L’Agenda Climatica

di Fridays for Future Italia

L’Agenda Climatica

L’astensionismo in aumento lancia un segnale, ancora una volta i partiti
non stanno centrando il bersaglio, si fanno tante promesse ma mancano
risposte serie ai problemi più urgenti: crisi climatica, disuguaglianze, salari
bassi e lavoro insicuro, accoglienza, disparità, etc.
Promettono di occuparsi di un fantomatico “domani”, mentre le crisi
imperversano già oggi. Si parla di gas come fonte di transizione,
rimandando ancora una volta le soluzioni.
La crisi climatica è un fenomeno globale che si manifesta però a livello
locale. Secondo lo slogan «Think global, act local», dobbiamo rivolgere lo
sguardo verso quella grande fetta della popolazione che ricerca con
fatica il suo diritto alla partecipazione attiva ogni giorno, per restituire il
potere decisionale alle comunità territoriali e alla società civile.
Presentiamo quindi le nostre proposte su 5 temi, attuabili nell’immediato
futuro, che avrebbero un enorme impatto nell’affrontare la crisi climatica e
sociale in Italia. Non sono proposte esaustive: esistono molti altri ambiti,
interconnessi tra loro, che si dovrebbero affrontare. Molti di essi sono
presenti in Ritorno al Futuro: il settore agroalimentare, i MAPA (Most
Affected People and Areas) del mondo e del nostro Paese, l’economia
circolare, la gestione dei rifiuti, la tutela del territorio, solo per citarne alcuni.
La crisi climatica è estremamente complessa e tocca ogni ambito
economico e sociale.
Ma non ci si può nascondere dietro alla complessità, usandola come scusa
per rimandare l’implementazione delle misure necessarie. Per questo
vogliamo partire da queste proposte, con la consapevolezza che devono
essere solo il punto di partenza.

1. Trasporti e mobilità
Il settore dei trasporti è responsabile in Italia del 25% delle emissioni di gas
a effetto serra (dati 2019). Con circa 40 milioni di automobili circolanti,
l’Italia è seconda in Europa per auto pro-capite.
Di fronte a questa situazione, la principale misura presente finora nel
dibattito pubblico è stata la sostituzione dei veicoli a combustione con
quelli elettrici. Un processo utile ma ampiamente insufficiente: convertire
l’intero parco auto nazionale ridurrebbe le emissioni, ma non risolverebbe
molti altri problemi legati alla mobilità, oltre a necessitare di un’enorme
quantità di batterie.
Per questo la soluzione non è semplicemente l’auto elettrica: si devono
avere molte meno auto, ma elettriche. Si deve ripensare il modello della
mobilità in Italia, al momento fondato sul possesso di un’automobile
personale, per lo più spesso utilizzata da una persona alla volta.
Riduzione dei costi e potenziamento dei trasporti pubblici
Un sistema di trasporto pubblico accessibile ed efficiente ridurrebbe le
emissioni e garantirebbe il diritto alla mobilità. Proponiamo quindi:
Treni regionali e trasporto pubblico locale gratuiti.
Sconto del 75% sul costo dei biglietti Intercity.
Sconto del 50% sul costo dei biglietti Alta Velocità Frecciarossa e
Frecciabianca.
Rendere i trasporti più economicamente accessibili, però, si rivelerebbe
inefficace in un contesto di servizio scadente o inesistente. Se il treno o
l’autobus non passa o arriva in forte ritardo, l’automobile resterà l’unica
soluzione per spostarsi.
Per questo sono necessari forti investimenti, per creare una rete più
capillare, affidabile, efficiente e sicura. Servono più linee di treni e autobus,
più mezzi in servizio e l’aggiornamento di quelli più datati e inquinanti.
