Riforma della Curia: si riorganizza e si consolida molto la struttura esistente. La collegialità e una vera sinodalità non ci sono. Alcuni buoni principi a grande rischio di essere disattesi

Lo strano iter della riforma

Parlare della riforma della Curia non è possibile senza essere informati sul suo iter, che non è poi molto complicato. I Cardinali che elessero Francesco, anche quelli non omogenei con la sua provenienza ed il suo insegnamento, chiesero a gran voce un sostanziale rinnovamento del centro della Chiesa cattolica. Evidentemente le mediocri capacità gestionali di papa Ratzinger e i gravi scandali avevano messo a nudo una situazione che non appariva ancora di tale gravità alla morte di papa Wojtyla. Iniziarono studi e discussioni durate nove anni tra i Cardinali, rappresentativi dei vari continenti, che papa Francesco radunò attorno a sé (organismo che è scomparso ora nella riforma).

Le proposte furono sottoposte alla consultazione delle Facoltà teologiche e degli episcopati, con una logica tutta interna perché considerate materia riservata. Nulla se ne seppe al di fuori di questo ristretto circuito ecclesiastico. Preoccupati come eravamo, per il nostro dovere di intervenire in questa discussione importante per tutta la Chiesa, non siamo mai riusciti ad “impadronirci” veramente dei testi. Qualche riassunto stringato apparve su riviste non italiane. Abbiamo fatto l’ipotesi che questa consultazione sia avvenuta sotto “segreto pontificio” (o qualcosa del genere). Fatto sta che è risultato evidente che, da una parte il popolo di Dio (anche tra i più competenti e collaborativi) era ignorato, dall’altra ci dovevano essere dei conflitti profondi ma tutti interni al sistema ecclesiastico (competenze tra i vari uffici, tra le persone, coi vescovi, con gli specialisti della materia canonica e altro ancora) che rendevano problematico un dibattito aperto. E così nove anni sono passati. Eppure tutti noi ci ricordiamo bene di interventi di papa Francesco molto espliciti sui problemi della curia e sulla necessità di cambiare.

Durante questo silenzio tante altre questioni hanno percorso la Chiesa: i Sinodi, il sinodo per l’Amazzonia ecc.. Ci sono stati molti interventi di Francesco su questioni particolari (divorziati risposati, pedofilia del clero ecc…) ed altri importanti sull’amministrazione delle risorse sulle quali il papa è intervenuto a fatica di fronte a una situazione che era degenerata. Pensavamo che la riforma della Curia fosse stata abbandonata e la cosa non ci appariva poi così strana e dannosa in assenza di una esplicita indicazione, pubblicamente sostenuta, che la riforma non sarebbe stata una cosa “gattopardesca”. Meglio allora intervenire su punti specifici e ciò sembrava ragionevole quando papa Francesco convocò il Sinodo sulla sinodalità, che è in corso. Forse sarà la volta buona – ci siamo detti – per dire qualcosa “dal basso” su questioni concrete ed anche sulla robusta piramide costruita a Roma nei secoli e con la quale deve fare i conti ogni membro attivo nella Chiesa, dalle cose più semplici (la liturgia per esempio) fino alla nomina dei vescovi. Abbiamo sempre pensato a un modo di esprimere la fratellanza tra i credenti non fondata troppo su quello che si decideva a Roma, ma piuttosto su una presenza di base, meno strutturata e gerarchica, meno “occidentale”, meno clericale, più “spirituale” e, nel contempo, più impegnata nell’inculturazione e nel rapporto col mondo.

