Il testo che segue scaturisce da una delle tante “chiacchierate intorno al fuoco di bivacco” in Val Codera, che Carlo Valentini, “vecchio” capo scout ancora in attività, regala ai giovani capi che si ritrovano a completare il loro iter formativo in uno dei tanti luoghi previsti. Carlo Valentini è nato lo stesso anno del primo sopralluogo delle Aquile randagie in Val Codera (1939) e ha avuto il dono di conoscere e di fare attività con molti di quegli ex ragazzi: Baden, Vittorio, Morgan, Denvi e altri, compreso lo stesso Kelly, pur non avendo avuto da loro alcuna informazione. Con tutti i pregi dell’entusiasmo e i limiti della memoria.

Puoi farci un rapidissimo inquadramento storico?
Dal 1924, durante il periodo fascista, furono promulgate progressivamente delle leggi che annullavano o reprimevano tutte quelle forme associative diverse dall’idea fascista. Secondo questa idea, bisognava favorire la volontà e la formazione delle coscienze attraverso la realizzazione di un unico movimento, quello giovanile del Partito fascista. Venne così istituita l’Opera nazionale balilla (1926), che inquadrava i ragazzi fino ai diciotto anni: dagli otto ai quindici anni gli iscritti prendevano appunto il nome di “balilla”, quelli più grandi erano i “giovani fascisti”, mentre le ragazze, a seconda dell’età, erano chiamate “piccole italiane”, poi “giovani italiane” e successivamente “giovani fasciste”.
Agli inizi lo scoutismo fu tollerato, visto che l’Asci rientrava sotto l’ala protettiva della Chiesa cattolica; il regime ufficialmente non reprimeva, ma vennero messe in atto numerose azioni dissuasive e intimidatorie affinché i giovani e i capi confluissero nell’Onb.
C’era un clima che richiedeva di essere guardinghi, di agire con circospezione, stando ben attenti a non compromettersi troppo; tutto sommato, però, si riusciva ancora a “fare scoutismo”. Con il tempo la situazione diventò sempre più intollerabile, fino a quando il fascismo non decise di passare alle vie di fatto, decretando lo scioglimento dei gruppi scout oppure obbligando le associazioni scout del tempo a confluire nell’Onb, facendo credere che questo fosse un naturale prosieguo.
Nel 1928 lo scoutismo venne dichiarato ufficialmente disciolto con un regio decreto e tutti i gruppi dovettero chiudere le sedi, sciogliere le unità, riporre le insegne, chiudere nei bauli le uniformi.
Il fascismo cercava in tutti i modi di ispirarsi allo scoutismo nelle sue formalità e in particolare nella suddivisione per fasce di età del “percorso” di crescita, ma adottava soprattutto attività ginniche e atletiche e un inquadramento di tipo militare. Il regime totalitario non poteva che abolire un’associazione che invece educava all’autonomia e alla libertà, allo sviluppo della propria coscienza. Su questo piano agì sia nei confronti dei ragazzi che nei confronti degli adulti. Ad esempio, tanti capi scout decisero volontariamente di aderire, diventando istruttori dei gruppi balilla perché si illudevano di vedere una continuità tra questi due ambienti. Continuità che però era solo apparente, formale. Nello scautismo la formazione è indirizzata al servizio: quanto più uno ha una responsabilità nei confronti dei più piccoli, tanto più non esercita un comando, ma è chiamato a essere il primo a dare l’esempio e a testimoniare i valori in cui crede.
Nello stesso anno dello scioglimento forzato, il 1928, a Milano un gruppo di ragazzi decise di resistere e dunque di disobbedire a questa legge. Erano guidati o, meglio, trascinati, da un capo reparto, Giulio Cesare Uccellini, ventiquattrenne, e da un altro giovane capo -di cui ora si parla poco ma che ha avuto un grande ruolo nella storia delle Aquile randagie- Virginio Binelli, ventunenne. Uccellini e Binelli avevano capito fin dall’inizio la gravità di questa operazione e deciso di resistere personalmente:  proposero questa disobbedienza a un gruppo di ragazzi che coraggiosamente e, più o meno coscientemente, aderì.