Utilizzare il trasporto pubblico deve diventare una comodità, non un
ulteriore problema nella vita dei/delle pendolari. Soprattutto per quanto

riguarda i contesti urbani, si deve facilitare la circolazione delle biciclette,
investendo in piani urbanistici che diano sufficiente spazio a questo mezzo
di trasporto.
Fondamentale è anche l’integrazione tra i diversi mezzi e le diverse linee,
coordinando gli orari per permettere agli utenti di sfruttare coincidenze
utili.
Costo riduzione biglietti: meno di 7 miliardi di euro all’anno, dato che già ora gli
introiti provenienti dai biglietti rappresentano una parte minoritaria del bilancio
delle aziende di trasporti.
Costo potenziamento trasporti pubblici: 30 miliardi distribuiti fra nuovo
personale, nuovi mezzi e infrastrutture.
Stop dei voli a breve percorrenza e dei voli privati
Un altro settore fortemente inquinante è quello dell’aviazione, che a livello
globale è responsabile di circa il 6% delle emissioni climalteranti. Le
compagnie aeree beneficiano di tassazioni ridicole o inesistenti sui
carburanti, all’interno di un sistema che ha portato a fare volare decine di
migliaia di aerei vuoti durante la pandemia, per conservare gli slot negli
aeroporti.
I voli di linea nazionali e a breve percorrenza devono, ove possibile, essere
completamente sostituiti dai treni ad alta velocità. Già attualmente, molte
viaggiatrici e viaggiatori, per certe tratte, stanno preferendo sempre più il
trasporto su rotaia, e molte linee aeree brevi sono state dismesse.
Rimangono comunque attivi diversi voli giornalieri in tratte come la
Roma-Milano. È importante, però, che gli slot aeroportuali vacanti non
vengano occupati da voli a lunga percorrenza, ancora più inquinanti.
I voli privati rappresentano un privilegio per pochi e una fonte inutile di
emissioni. Sono uno dei simboli di un sistema che permette all’1% più ricco
della popolazione globale di inquinare il doppio della metà più povera (dati
Oxfam). Un volo di un jet privato emette in un’ora tanta CO2 quanto un
europeo emette mediamente in 3 mesi (dati Transport & Environment).
Come se non bastasse, i voli privati sono aumentati notevolmente durante
il periodo COVID-19. Vietarli, a eccezione dei casi in cui sono utilizzati a

scopi sanitari, diminuirebbe l’inquinamento senza conseguenze sostanziali
sulla grandissima maggioranza della società.
Frequent Flyer Levy
Riprendiamo la proposta, presentata nel Regno Unito, di una Frequent
Flyer Levy, una tassazione crescente all’aumento del numero di voli
effettuati da una persona. Un volo ogni anno sarebbe esente da imposte,
per tutelare chi vola raramente, mentre il decimo o il quindicesimo volo
sarebbero fortemente tassati, in modo da scoraggiare chi vola in modo
abitudinario.
Inoltre, si otterrebbe un aumento di entrate statali. Non esistono ancora
dati per l’Italia, ma si stima che nel Regno Unito si genererebbero circa 5
miliardi di sterline all’anno per le casse dello Stato.
2. Energia
Per una transizione energetica compatibile con il contenimento
dell'aumento della temperatura globale sotto gli 1.5 C°, è necessario
procedere alla conversione di tutto il settore energetico alle fonti
rinnovabili con un tasso di riduzione delle emissioni superiore al 10%
annuo.
E’ perciò necessario vietare qualunque nuovo progetto legato alle fonti
fossili, con una attenzione rivolta alle industrie energetiche che
contribuiscono al 24% delle emissioni italiane, e ridurre progressivamente il
loro utilizzo fino ad azzerarlo entro il 2035. Ciò comprende i nuovi progetti
di rigassificatori, gasdotti o qualunque infrastruttura fossile prevista a livello
nazionale o dai più recenti piani energetici europei.