Il “colpo di mano” di papa Francesco

Non è andata così. Con un vero e proprio inatteso “colpo di mano” papa Francesco il 19 marzo ha firmato la Costituzione Apostolica “Praedicate evangelium”. Il testo è stato distribuito solo in italiano, suscitando vivaci proteste da parte di tutti i vaticanisti (la traduzione in tante lingue è doverosa per i testi importanti). Ciò ha causato un flop mediatico del tutto nuovo. L’assenza di una qualsiasi riflessione al di fuori dei circuiti ecclesiastici, che sia conoscibile e documentata, ha indebolito l’autorità del documento che peraltro non è di facile lettura. Di prima battuta si capisce quanto sia elaborazione tutta interna al “sistema”. Al Preambolo fanno seguito i “Principi e criteri per il servizio della Curia Romana”, alcune Norme Generali, seguono ben 197 articoli (dal 53 al 250) che descrivono i dicasteri, gli uffici, le competenze, in modo puntiglioso e spesso burocratico. Ci siamo meravigliati che, a distanza di quattro settimane, nessun commento importante sia stato fatto, perlomeno da soggetti e sedi doverosamente e da sempre impegnati sul funzionamento della Chiesa.

La parte più interessante è quella iniziale dove, evidentemente, si sente la mano di papa Francesco. La Chiesa deve essere in uscita; la priorità deve essere quella dell’evangelizzazione; la curia deve essere al servizio del papa e delle Chiesa locali; tutto deve essere rapportato alla proposta della missionarietà; la responsabilità dei battezzati li rende capaci di essere in grado di essere investiti dell’autorità di gestire strutture della Curia in base alla “missio canonica” da parte del papa (non è quindi indispensabile il sacramento dell’Ordine, come fino ad ora); il Concilio viene richiamato spesso; è previsto un avvicendamento di ogni responsabilità curiale ogni cinque anni (più eventuali altri cinque); viene richiamato il ruolo delle Conferenze Episcopali; il Vescovo deve godere di autonomia, ma nella comunione gerarchica, partecipando alla sua collegialità. Nel documento non c’è però nessuna ripresa dell’espressione usata dal papa più volte in passato: “La Chiesa deve essere strutturata come fosse una piramide rovesciata”. Parole di grande immagine, ma rimaste senza seguito.

Una questione generale

Detto ciò, una valutazione generale della riforma non può che intervenire sulla questione teologica di fondo. La Chiesa quanto è coerente col Vangelo se si struttura in modo così rigido da affidare al papa ogni potere, che viene ulteriormente potenziato con questo documento, se mai ce ne fosse stato bisogno? Tutto dipende dalla missio canonica che da lui dipende. Perché non può esistere un’area di consenso attorno al papa che si debba creare anche con qualche organo sinodale (o simile) e qualche decisione che non possa non essere veramente collettiva? La struttura attuale, molto accentrata, non fu intaccata dal Vaticano II (nonostante tante sollecitazioni), anzi si è ingigantita con i tre papati successivi fino alle dimensioni attuali, enfatizzando il ruolo del papa. I 16 dicasteri (si chiamavano Congregazioni) restano come sono, però cambiano il nome e si accorpano. La continuità si consolida. Si poteva dalle Scritture trovare qualche ispirazione diversa?

Le proposte del Preambolo restano sospese a mezz’aria, non ci sono criteri definiti o tappe nel portarle avanti, la ”missionarietà” è una bella parola (ci sembra peraltro inadeguata alla curia!). Le tante ombre su decisioni e comportamenti del passato rischiano fortemente di estendersi su quanto di innovativo viene affermato nella riforma. Facciamo un esempio relativo alla nomina dei vescovi, una questione sulla quale siamo impegnati da sempre. Dice il testo: “Il Dicastero dei vescovi coinvolge in forme appropriate, anche membri del Popolo di Dio delle diocesi interessate” (art. 105). Niente di più. Prendiamo atto dell’assoluta marginalità di questa possibile consultazione, che viene illuminata dall’“anche” infilato alla fine del sistema di selezione dei candidati. Quale laico avrà diritto a dire la sua? In quali forme? E le associazioni? E tutte le strutture della vita consacrata?

