LA RIVOLTA DELLE GELSOMINAIE

di Daniela Gambino

Il gelsomino è un fiore aggraziato e delicato che sprigiona la sua fragranza migliore nelle ore notturne, fra i mesi di giugno e settembre. Una volta colto da mani femminili precise e leggere, attente a non sciuparlo, il gelsomino, lasciato a bagno nell’etere di petrolio, diventava una poltiglia giallognola chiamata “concreta”, che viaggiava per il mondo e diventava la base di molti profumi. La raccolta dei fiori era affidata a mani di donne, anche di bambino, cioè a una manovalanza ricattabile e bisognosa. I lavoranti, assonnati e indolenziti, all’alba sistemavano i fiori in ceste lavorate con listelli di canna e olivastro, che venivano caricate sui camion e portate alla fabbrica, lasciandosi dietro gli inconfondibili effluvi di gelsomino. Molte delle donne lavoratrici erano rimaste vedove durante la seconda guerra mondiale ed erano costrette a lavorare scalze, piegate, esposte ai malanni caratteristici di luoghi fangosi e malsani. Pensate quanto lavoro si celava dietro a un profumo spruzzato, magari con noncuranza, fino agli anni Cinquanta, in paesi all’avanguardia come Francia e Inghilterra. Un lavoro pagato pochissimo, privo di qualsiasi forma di regolarità o contratto salariale, da svolgersi a cadenza stagionale senza nemmeno un grembiule o un paio di guanti adeguati. I conti sono presto fatti: si guadagnavano 25 lire per ogni chilo raccolto, formato da circa 10.000 gelsomini. A un certo punto venne indetto un colossale sciopero, queste condizioni disumane andavano raccontate al mondo. A scioperare per prime furono le raccoglitrici di gelsomino della piana di Milazzo. Durò ben nove giorni e a proclamarlo fu Tindaro La Rosa della CGL, nell’agosto del ’46. Le gelsominaie si interessarono anche al destino di altre lavoratrici sfruttate, le loro gesta si diffusero per tutta l’isola, molte di loro conobbero la cella. Ma queste donne continuarono a difendersi e a difendere, consapevoli di essere parte e rappresentanza di una categoria, e lo sciopero proseguì, si estese a macchia d’olio e coinvolse le impiegate che si occupavano dei semenzai di Mazzarrà Sant’Andrea, le cavatrici di agrumi di Barcellona di Sicilia, le incartatrici di Capo D’Orlando, le salatrici di sarde di Sant’Agata, le portatrici di argilla di Santo Stefano di Camastra, le raccoglitrici di olive dei monti Nebrodi e delle Madonie. Superò perfino lo stretto, tracciando un’inquietante mappa del lavoro nero femminile. Presto le gelsominaie avrebbero ottenuto un salario di 55 lire al chilo che, a seguito di tanti altri scioperi sarebbe ancora aumentato fino a giungere nel 1948 a 80/90 lire per chilo di fiore raccolto. Le gelsominaie tennero alta la guardia e riuscirono ad ottenere, nella metà degli anni Settanta, una dignitosa paga pari a 1050 lire al chilo.

Adesso le gelsominaie non ci sono più, ma il precariato impazza, anche se manca quella solidarietà di base, quella condivisione di interessi e saperi, quell’altruismo, che forse non sarebbe più sperimentabile ai giorni nostri.