LE CITTA’ DI PIANURA
Piccolo grande film che restituisce anima al Cinema Italiano...
Francesco Sossai firma con “Le Città Di Pianura” uno dei film italiani più sorprendenti e significativi degli ultimi anni. Un’opera che nasce lontano dalle logiche del grande cinema commerciale, ma che proprio grazie alla sua autenticità è riuscita a trasformarsi in caso cinematografico, conquistando pubblico e critica e trionfando ai David Di Donatello 2026, lo scorso 6 Maggio.
Non è soltanto un road movie e non è nemmeno una semplice commedia malinconica ambientata nella provincia veneta: è un film che parla di smarrimento, amicizia, tempo e identità attraverso uno sguardo profondamente umano e incredibilmente sincero.
Il successo ottenuto ai David non appare casuale. “Le Città Di Pianura” ha rappresentato qualcosa di raro nel panorama contemporaneo: un cinema capace di essere autoriale senza diventare distante e poetico senza risultare artificioso. Ed è forse proprio questa la sua forza più grande.
La regia di Francesco Sossai colpisce per maturità e misura. Non cerca mai virtuosismi inutili o costruzioni estetiche eccessive: preferisce osservare i personaggi, seguirli nei loro silenzi, nei dialoghi interrotti e nei momenti apparentemente insignificanti che finiscono invece per raccontare moltissimo.
Sossai costruisce il film attraverso il tempo e lo spazio. La pianura veneta non diventa soltanto un’ambientazione, ma una vera dimensione esistenziale.
Le strade provinciali, i bar semivuoti, le architetture sospese tra modernità e abbandono raccontano un’Italia periferica raramente mostrata con questa delicatezza. La macchina da presa accompagna i personaggi senza mai giudicarli, lasciando che siano i dettagli, gli sguardi e le pause a costruire il senso profondo del racconto.
E’ un cinema che rifiuta il clamore e trova la propria forza nella sottrazione.
Uno degli aspetti più riusciti del film è il lavoro sui personaggi. “Le Città Di Pianura” costruisce figure profondamente umane, mai eroiche e mai romanzate, capaci di trasmettere una malinconia autentica senza scadere nel pessimismo. I protagonisti si muovono all’interno di un viaggio che sembra quasi casuale, ma che progressivamente assume una dimensione più intima e simbolica. La ricerca continua di “un ultimo bicchiere”, di un altro luogo in cui fermarsi, diventa il riflesso di una generazione incapace di trovare davvero un punto fermo.
Sergio Romano offre un’interpretazione straordinariamente naturale, fatta più di presenza che di costruzione attoriale. Il suo personaggio comunica stanchezza, ironia e fragilità con una semplicità disarmante. Accanto a lui, Pierpaolo Capovilla riesce a dare al film un’energia più ruvida e istintiva, creando una dinamica perfettamente equilibrata. Anche Filippo Scotti funziona molto bene nel ruolo del giovane studente trascinato dentro questo viaggio sospeso tra smarrimento e scoperta personale. La relazione tra i tre personaggi diventa così il vero centro emotivo del film.
Uno degli elementi più interessanti de “Le Città Di Pianura” è la sua capacità di muoversi continuamente tra registri diversi. Il film alterna momenti di ironia spontanea a passaggi più malinconici, senza mai forzare il tono o cercare facili effetti emotivi. L’umorismo nasce spesso dalle situazioni quotidiane, dai dialoghi secchi, dai silenzi imbarazzati e da quell’umanità disordinata che attraversa tutto il racconto. Ma sotto questa leggerezza emerge continuamente una riflessione più profonda sul senso di disconnessione contemporanea. Il film parla di persone che sembrano vivere ai margini di qualcosa: del tempo, delle città, persino delle proprie vite. Ed è proprio questa sensazione sospesa a rendere il racconto così autentico e universale.
Dal punto di vista visivo, “Le Città Di Pianura” trova una propria identità molto precisa. La fotografia valorizza il paesaggio veneto senza mai idealizzarlo. Non c’è un’estetica forzata della provincia, ma uno sguardo attento alle sue contraddizioni, ai suoi vuoti e alla sua dimensione quasi alienante. Le città, le strade e gli spazi attraversati dai personaggi diventano parte integrante del racconto emotivo. L’architettura stessa assume un ruolo simbolico, contribuendo a costruire quella sensazione di immobilità esistenziale che accompagna tutto il film. Anche il ritmo segue questa impostazione. “Le Città Di Pianura” si prende il tempo necessario per osservare, ascoltare e lasciare respirare le scene. Una scelta che potrebbe apparire lenta a chi cerca una narrazione più tradizionale, ma che rappresenta invece una delle qualità principali del film.
Sotto la superficie del road movie malinconico e della commedia esistenziale. “Le Città Di Pianura” racconta soprattutto il bisogno di appartenenza. I personaggi sembrano continuamente in movimento, ma in realtà stanno cercando qualcosa di molto più profondo di una semplice destinazione. Cercano un senso, un legame, un luogo emotivo in cui sentirsi finalmente presenti.
Il film riflette anche sul rapporto tra provincia e identità contemporanea. Il film raccontato da Sossai sono luoghi sospesi, né completamente vivi né davvero abbandonati, ovvero uno specchio perfetto di personaggi che sembrano vivere la stessa condizione interiore. Ed è proprio questa capacità di trasformare il quotidiano in riflessione universale a rendere “Le Città Di Pianura” una delle opere italiane più importanti e sincere degli ultimi anni.
Il trionfo ai David Di Donatello 2026 non rappresenta soltanto il successo di un singolo film, ma anche il riconoscimento di un certo modo di fare cinema: più libero, più umano e meno costruito attorno alle logiche industriali. “Le Città Di Pianura” ha conquistato ben otto David Di Donatello, tra cui Miglior Film e Miglior Regia, diventando il simbolo di una stagione cinematografica che ha premiato autenticità e ricerca autoriale.
E’ anche uno di quei film che meritano di essere recuperati oggi più che mai, soprattutto ora che è stato riproposto nelle sale e reso disponibile su MUBI. Perché opere così delicate e sincere rischiano spesso di passare inosservate nel rumore continuo delle grandi produzioni, ma finiscono poi per lasciare un segno molto più profondo. “Le Città Di Pianura” è una piccola perla del cinema italiano recente: un film che osserva l’umanità senza giudicarla e che riesce a trovare poesia anche negli spazi più ordinari. Un’opera malinconica, autentica e profondamente viva.
Voto: 8.5/10
Giorgio Maria Aloi