È evidente che queste nostre constatazioni e riflessioni non possono che sboccare sul problema stesso del potere nella Chiesa sia dal punto di vista teologico che pastorale. Ci sembra troppo debole affermare in forme ripetitive le forme e i contenuti del primato assoluto del papa. Non si può ignorare che la riforma della Curia pone in modo stringente la necessità di un nuovo approfondimento teologico.

Facciamo alcune prime osservazioni sui Dicasteri che vengono esposti in un ordine che dovrebbe dare loro una diversa importanza.

Segreteria di Stato

Il nome, troppo “civile”, troppo “laico”, poteva essere facilmente cambiato (Ufficio della Comunione ecclesiale, per esempio?). La Segreteria continua ad esprimere un ruolo vicario di tale importanza da essere discutibile alla luce di quanto detto per quanto riguarda tutta la struttura in assenza di alcuna collegialità rappresentativa di vertice. La Segreteria di Stato dovrà gestire praticamente quanto fa già adesso, tutti gli affari più importanti, tutte le nomine, i rapporti con le organizzazioni internazionali, le rappresentanze pontificie presso gli Stati e presso le Conferenze Episcopali e via di questo passo. È un’articolazione della suprema autorità del papa non temperata in alcun modo comprensibile. Se poi la persona titolare è palesemente solo uomo di potere ecclesiastico dalla scarsa sensibilità pastorale e dalle scarse capacità personali (facciamo dei nomi: Sodano e Bertone che hanno gestito la Segreteria per tanti anni) i danni sono per tutti.

Dicastero per l’evangelizzazione

Assorbe la vecchia “Propaganda Fide” e l’inutile “Congregazione per la Nuova Evangelizzazione” istituita negli anni scorsi da Benedetto XVI. Questo dicastero è ritenuto il più importante e vengono elencate le sue competenze con particolare richiamo alla pastorale di papa Francesco, che lo presiede direttamente. Sottolineiamo alcuni particolari compiti (oltre a quello principale della nuova inculturazione): i santuari mariani internazionali per favorire la religiosità popolare, la conferma dei catechismi, la tutela della libertà religiosa, la Giornata Mondiale dei Poveri, l’incontro con le altre religioni e con i non credenti.

Oltre a questi compiti c’è poi nel Dicastero la “Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari” con il compito di seguire i territori di missione in ogni aspetto, circoscrizioni, clero, seminari, autonomia economica, organi amministrativi, fondi per il decollo, ecc. A questo settore della curia è stato trasferita la gestione di quattro Pontificie Opere Missionarie che, negli anni, hanno significato molto. La parte che lascia più che perplessi è l’ultimo articolo, il 68, secondo cui “il patrimonio destinato alle missioni è amministrato mediante uno speciale ufficio con l’obbligo di renderne conto alla Segreteria per l’Economia”. Ma l’enorme patrimonio immobiliare di Propaganda Fide (pare si tratti di quasi mille immobili nella città di Roma) finisce in questo articoletto senza alcuna indicazione di metodi da seguire, di criteri di divisione e di gestione? Sono palazzi, soprattutto a Roma, sospettati di cattiva amministrazione con interesse dubbio per le missioni. Eppure fu questione sollevata tante volte e sempre affrontata con belle parole. È una specie di realtà extraterritoriale? Le missioni sono solo soggetto passivo che riceve i contributi, ma come questi vengono distribuiti, come si accertano i bisogni? Le nuove missioni possono interloquire?

Dicastero per la dottrina della fede

Niente di nuovo sulle competenze di fondo dell’ex-S.Uffizio. Il Dicastero deve occuparsi della “integrità della dottrina cattolica sulla fede e la morale” e deve “confutare errori e dottrine pericolose”. Poi deve dare il suo parere per le “autorizzazioni all’insegnamento delle discipline teologiche” al Dicastero della Cultura ed ogni ufficio di Curia deve sottoporre al suo parere ogni testo che riguarda la fede e i costumi. Si tratta di un controllo che è simile a una specie di “visto, si firmi”. Il Dicastero giudica i vescovi e ad esso fanno capo la Pontificia Commissione Biblica e la Commissione Teologica Internazionale che agiscono secondo proprie norme. Nulla di più si dice sull’oggetto delle ricerche delle due tradizionalmente importanti Commissioni. Eppure si tratta di strutture di grande importanza nel proporre da anni orientamenti su questioni controverse e su campi inesplorati.