A questo scopo è imperativo procedere anche alla conversione dei sussidi
ambientalmente dannosi, accresciuti durante la crisi energetica, nell’arco
di pochi anni, così come introdurre vincoli annui stringenti per la
produzione da fonti fossili per tutte le aziende energetiche.
Inoltre, è necessario coordinare a livello nazionale la pianificazione di
interventi di efficientamento e di sufficienza energetica in tutti i settori
chiave per una contemporanea riduzione dei consumi.
Pianificazione di 8000 comunità energetiche per
auto-produzione locale del 50% di energia elettrica
Ci troviamo in momento cruciale, in cui è necessario costruire un nuovo
modello energetico basato sulle energie rinnovabili, in gran parte
decentralizzato, flessibile e di proprietà della comunità.
L'energia comunitaria è un modo pratico per affrontare le molteplici crisi
sistemiche di oggi. Con l'energia nelle mani delle persone e delle comunità
possiamo affrontare le sfide climatiche, ecologiche e sociali collettivamente
e in modo complementare. L'energia comunitaria rivitalizza l'economia
locale, facilitando il raggiungimento di questo obiettivo.
Al centro della nostra proposta si colloca la CERS (comunità energetica
rinnovabile solidale). Se ne dovranno creare una per ogni Comune nei
prossimi 6 anni, con una potenza media di 10 MW. Dovranno essere
fi
nanziate pubblicamente attraverso i Comuni, ma la loro gestione è da
affidare ai cittadini e alle cittadine, con associazioni o cooperative da
formare in maniera partecipata.
Per la loro realizzazione è necessario riformare i gestori pubblici
dell’energia e definire norme sui rischi di frammentazione dei mega
progetti, per evitare una concentrazione eccessiva di progetti sul territorio.
Le comunità energetiche avrebbero molteplici benefici: abbassamento
dei costi dell'elettricità, creazione di posti di lavoro, sviluppo delle
tecnologie rinnovabili, promozione di comunità resilienti, rafforzamento del
tessuto sociale, riduzione dei consumi energetici e delle emissioni (circa
200 Mton di CO2 in 6 anni), riduzione, attraverso l'autoconsumo, del
fabbisogno della rete elettrica in termini di trasporto e distribuzione
dell'energia, democratizzazione e decentramento del sistema
energetico.
Costo annuo medio comunità energetiche: 15-20 miliardi.

Tassa del 100% sugli extra-profitti delle aziende e tetto ai prezzi
dell’energia non domestica
Dati gli attuali extra-profitti del settore energetico, chiediamo di tassarli al
100% e di imporre anche un tetto ai prezzi. Entrambe le misure saranno
funzionali alla lotta all'inflazione che ha tuttora come suo volano principale
il costo dell'energia. La tassa genererà un gettito complessivo per la stima
di maggio (MEF) di 40 miliardi, che potrà essere usato per sostenere le
famiglie.
La tesi secondo cui l’aumento dei costi è dovuto all'aumento delle materie
prime, ma soprattutto all’aumento dei costi dell'energia, è insufficiente: la
maggior parte dei contratti sul gas è a lungo termine, quindi la quota
dovuta ai costi spot è molto minore rispetto ai guadagni ottenuti durante
la crisi energetica.
Il tetto dei prezzi risulta invece necessario per garantire al settore non
domestico costi accessibili nel medio periodo, abbassare l'inflazione e
arginare la speculazione, che ha portato ulteriori rincari sui costi finali
dell’energia. Si deve infatti riconoscere che l’aumento dell'inflazione non è
stato guidato da un mercato del lavoro surriscaldato, ma da margini di
profitto aziendali più elevati e da colli di bottiglia della catena di
approvvigionamento. Al contrario, aumenti molto rapidi e bruschi dei tassi
di interesse non sono probabilmente necessari per frenare le pressioni
inflazionistiche a medio termine.
