ITALIANI CATTIVA GENTE NELLA JUGOSLAVIA 1941 – 1943.

ITALIANI CATTIVA GENTE NELLA JUGOSLAVIA 1941 – 1943.

di Francesco Cecchini -

“Non occhio per occhio e dente per dente! Piuttosto una testa per ogni dente”.

Generale Mario Roatta comandante del Regio Esercito nella provincia di Lubiana ai reparti di occupazione della Slovenia. Un ordine esplicitamente diretto contro i civili sostenitori dell’ Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia guidato da Josip Broz Tito.

“TESTA PER DENTE” CRIMINI FASCISTI IN JUGOSLAVIA 1941/1945 è una mostra fotogafica di una decina di anni fa a cura di Claudia Cernigoi, Alessandra Kersevan, Sandi Volk, Coord. Naz. per la Jugoslavia ONLUS, Giancarlo Feriotti e altri.

Agli inizi di aprile del 1941, ottanta anni fa, truppe tedesche, italiane e ungheresi invasero il regno di Jugoslavia, che crollò rapidamente, dopo solo una decina di giorni.

La spartizione dei territori assegnò all’Italia la Slovenia occidentale, inclusa Lubiana.  Presto si formò un fronte resistenziale che abbracciava, si può dire, tutti i gruppi politici. Iniziò così la repressione italiana che si fece via via più cruda, accumulando veri e propri crimini di guerra, e che portò alla deportazione di decine di migliaia di sloveni nei campi di concentramento italiani.

Già nel 1920 Benito Mussolini in un discorso tenuto a Pola aveva detto cosa pensava del popolo slavo: “Per realizzare il sogno mediterraneo bisogna che l’Adriatico, che è un nostro golfo, sia in mani nostre; di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara, io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.

Le indicazioni date da Mussolini ai generali Ugo Cavallero, Mario Roatta e Vittorio Ambrosio riguardo la linea di condotta che le truppe italiane avrebbero dovuto seguire in Slovenia erano in armonia con quanto aveva affermato 21 anni prima.

Lo storico A. Del Boca ha fornito un bilancio delle vittime civili in 26 mesi (1941 – 1943) di terrore italo fascista nella sola “provincia di Lubiana”:

Ostaggi fucilati per rappresaglia: 1.500

Fucilati sul posto durante i “rastrellamenti”: 2.500

Deceduti per sevizie: 84

Torturati e arsi vivi: 103

Uomini, donne e bambini morti nei campi di concentramento:  7.000

Totale: 11.100

Se si contano i circa 900 partigiani catturati e “passati per le armi” sul posto, nonché le 83 sentenze di morte emesse dal tribunale militare di guerra di Lubiana (che comminò anche 434 ergastoli e 2695 altre pene detentive per un totale di 25.459 anni), le vittime furono più di 12.000.

I villaggi completamente devastati furono 800, e più di 3000 le case saccheggiate e distrutte col fuoco.

Altre tragedie furono i lager fascisti. Arbe fu un vero e proprio lager di sterminio, ma altri campi per slavi vennero furono allestiti in territorio italiano (Monigo, Gonars, Chiesanuova, Renicci, Visco) e nel suolo slavo con un coinvolgimento di oltre 100.000 persone, sloveni, croati, montenegrini. Solo dalla provincia di Lubiana ne provenivano 30.000 secondo la diocesi locale, 67.230 secondo fonti jugoslave. Vi sono alcune ottime ricerche, Di là del muro di Francesca Meneghetti, Un campo di concentramento fascista, Gonars di Alessandra Kersvan ed altri. Il tema dei lager per slavi istituiti dal fascismo con la collaborazione delle autorità militari resta ancora da esplorare per intero.

Alla Croce Rossa che protestò per la denutrizione nei campi di concentramento, il generale Gastone Gambara rispose: ”Logico e opportuno che campi di concentramento non significhino campi di ingrassamento. Individuo malato, individuo che sta tranquillo”.

Dal 6 aprile in occasione dell’anniversario dell’invasione della Jugoslavia, sarà possibile vedere nel sito:

www.occupazioneitalianajugoslavia41-43

la mostra A FERRO E A FUOCO. L’OCCUPAZIONE ITALIANA DELLA JUGOSLAVIA 1941-43, che ha il patrocinio della Camera  dei Deputati. La mostra è composta da cinquanta pannelli, duecento immagini e venticinque testimonianze d’epoca, che distruggono il mito degli italiani brava gente e prova quanto siano stati cattivi nella Jugoslavia 1941-43.

La mostra è stata curata dallo storico Raul Pupo, con il contributo di Alessandra Kersevan, di Eric Gobetti e di altri storici. Raul Pupo ha dichiarato: ”Altri paesi come la Germania hanno mostrato più coraggio nel fare i conti con il proprio passato oscuro. Speriamo che dopo 80 anni sia venuto il momento giusto”. Proprio per questo è importante che la mostra venga venga diffusa anche il prossimo 10 febbraio, Giorno del Ricordo. Non vanno ricordati solo l’ esodo dall’Istria e dalla Dalmazia e alcune foibe, ma tutta la storia che ha portato ai quei fatti. In questo senso la mostra A FERRO E A FUOCO. L’OCCUPAZIONE ITALIANA DELLA JUGOSLAVIA 1941-43 è un contributo notevole.

Il 13 luglio 1920 la storia e la vita del Narodni dom vengono interrotte da un incendio doloso. Dopo un comizio in piazza Unità d’Italia, estremisti fascisti e nazionalisti attaccano una ventina di attività gestite da slavi (caffè, negozi, banche e ditte), il consolato jugoslavo e, soprattutto, il Narodni dom. L’incendio, domato solamente il giorno successivo, riduce in cenere gli ambienti modernamente arredati, i libri, gli strumenti musicali, gli archivi, e con essi gran parte del patrimonio culturale degli sloveni di Trieste.

Il rogo del Narodni dom non è il solo atto di intolleranza: già prima del 13 luglio si hanno i primi segnali che condurranno a 25 anni di crescente oppressione e persecuzione nei confronti degli sloveni. Il Regno d’Italia e soprattutto il regime fascista li priveranno del diritto all’uso della lingua madre e, con la chiusura delle scuole, i confinamenti e le deportazioni, metteranno a rischio la sopravvivenza stessa della comunità slovena a Trieste.

Risiera di San Saba Campo di sterminio italiano

Ai margini della città si trova la Risiera di San Saba, unico campo di sterminio in territorio italiano.

Il complesso di edifici d’inizio Novecento era stato in origine adibito alla pilatura del riso e successivamente a caserma. Tra l’ottobre del 1943 e il marzo 1944 servì prima da stazione di transito e poi anche da luogo di eliminazione fisica dopo la costruzione di un forno crematorio nel 1944. Migliaia di persone, di cui molte triestine, scomparvero nella Risiera o, più spesso, da lì furono deportate.

Dal 1975 è diventato Museo civico della memoria su progetto dell’architetto Romano Boico. Elementi monumentali e di grande impatto emotivo definiscono il luogo e accompagnano in una visita che ne mostra gli spazi di reclusione e morte.

Un’esposizione di documenti e oggetti d’uso personale recentemente ritrovati ripercorrono la storia e la realtà di quegli anni.