Uccellini, un convinto “esploratorista” (capo reparto),  impostò la gestione dell’unità attuando il metodo delle squadriglie, pur avendo ragazzi di età superiore, chiamati “seniores” (ad esempio, Andrea Ghetti, il futuro Baden, divenne Ar già a 16 anni). Le Aquile randagie furono un reparto per tutta la durata della clandestinità.
Altri capi, pur non riuscendo a condividere assiduamente le attività, continuarono a essere sostenitori e, saltuariamente, parteciparono anche a campi e uscite.
La sfida fu quella di “durare un giorno in più del regime fascista”, senza sapere se e soprattutto quando il regime sarebbe finito, con la speranza di poter resistere fino alla fine.
In effetti questa sfida, questa resistenza durò ben 17 anni, per essere precisi 16 anni 11 mesi e 5 giorni, dal 1928 al 1945. Ci riuscirono grazie alla forte coesione creata dai capi, grazie alla loro “fede” e alle qualità e capacità personali.
Perché Aquile randagie?
Il nome è significativo: l’aquila è uno degli animali che più rappresenta l’idea di libertà, del volo alto alla ricerca di cieli limpidi... Purtroppo, anche certi regimi autoritari e totalitari  scelsero l’aquila come simbolo, anche a due teste, rappresentando in questo modo potere e ambiguità, ma, nonostante ciò, ha sempre rappresentato, nel bene e nel male, la decisione di “andare verso”.
“Randagie”, perché si resero subito conto che non avrebbero mai avuto una stabilità, una vera sede, un luogo fisso dove stare, dove riunirsi e sentirsi sicuri e protetti, infatti, bisognava sempre scappare e trovare nascondigli diversi per evitare il “nemico”; un randagismo nobile, che richiamava quel passo evangelico in cui si dice che “il Figlio dell’Uomo non ha una casa dove abitare, non ha un luogo dove poggiare la testa la sera”.
Questo gruppo di ragazzi  cambiò molte sedi nel corso delle proprie attività, servendosi della complicità di persone che avevano, più o meno nascostamente, la stessa intenzione, la stessa idea di reazione e di resistenza al regime. Forme di antifascismo più o meno evidenti furono attuate soprattutto con la complicità di sacerdoti che ospitarono questi ragazzi di volta in volta nella sede dell’Università Cattolica di Milano (dove operava Mons. Enrico Violi-Denvi, il primo assistente ecclesiastico), oppure nelle parrocchie o nelle cantine delle abitazioni delle stesse famiglie dei ragazzi.
Questo ci consente di dire che un antifascismo più o meno evidente c’è sempre stato anche nella Chiesa cattolica, nonostante gli accordi ufficiali di reciproca sopportazione e accettazione fra regime fascista e la gerarchia che hanno consentito l’esistenza dell’Azione Cattolica anche durante il ventennio fascista.
Comunque, domenica 22 aprile 1928, i reparti dei gruppi scout di Milano si radunarono per la cerimonia di scioglimento dello scoutismo e la deposizione delle fiamme (le insegne dei reparti), più che per obbedire al decreto del Governo, per aderire all’invito dei vescovi italiani di auto sciogliersi con dignità e non per coercizione.
Ma tra quelle fiamme ne mancava una. Quello stesso giorno, infatti, a Milano, nella cripta della chiesa del Santo Sepolcro (proprio di fronte alla Casa del Fascio), si riunirono alcuni ragazzi di diversi reparti scout e, sulla fiamma del Milano 2, Andrea Ciacio pronunciò la sua promessa scout davanti al capo reparto Giulio Cesare Uccellini. Kelly, questo il suo totem, affermò in quella occasione che una legge che andava contro i valori che si era impegnato a vivere con la promessa era ingiusta e che pertanto si sentiva giustificato nel disobbedirla.
Iniziò così la storia dello scoutismo clandestino, che possiamo considerare una delle diverse forme di antifascismo e una “resistenza” ante-litteram.
Quali erano normalmente le attività delle Aquile randagie?