3. Lavoro
La partecipazione politica è un privilegio di chi non viene sfiancatə dal
proprio lavoro ogni giorno. Il potere contrattuale di lavoratrici e lavoratori è
stato aggredito da cambiamenti istituzionali che, specialmente dagli anni
‘70 in poi, hanno portato a un aumento della disoccupazione e della
povertà. Alla crescita economica e produttiva non è corrisposto un
aumento dei salari, mentre gli orari di lavoro sono diventati sempre più
totalizzanti, e le condizioni di lavoro precarie. Se la crisi climatica rischia di
farci vedere la fine del mondo come lo conosciamo, per molti/e ciò che non
si vede è la fine del mese.
Per convertire l'attuale sistema produttivo, sarà necessario che la decisione
su come, quanto, ma soprattutto se produrre passi anche per chi lavora.
Dovremo inoltre liberare il tempo dal lavoro e il lavoro dal ricatto della
disoccupazione, per una giustizia climatica, sociale e lavorativa.
Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario
La riduzione dell’orario di lavoro, da 40 ore settimanali a 32, potrebbe
contribuire ad adattare l'economia alle esigenze della società e
dell'ambiente, anziché sottomettere la società e l'ambiente alle esigenze
dell'economia.
Una settimana lavorativa corta consentirebbe di affrontare una serie di
problemi urgenti e interconnessi. Tra questi, il sovraccarico di lavoro, la
disoccupazione, il consumo eccessivo, le elevate emissioni di carbonio, il
basso livello di benessere, le radicate disuguaglianze.
La riduzione può assumere varie forme: riduzione giornaliera nella
settimana (settimana breve) o nel mese, ma la forma migliore per
redistribuire tutto il lavoro, anche quello di cura, è la riduzione oraria
giornaliera. Una possibilità potrebbe essere proporla come
sperimentazione in un settore specifico (ad esempio RFI, Rete Ferroviaria
Italiana, con un costo complessivo di circa 26 milioni di euro) oppure
applicarla a proposte ambiziose riguardo politiche di assunzione nella
pubblica amministrazione. Sarebbe anche parte delle politiche
complementari del job guarantee, trattato in seguito, che beneficerebbe
anch'esso di questa misura.

Job Guarantee
Il Job Guarantee è un programma pubblico, attraverso cui lo Stato si
impegna a garantire, per ogni individuo in età lavorativa, l’accesso a un
lavoro che sia ben retribuito e sicuro, dotato di tutele sindacali e pieni
diritti.
Si tratta di posti di lavoro non strettamente produttivi, ma che realizzano o
sostengono progetti a beneficio della collettività e attenti alla
sostenibilità ecologica e all’inclusione sociale, specialmente delle
minoranze. Il programma dovrà prevedere un ampio coinvolgimento e
partecipazione delle comunità locali, soprattutto di quelle più in difficoltà,
nel suggerire e dare priorità ai progetti (fonte).
In un’ottica di liberazione dal tempo di lavoro e passaggio verso
un’economia della cura, il Job Guarantee dovrà essere abbinato a proposte
come salario minimo legale e settimana lavorativa breve a parità di salario,
prevedendo un massimo di 32 ore settimanali lavorative a un salario
minimo di 10 euro l’ora.
I vantaggi di un simile programma comprendono l’eliminazione della
disoccupazione involontaria, con lo spostamento di chi è working poor o
in sottoccupazione verso un impiego più dignitoso, riducendo il gap
salariale tra i diversi settori e le diverse mansioni. L’aumento del numero di
persone impiegate può inoltre contribuire al superamento della soglia di
povertà per molte famiglie.
Tutto ciò dovrà essere normato da una legge che garantisca la buona
gestione del programma oltre a regolarne i finanziamenti.
Costo Job Guarantee: 90 mld. La platea che ne può beneficiare è ampia
comprendendo anche parte dei neet e dei working poors. Il costo netto della
misura è di 20-25 mld una volta tenuto conto dell'effetto moltiplicatore. I costi dei
vari sussidi di disoccupazione vengono invece assorbiti dalla riduzione di orario di
lavoro. Modalità di finanziamento: tramite Cassa Depositi e Prestiti (vedi
proposta per renderla banca verde di Stato).

