenze, l’abrogazione delle leggi razziste e xenofobe, l’abrogazione della legge “Cirielli”che inasprisce le pene per i recidivi, la decarcerizzazione con pene alternative per reati minori, e  solo dopo la costruzione di moderni edifici che rispettano la vivibilità, la salute e la dignità del detenuto insieme a un personale più competente e civile che faccia ricordare il diritto sia a coloro che sono sotto vigilanza che a coloro che devono vigilare.                                                      

Quest’ultimo modello sarebbe sicuramente sostenuto da Cesare Bonesana, marchese di Beccaria.                                                                                                                     

Partendo dalla teoria contrattualistica ,dove la società si fondava su un contratto sociale che salvaguardava i diritti dell’individuo, garantendo pace e sicurezza,Beccaria sosteneva che il delitto era una violazione umana del contratto che apparteneva alla singola coscienza.                                                                                             

La società doveva autodifendersi ma proporzionalmente al delitto commesso e rispettando il concetto che non si può mai disporre della vita di un altro.   Infatti affermava: “la pena di morte è da eliminare poiché non impedisce i crimini ma li incentiva e partorisce.”; “la tortura fornisce dubbie confessioni, non serve a scoprire nulla.”; “l’ergastolo è il nome della pena di morte che attuano i popoli ipocriti;chi è costui che privando a vita la libertà ad un uomo si può classificare un uomo?”; “la pena non serve per punire ,ma per poter rieducare colui che ha commesso il delitto”.                                                                                                        

Tale visione illuminista purtroppo si è offuscata;spesso le politiche penitenziarie sono lo specchio del paese, sinceramente credo che per gli italiani infierire così ferocemente su chi ha sbagliato, serva come rito d’espiazione collettiva, anche perché è ridicolo pensare a un governo che legalizza l’illegale con condoni edilizi,ambientali, fiscali creando appositamente uno scudo e dialogando con forze reazionarie spesso anche proteggendole, possa fare poi la faccia feroce con deboli o gente che se ha sbagliato, forse lo ha fatto anche per poter vivere a causa delle numerose e crescenti disuguaglianze sociali.                                                               

Mi permetto di dire che anche nel nostro linguaggio, il termine carcere dovrebbe essere eliminato perché viola i nostri valori, poiché deriva dal verbo latino “coercio-restringere” derivato a sua volta dall’ebraico “carcar-tumulare”;e se qualcuno mi può tacciare di essere il solito benpensante di sinistra ,rispondo con una frase dell’italiano  (padano)Beccaria: “Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa.”;purtroppo aggiungo che molto spesso nel nostro paese ciò amaramente è avvenuto e ancora più desolatamente continua ad avvenire.                                                                                                                                                                                                                                           

Raffaele Scirocco

La drammatica condizione delle carceri italiane