Oltre le riunioni, le attività consistevano in uscite e campi estivi o invernali, che si svolgevano in località non troppo lontane da Milano, raggiunte spesso in bicicletta, come i parchi a nord della città, il parco delle Groane, oppure nelle zone di Erba, Lecco, ma anche lo stesso parco di Monza. I ragazzi si ritrovavano in abiti borghesi in alcuni punti di ritrovo (tipico quello delle colonne in piazza dei Mercanti) e poi si dirigevano in queste località dove si mettevano in uniforme, perché ci tenevano alla forma e allo stile scout -si vede chiaramente nelle foto e nei brevi filmati- poi mettevano un paio di persone a piantonare gli accessi di questi boschi per controllare che non arrivassero intrusi o fascisti.
I primi campi estivi, che duravano 8-10 giorni, furono in Valsassina, ma il luogo simbolo della loro esperienza fu la Val Codera, un luogo suggestivo, impervio e ricco di vita. Ancora oggi è una valle che si raggiunge solo a piedi e una delle poche dove ancora qualcuno ci vive stabilmente.
Per questi ragazzi trovare un luogo nascosto e difficile da raggiungere fu una fortuna perché normalmente per svolgere le loro attività dovevano nascondersi, non dovevano lasciare troppe tracce per non creare sospetti e doverlo fare poi ogni domenica, ogni settimana non solo era faticoso, ma molto pericoloso.  Tra i ragazzi delle Aquile randagie c’era Gaetano Fracassi, un alpinista già iscritto al Cai che conosceva molto bene le Alpi Retiche. Si racconta che nelle poche domeniche libere dalle attività scout lui, che faceva il tipografo, a mezzogiorno del sabato lasciava la tipografia, prendeva l’ultimo treno per Colico, poi a piedi andava fino a Novate Mezzola; arrivato qui, risaliva la valle praticamente di notte per arrivare al Rifugio Brasca (circa quattro ore di salita), dormiva qualche ora e all’alba faceva le sue scalate; poi scendeva e ritornava a Milano per essere il lunedì mattina di nuovo al lavoro. Gaetano, che considerava questa valle “il paradiso perduto” (la valle era pressapoco com’è oggi, forse più selvaggia) nel settembre del 1939  convinse i suoi capi, Vittorio Ghetti, Giulio Cesare Uccellini e Binelli a visitarla: scattò l’innamoramento e anche per loro iniziò la passione per la Val Codera, perché era il luogo adatto per fare del vero scoutismo e abbastanza riparato da occhi indiscreti e da spie.
Quali solo i valori che attribuisce all’esperienza delle Aquile randagie?
Il primo valore è paradossalmente quello della disobbedienza, che allora era un concetto del tutto rivoluzionario, addirittura poteva essere un’idea anarchica, di reazione irrazionale a un concetto morale come quello dell’obbedienza, ma ha anticipato tutto quello che è stato poi il discorso sull’obbedienza di don Milani. Un concetto che anche l’Agesci ha recepito nell’ultima versione della Legge, un piccolo capolavoro: “Lo scout e la guida sanno obbedire”; saper obbedire vuol dire saper discernere tra cosa deve essere obbedito e cosa deve essere disobbedito, quindi una forza interiore che consente di giudicare, di vedere, di capire se dietro l’obbedienza c’è un valore, qualche cosa per cui vale la pena spendere la propria vita.
Questi ragazzi, Kelly in particolare, Binelli e gli altri con lui,  decisero già allora che bisognava disobbedire, che i valori pronunciati con la “promessa” della Legge scout erano di molto superiori a quelli di una legge dello Stato.
L’adesione alla fedeltà al regime o la tessera fascista era, sì, un’adesione formale, ma la disobbedienza alle leggi fasciste creava problemi, perché non fare il giuramento al regime significava perdere il posto di lavoro nelle strutture statali, e dover poi trovare attività più modeste, oppure essere emarginati nelle professioni. Pochissimi ebbero il coraggio di dire di no.
Quindi i valori che questi ragazzi ci hanno lasciato con la loro esperienza sono stati la capacità di discernere e la forza di disobbedire, e infine una fedeltà testarda alla promessa fatta. Presa una decisione, in una situazione difficile, iniziarono una sorta di “grande gioco” dove in palio non c’era un premio, ma la propria libertà e, talvolta, la vita stessa; c’era in gioco un’idea di futuro.