4.Edilizia e povertà energetica
Si stima che oggi in Italia ci siano 9 milioni di individui in povertà relativa e
5 milioni in povertà assoluta, che non possono permettersi una serie di
beni essenziali, tra cui quelli energetici. Per chi è in povertà energetica
spesso accade che la disponibilità economica vada a supplire in primis alle
esigenze alimentari, entrando in conflitto con gli altri bisogni fondamentali.
In quest’ottica, è fondamentale promuovere importanti interventi di
efficientamento energetico.
Inoltre, sono sicuramente fondamentali e complementari le riduzioni dei
consumi di energia primaria all'interno dei cicli industriali di produzione,
favorendo l’elettrificazione e l’integrazione di produzione di elettricità da
rinnovabili e da idrogeno verde.
Isolamento di tutte le case popolari e di tutti gli edifici scolastici
in Italia entro il 2025
Il patrimonio edilizio è il maggiore consumatore unico di energia in
Italia, con il 45% del consumo di energia finale e il 39% delle emissioni di
gas a effetto serra (il settore civile invece lo è per il 17%). Gli edifici a
destinazione d’uso residenziale sono più di 12 milioni, con oltre 31 milioni di
abitazioni. Nel 2018 hanno consumato quasi 373 TWh, pari al 28% dei
consumi totali di energia finale. Oltre il 60% di tale parco edilizio ha più di
45 anni, ovvero è precedente alla legge n. 3733 del 1976, la prima legge sul
risparmio energetico. Gli edifici pubblici e privati non-residenziali,
rappresentano il 17% dei consumi totali (coi 225 TWh del 2018) sul territorio
italiano.
La misura del Superbonus 110%, giusta idealmente, è stata regressiva e fino
a maggio, con una spesa di oltre 30 miliardi, ha finanziato solo 170 mila
interventi, che corrispondono a poco più dell’1 per cento delle abitazioni
unifamiliari e dei condomini.
Per questo la nostra proposta è di reindirizzare i fondi pubblici partendo
proprio dal suo patrimonio. Proponiamo quindi l’efficientamento delle
case popolari (con un aumento del loro numero) e degli edifici scolastici.
Un efficientamento del 2% del patrimonio residenziale (500k alloggi/
40mln di m2), porterebbe a un potenziale risparmio annuo di 5,5 TWh. Per
quanto riguarda il patrimonio edilizio scolastico (51 000 edifici, pari a 73.2
milioni di m2), il potenziale risparmio energetico annuo è di 13,5 TWh.
A differenza del Superbonus, andranno in questo caso introdotte misure
più stringenti e un controllo sui costi dei materiali e del lavoro, oltre che
requisiti tecnici per le imprese che se ne assumeranno l'onere.
L'efficientamento degli edifici porterebbe diversi benefici:
Riduzione dei costi di gestione per pubblica amministrazione,
cittadini/e e imprese.
Miglioramento della qualità degli edifici e della qualità dell’aria al loro
interno (l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che la scarsa
qualità dell’aria negli ambienti chiusi causi oltre 40 mila decessi
all’anno in Italia).
Riduzione delle emissioni.
Creazione di posti di lavoro (ogni milione di euro investito per
incrementare la performance energetica degli edifici contribuisce
alla creazione di circa 18 posti di lavoro in UE).
Costo efficientamento case popolari: 15-20 mld, compreso il costo per aumentare
il numero di case popolari.
Costo efficientamento scuole: 40-50 mld.