La vera novità in questo Dicastero è stato il trasferimento in blocco ad esso della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori (che avrà proprie norme). I membri sono nominati dal papa e durano in carica cinque anni. Il passaggio di questa competenza sotto questo dicastero è decisione fortemente criticabile come hanno detto alcuni dei suoi ex membri come Marie Collins e fa seguito a dure polemiche perché ogni difficoltà fu frapposta dalla curia in passato a un suo ruolo “purificatore”. Per esempio si boicottò la possibilità di giudicare i vescovi che avevano coperto fatti di pedofilia; ciò era stata formalmente decisa. Questa Commissione rischia così di essere messa sotto pesante tutela, nonostante eventuali buone intenzioni. Il gesuita Gianfranco Ghirlanda, sul n. 1423 di Civiltà Cattolica considera importante questa collocazione della Commissione in modo formale in una struttura della Curia perché acquisirebbe così maggiore autorità. A noi pare pessima, alla luce di vicende ben conosciute.

Altri dicasteri

Il Dicastero per il servizio della Carità ha una struttura minima per continuare quello che fa attualmente l’Elemosiniere Pontificio, cioè la raccolta di donazioni, la loro gestione per interventi diretti, dando evidentemente segnali di una presenza del papa diversa da quella delle tantissime variegate associazioni e servizi diffusi ovunque. Seguendo l’ordine dei dicasteri ci si accorge di quanto sia accentrato il ruolo della Curia per esempio per quanto riguarda la liturgia e quanto nessun cambiamento sia previsto concretamente per concedere “libertà” liturgica (che in alcuni casi viene però praticata de facto!). Il Dicastero della causa dei Santi è quello più curiale di tutti con le sue procedure rigide, le sue sponsorizzazioni discutibili da parte degli Ordini Religiosi per riuscire ad ottenere il loro “santo”, le sue attenzioni alle devozioni popolari che possono essere a senso unico, fermando le nuove testimonianze di vita evangelica, espressione spesso della presenza di “santi veri” nei movimenti popolari.

Il Dicastero dei Vescovi è forse il più importante. Definisce i criteri per la nomina dei candidati che segnala al papa dopo averli ricevuti dai nunzi, che raccolgono le opinioni sul posto. Esso concede la cd. recognitio sugli atti e i decreti delle Conferenze Episcopali e dei Concili locali. È un intervento penetrante che, da una parte, è uno dei punti di forza della Chiesa universale perché ne facilità la coesione, dall’altra permette troppo spesso nomine sbagliate per incapacità o per assenza di dinamica pastorale o per l’esistenza solo di lobbies intraecclesiali. Le nomine riescono ad orientare nel bene e nel male, col sistema gerarchico presente anche nelle diocesi, la pastorale. Non essendoci criteri di selezione definiti, se non del tutto generici ed usabili in ogni direzione, i nomi trasmessi a Roma sono l’aspetto più delicato del funzionamento della Curia, sui quali il papa riesce di fatto ad intervenire raramente. Abbiamo detto che l’intervento nelle nomine di organismi di laici (Consigli Pastorali…) dovranno in futuro progressivamente assumere un ruolo determinante.