Questo grande gioco durò più di 17 anni e la resistenza per qualcuno di loro fu totale. Per qualcun altro non fu possibile, per la chiamata alle armi, ad esempio. Il gruppo non rimase tale e quale dal ’28 al ’45, qualcuno lasciò, altri entrarono durante l’esperienza; chi ne mantenne la continuità furono i due capi che iniziarono l’esperienza, Binelli e Uccellini, appunto, e alcuni ragazzi che crebbero al loro interno.
Un’altra cosa importante per la storia dello scoutismo fu che i ragazzi della prima ora, che avevano più o meno l’età della Branca esploratori, crescendo impostarono le loro attività in modo da fare gruppo, cercando di difendersi da un contesto sociale e politico ostile con la volontà, il desiderio e l’aspirazione di non isolarsi dal resto del mondo giovanile e in particolare del mondo scout internazionale.
Furono capaci di avere rapporti internazionali intensissimi con le associazioni scout cattoliche d’Europa, in particolare con lo scoutismo cattolico francese e belga, anche se questi contatti difficilmente erano diretti, di solito avvenivano per posta o tramite amicizie personali. Questi rapporti con le altre associazioni diedero ricchezza alla loro esperienza che poi fu utilizzata dopo la Liberazione.
Un’esperienza molto valida fu quella dei due Jamboree, a cui riuscirono avventurosamente a partecipare con peripezie e  trucchi: in uno di questi raduni incontrarono Baden Powell (il fondatore del movimento scout), il quale diede la consacrazione ufficiale alla loro esperienza, indicando in Giulio Cesare Uccellini il capo e conferendogli non solo il Gilwell Wood Badge, ma anche la possibilità di formare e di nominare a sua volta capi, dando così all’esperienza delle Aquile randagie un carattere di ufficialità molto utile dal punto di vista della vita associativa.
Nel 1945 questo gruppo di ragazzi non fece fatica a far sì che si riaprisse la vita di un’associazione vera e propria: c’erano già pronti i quadri.
La “tenuta” e la crescita delle Aquile randagie, unico gruppo clandestino che resse per tutto il periodo fascista, ha garantito continuità nella vita dello scoutismo italiano.
Ma non solo le Aquile randagie, ci furono tentativi di resistenza anche in altri luoghi: a Parma, a Roma, ci furono i Lupi d’Aspromonte guidati da Oreste Serini, che è ancora in vita; tutte esperienze venute a galla dopo il ’45 e scoperte in questi ultimi anni.
È stata un’esperienza solo maschile o anche femminile?
Ufficialmente, dal punto di vista strettamente “storico”, fu un’esperienza solo maschile, infatti nacque nell’Asci; ma ci fu anche una dimensione femminile in questa resistenza.
Mi piace sottolinearla perché se l’esperienza di questo gruppo di ragazzi fu possibile lo si deve senz’altro al fatto che dietro di loro c’erano le loro famiglie, quindi le mamme, le sorelle, le fidanzate, che hanno corso rischi e difficoltà insieme a questi ragazzi. Ci sono anche testimonianze di alcune ragazze che hanno tentato qualcosa di simile nell’Agi.
Non dobbiamo dimenticare che lo spirito che caratterizzava questi giovani era la gioia di stare insieme: abbiamo un sacco di fotografie e filmati dove si vede che cantano, danzano, giocano. Per quanto rischioso fosse, questa dimensione giocosa non venne mai meno; forse la prima molla era proprio il desiderio di stare insieme fraternamente.
L’esperienza delle Aquile randagie e il carico dei valori che hanno portato non è stata capita nell’immediato dopoguerra, perché questi ragazzi non ne hanno mai parlato, l’hanno interiorizzata ma mai espressa. Hanno considerato questa esperienza, che noi abbiamo conosciuto come un momento eroico, una sorta di normalità e, da quello che ci è dato di sapere dalle loro testimonianze, l’hanno considerata tale anche durante il fascismo, nonostante i rischi che hanno vissuto.
Ma la “quotidianità dell’eroismo” o, meglio, l’eroismo della vita quotidiana è una cosa che ci ha un po’ stupito. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la loro esperienza, di come l’hanno vissuta: “L’abbiamo fatto e basta”, è stata la risposta.  Hanno messo al servizio di quelli che sono venuti dopo la loro esperienza, senza fare pubblicità e senza volerla esaltare come straordinaria. Con un pudore e una riservatezza esemplare.
(a cura di Luciano Coluccia)