Fornitura di energia gratuita a tutte le famiglie per coprire i
bisogni primari
La proposta è di fornire come misura universale una quantità di energia
gratuita, cioè sufficiente a coprire le esigenze di base come il
riscaldamento, la cucina e l'illuminazione. Questo garantirebbe la sicurezza
energetica di cui le persone hanno bisogno, tenendo conto dei bisogni
effettivi in relazione all'età, alla salute e all'abitazione.
Una tale politica invertirebbe l'attuale situazione perversa, in cui le persone
pagano meno per unità di energia se ne usano di più, e pagano di più per
unità quanto più riducono i consumi.
L’energia sarebbe, in quanto diritto universale, fornita a tutti/e, ma le
persone che possono permettersela e che usano molta energia
pagherebbero di più, attraverso tariffe più alte per l'energia non necessaria
che usano.
Benefici di questa misura:
Incentiverebbe il governo a investire finalmente in programmi di
isolamento su larga scala (vedi sezione precedente), perché sarebbe
responsabile di soddisfare le esigenze, invece di caricare i costi
aggiuntivi su persone che non possono permetterselo.
Costringerebbe il governo a sostenere concretamente le energie
rinnovabili, che producono energia a un costo molto minore delle
fonti fossili, modificando anche il meccanismo di formazione dei
prezzi legato ai costi spot.
Incentiverebbe tutti/e noi a ridurre il nostro consumo a ciò che è
necessario.
Costo fornitura energia consumi base: 17-22 mld, essendo la platea di 31 milioni di
abitazioni, con un consumo medio di circa 2700kwh/y e i fabbisogni primari
annui coperti dai 3000 ai 6000 kwh. Ciò che determina la variabilità del costo è il
prezzo dell'energia da riportare sui 0,2€/kwh.
5. Acqua
La crisi idrica degli ultimi mesi ha messo in luce ciò che si prevedeva da
tempo: i cambiamenti climatici renderanno l’acqua una materia prima
sempre più preziosa. Da Nord a Sud, molti comuni e regioni hanno
dichiarato lo stato di emergenza, per far fronte alla scarsità d’acqua.
Diventa quindi prioritario ridurre i consumi e gli sprechi, ma è assurdo
che le prime proposte includano misure ridicole come evitare
l’innaffiamento dei parchi. Stiamo guardando il dito e ignorando la luna.

Manutenzione rete idrica
Il principale problema sta nelle pessime condizioni della rete di
distribuzione, in particolare del settore civile: il report Istat sull’acqua ci dice
che le perdite della rete idrica ammontano al 42%, sprecando 156 litri al
giorno per abitante, con forti disparità tra Nord, Sud e Isole. Ignorare tutto
ciò è immorale, anti-ecologico e anti-economico.
Si deve agire immediatamente per ridurre le perdite (che in alcune
provincie raggiungono l’80%), accelerando il rinnovo della rete,
particolarmente antiquata. Al ritmo attuale servirebbero più di 250 anni
per sostituire l’intera rete (dati FAI).
Acqua pubblica
Lo stato pessimo della rete idrica è legato a doppio filo alle modalità di
gestione. Il referendum del 2011 ha sancito che l’acqua sarebbe dovuta
rimanere un bene pubblico, su cui non si sarebbe più potuto fare profitto.
Un referendum tradito, dato che attualmente i gestori continuano a
remunerare gli investimenti privati, le tariffe sono aumentate del 90% e
non c’è obbligo di reinvestire sulla manutenzione.
Le risorse stanziate con il PNRR sono insufficienti e non cambiano il
modello di gestione, quello della società per azioni che produce utili. È
essenziale quindi un nuovo modello, un vero servizio pubblico, in cui non si
ricercano utili, mantenendo costi bassi e reinvestendo le entrate sulla
manutenzione. Serve quindi una rimunicipalizzazione totale dell’acqua.
L’acqua è una risorsa essenziale e un patrimonio della collettività, per
questo deve essere protetta e messa a disposizione di tutti e tutte, a prezzi
contenuti e senza discriminazioni geografiche.