Il Dicastero del clero si occupa dei seminari, studia il problema della mancanza di preti. Può intervenire nelle varie diocesi sul Consiglio Pastorale Diocesano, su quello Presbiterale e su quello degli Affari Economici e, in generale, sulla gestione dei beni. Inoltre dal dicastero dipende la prelatura personale dell’Opus Dei e non è cosa da poco - prelatura che fu decisa da papa Wojtyla in modo del tutto discutibile! Il Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata ha competenze vastissime (art. 124) in tutta l’area degli Ordini Religiosi di ogni tipo, compreso quella di accettare forme nuove di vita associativa e comunitaria. Sappiamo che le Regole interne di ogni singola struttura dovrebbero tutelare dalla pressione da Roma, ma esiste tra centro e periferia un rapporto dialettico e spesso autoritario sia per quanto riguarda l’intervento in caso di prassi disordinate o degenerate sia in caso di sospetti di troppa “libertà” teologica o pastorale. Il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita conferma la linea di impegno su queste questioni con un nuovo interesse sulla biomedicina e i possibili sviluppi della scienza. Interessante quanto si dice sul rapporto uomo-donna: “Il Dicastero si adopera per approfondire la riflessione sul rapporto uomo-donna nella rispettiva specificità, reciprocità, complementarietà e pari dignità”. La condizione della donna non riceve un paragrafo ad hoc come sarebbe stato prevedibile e ciò ci sembra positivo. Interessante l’art. 137, vi si scrive che il Dicastero deve studiare le diverse condizioni della convivenza nella coppia e nella famiglia, il perché della crisi dei matrimoni e deve preoccuparsi dell’accompagnamento dei divorziati civilmente risposati ed anche di chi vive in condizioni di poligamia.

I Dicasteri per la Promozione dell’Unità dei cristiani e per il Dialogo Interreligioso sono del tutto omogenei a quanto già si è attivato da tempo. Sorprende che non sia indicato il rapporto col Consiglio Ecumenico delle Chiese. Idem per quanto riguarda il rapporto con la Chiesa ortodossa. Il Dicastero della Cultura è stato accorpato a quello della Educazione. Quest’ultimo, oltre a competenze generali nel settore, approva gli Istituti superiori ecclesiastici (supponiamo vi siano comprese tutte le università cattoliche, numerose nel mondo) e rilascia il nulla osta ai docenti perché insegnino le discipline teologiche. Questa competenza scavalca i vescovi diocesani e costituisce un intervento tra i più penetranti della curia (nei decenni postconciliari ci sono state censure ricorrenti nei confronti di teologi di grande importanza ed ascolto!). A questo settore è anche affidato il controllo su 7 accademie pontificie dalle diverse competenze.

Il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale è il più bergogliano di tutta la riforma e ripercorre tutte le situazioni di sofferenza presenti nel mondo e si propone di dare autorità a questa struttura presso gli Episcopati. Particolare è l’enfasi sulla condizione dei migranti, dei rifugiati, dei richiedenti asilo. Da esso dipende la Caritas internazionale col suo ruolo molto importante. Ci piace citare un passaggio particolarmente eloquente: “Il Dicastero promuove e difende modelli equi di economia e di stili di vita sobri, soprattutto favorendo iniziative contro lo sfruttamento economico e sociale dei Paesi poveri, i rapporti commerciali asimmetrici, le speculazioni finanziarie e i modelli di sviluppo che creano esclusioni” (art. 168). Il Dicastero per gli atti legislativi ha ogni funzione in materia di diritto canonico e concede il placet dal punto di vista giuridico per i testi più importanti dei Concili e delle Conferenze Episcopali. Con questo dicastero le competenze, le autorità formali, le decisioni vincolanti dei soggetti ecclesiali sono tutte confermate pienamente e la “norma” è patrimonio della vita della Chiesa, nonostante le tante contestazioni che sono state fatte all’autorità esorbitante del Codice e delle norme canoniche.

