Verità e Giustizia per Shireen Abu Dakleh

L’ assassinio compiuto a Jenin della giornalista di Al Jazeera, Shireen Abu Dakleh da  parte delle forze di occupazione militare israeliane, ci colpisce profondamente:  per il dolore della sua morte, per la perdita di una giornalista indomita, che riconosceva la paura di poter essere colpita, ma che riteneva fondamentale essere presente nei luoghi dove l’occupazione militare mostrava e mostra la sua forza di oppressione e repressione maggiore, per l’ingiustizia di cui soffre il popolo palestinese, per i giornalisti che osano raccontare la verità e vengono repressi o uccisi nella totale impunità di Israele per i crimini commessi e le violazioni del diritto internazionale.

 

Il suo assassinio, ci ha riportato alla mente quello compiuto a Ramallah nel Marzo del 2002 del giornalista italianoRaffaele Ciriello, quando l’esercito israeliano entrava nella città, rioccupandola, seminando distruzione e mettendo sotto coprifuoco l’intera popolazione.

 

Noi eravamo lì in quei giorni e nei territori occupati con una delegazione di italiani e internazionali (Action for Peace), per tentare di proteggere con la nostra presenza la popolazione civile palestinese e siamo stati testimoni della brutalità e dell’illegalità dell’operazione chiamata Defensive Shield Operation.

 

Colpire e intimidire i giornalisti scomodi è una costante della politica israeliana. L’assassinio di Shireen ci auguriamo possa fare luce e porre riparo sugli attacchi costanti delle forze di occupazione israeliane contro i lavoratori dei media, in particolare sui palestinesi.

Secondi testimoni presenti, tra loro i giornalisti Ali  e Shatha Hanaisha, ambedue feriti dal fuoco israeliano, accompagnati dai video girati da Betselem (organizzazione israeliana per la difesa dei diritti umani) non vi erano scontri in quel momento all’entrata del campo profughi di Jenin, ma solo i raid dei soldati israeliani.

 

La narrazione israeliana dello scontro a fuoco che stava avvenendo nel momento dell'uccisione di Shireen, tra militanti armati palestinesi ed esercito, confutata dai testimoni, fa parte del diniego continuo di Israele ad assumersi la responsabilità delle loro violazione del diritto internazionale.

 

Anche se Israele dice che aprirà un'inchiesta, così come richiesto dall’ Unione Europea, nessuno si aspetta che i responsabili vengano puniti e venga fatta giustizia.

L’assassinio di Shireen avviene pochi giorno dopo che la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ), il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi (PJS) e il Centro Internazionale di Giustizia per i Palestinesi hanno presentato una denuncia formale alla Corte Penale Internazionale accusando “la sistematica presa di mira dei giornalisti palestinesi” indicando specificatamente nomi e fatti dei giornalisti colpiti mortalmente dai cecchini israeliani come Yasser Mortaja di Gaza, e citato “la presa di mira e i bombardamenti” degli edifici a Gaza  nei quali erano ubicati i media locali e internzionali fino alla distruzione dell’edificio di 11 piani che ospitava AlJazeera e Associated press.

 

Sia dai rapporti delle Nazioni Unite che da altre organizzazioni come Reporter senza frontiere, si dice che 86 giornalisti sono stati uccisi dal 1967 data dell’inizio di occupazione militare israeliana e 144 giornalisti palestinesi, nelle proteste settimanali della Grande Marcia del Ritorno a Gaza, sono stati feriti da proiettili vivi, gas lacrimogeni, proiettili di gomma, granate stordenti.

 

AssoPacePalestina chiede ai media italiani di recarsi sul luogo e raccontare la verità, di essere giornalisti che facciano parlare i fatti senza farsi intimidire dalle pressioni e dai ricatti della propaganda israeliane, di non usare due pesi e due misure discernendo tra gli alleati occidentali e gli altri "i reprobi".

AssoPacePalestina chiede al governo italiano di praticare una politica che sia in grado di far rispettare ad Israele la legalità internazionale, mettendo fine all’occupazione militare, alla colonizzazione e apartheid subite dalla popolazione palestinese iniziando con la cessazione di ogni commercio delle armi e dei prodotti delle colonie israeliane nei territori occupati palestinesi.

 

Reclamare il rispetto della legalità internazionale e la condanna delle politiche israeliane non è minimamente antisemitismo (che aborriamo) ma rispetto delle nostre leggi e della nostra libertà di espressione, ma soprattutto giustizia per il popolo palestinese che ha vissuto la Nakba e l’espulsione dalla loro terra nel 1948 e una continua Nakba sotto occupazione militare israeliana dal 1967.  

Non c'è pace senza giustizia.

 

Per AssopacePalestina

Luisa Morgantini