La giustizia della S. Sede

La Penitenzieria interviene, secondo la tradizione, sulle responsabilità morali nei casi più gravi e e poi “gestisce” le indulgenze, che, molto discusse dal punto di vista teologico, sono attese ed usate da una parte del popolo cattolico. Il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica arbitra i conflitti di competenza in curia e i ricorsi contro atti amministrativi dei dicasteri o della Segreteria di Stato, definisce così tutta l’area giuridico-amministrativa della Curia. Restano separati gli organi di giustizia della Città del Vaticano che fanno parte delle nuova normativa che, negli ultimi vent’anni, ha modificato quella precedente. Nel marzo del ’20 è infatti stato varato il nuovo ordinamento giudiziario. È un capitolo diverso da quello della Curia, esige uno studio specifico ed è in fase di rodaggio. Il Tribunale della Rota romana, con una propria legge, svolge le funzioni di appello in materia di vincolo matrimoniale e giudica i vescovi. Il suo ruolo tradizionale e importante viene confermato senza modifiche nella riforma, ma esso ha dovuto prendere atto del “motu proprio” di papa Francesco “Mitis Iudex Dominus Deus” che nel 2015 ha autorizzato il vescovo a pronunciare la nullità del matrimonio qualora essa sia richiesta da entrambi i coniugi e qualora “non richieda una inchiesta o istruzione accurata”. Sarebbe interessante venire a conoscenza di quanto questo nuova importante autorità dei vescovi sia stata usata in tante minuscole sedi diocesane sparse nel mondo, non organizzate con tribunali e avvocati. Avremmo una testimonianza concreta e recente di un possibile modo di riformare il funzionamento di aspetti importanti della Chiesa con un metodo non globale (come invece è quello della Predicate Evangelium).

L’intervento nella gestione economica della S. Sede

I tanti interventi di papa Francesco per indirizzare su strade corrette la gestione delle risorse hanno portato alla fine a prevedere una Segreteria per l’economia, motore degli interventi, un Consiglio per l’economia con compiti di sorveglianza e controllo ed infine l’APSA che amministra il patrimonio del Vaticano, mobile ed immobile, servendosi dello IOR per le “attività strumentali”. Esiste poi l’Ufficio del Revisore Generale per il controllo contabile. Il decreto istituisce poi una Commissione di materie riservate (non ne è indicata la composizione) “con il compito di autorizzare qualsiasi atto di natura giuridica, economica o finanziaria che per un bene maggiore della Chiesa e delle persone debba essere coperto dal segreto e sottratto al controllo ed alla vigilanza degli organi competenti”. Ma siamo nell’area del diritto? È stupefacente questo art. 225, è un vero e proprio strumento di possibile copertura di tante brutte cose (a parte la possibile utilità nell’ambito di rapporti diplomatici con gli Stati). Ha dei precedenti una tale norma? Papa Francesco l’ha letta?

Esiste poi un Comitato per gli Investimenti per garantire la natura etica degli investimenti mobiliari (e quelli immobiliari?) perché siano secondo la dottrina sociale della Chiesa. Questo ufficio potrebbe svolgere un ruolo interessante se mai riuscisse a funzionare seriamente. Esistono altri uffici che elenchiamo per completezza: la Prefettura della Casa pontificia (che regola l’importante accesso al papa), il Servizio per Celebrazioni liturgiche, l’Ufficio di Camerlengo e infine gli avvocati ammessi al patrocinio nei procedimenti interni che devono essere nominati dal Segretario di Stato, avere una vita cristiana integra ed esemplare e "adempiere agli incarichi loro affidati con la massima coscienza e per il bene della Chiesa”. Siamo sotto al livello minimo di norme garantiste da tutti accettate. La nomina dall’alto e la tutela a priori del bene della Chiesa (e il bene dell’imputato che essi difendono?) sono inaccettabili. Considerata una struttura non della Curia, ma “collegata” (non si capisce questa separazione) c’è poi l’Autorità di Supervisione e di Informazione Finanziaria (AISF) con funzioni di vigilanza nella prevenzione e nel contrasto al riciclaggio e al terrorismo. Tutte le strutture relative alla gestione economica sono condizionate dalla qualità delle nomine. Il rigore nella prassi nel recente passato è stato molto debole, è uno dei problemi di papa Francesco, ma forse la situazione sta migliorando.

Le istituzioni collegate

Vengono qui ricomprese istituzioni che sono la ricchezza del Vaticano e della nostra storia. L’Archivio apostolico ha documenti dall’ottavo secolo in poi e da tutto il mondo, la Biblioteca apostolica vaticana ha 9000 incunaboli e 1.900.000 testi, la Fabbrica di S. Pietro gestisce la basilica, la Commissione di Archeologia Sacra le catacombe e poi ci sono le tre Accademie, di scienze, di scienze sociali e per la vita (questioni di bioetica) che hanno un ruolo importante nei dibattiti e nella ricerca su problemi nuovi o di attualità, ma sono esterne alla curia. Ma c’è una novità non poco sorprendente. Viene istituita da zero l’Agenzia della S. Sede per “promuovere e sviluppare una cultura della qualità all’interno delle Istituzioni accademiche direttamente dipendenti dalla Santa Sede e di assicurare loro criteri qualitativi validi a livello internazionale”. Nient’altro. Che senso ha questo nuovo ufficio, piuttosto indefinito, con compiti così generali ed in evidente contrasto con altre competenze definite dalla riforma? È da supporre che molti teologi vedano questa iniziativa con diffidenza perché nasce dal centro e perché non se ne percepiscono le vere finalità. Sappiamo quanto in materia teologica ci sia stato un passato burrascoso nel rapporto con le facoltà teologiche tra censure, interdizioni all’insegnamento e altro. Chi ha infilato nella riforma e con quali scopi un intervento così nuovo e a rischio? Dietro certe norme ci sono evidentemente interventi, interessi, soggetti che non vengono comunicati.

Infine la presenza della S. Sede e del Vaticano va ben oltre la curia. Separato e con titolarità di diritto internazionale c’è il Governatorato dello Stato che dipende sempre strettamente dal papa, ma con un intreccio con le funzioni della Curia di cui la riforma non si occupa. È una struttura da cui dipende il complesso dei palazzi e dei giardini, i servizi della comunicazione (Internet, poste, ...), i servizi di sicurezza (le guardie svizzere), i Musei Vaticani e le ville pontificie. Sarebbe interessante capire bene il funzionamento di questa vasta struttura e quanto è di servizio al papa, alla curia, al Popolo di Dio e a tutta la popolazione. In conclusione, il Vaticano non è solo la Curia, è molto altro e la pienezza dei poteri attribuiti al papa dalla sua costituzione in Stato in base ai Patti Lateranensi del 1929 ne fanno uno stato completamente teocratico, ormai ben raro nel mondo, e che non potrà che modificarsi in futuro (ora il papa detiene in modo integrale i tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario).

Le conferenze episcopali e il Popolo di Dio?

Giunti alla fine di questa elaborata riforma non abbiamo trovato nulla che vada oltre le buone parole del Preambolo sulle Conferenze Episcopali (“uno dei modi più significativi di esprimere e servire la comunità ecclesiale”), tantomeno sul Popolo di Dio. Tutto resta accennato, sospeso, rimandato, taciuto. La Curia è una cosa importante per tutti noi, clero, “fedeli” e vescovi. Padre Ghirlanda la giudica una buona riforma, a noi sembra che almeno qualche buona proposta debba essere attuata con determinazione. Altrimenti non servirà (come purtroppo è avvenuto nel post-Concilio) quella Chiesa in cui ci ritroviamo, con la sua universalità e presenza anche geografica, con la sua ricchezza di presenze, di interventi, di contraddizioni, ma anche di spiritualità diverse e di ispirazioni evangeliche che guardano al futuro. Allo stato attuale ci sembra che questa riforma sia nel segno della continuità. Speriamo vivamente che si vada però nella direzione di un centro della cattolicità, forse più papale, ma anche meno clericale secondo alcune parole del Preambolo.

NOI SIAMO CHIESA