Tassare i grandi patrimoni è necessario

Tassare i grandi patrimoni è necessario

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C’è un aggettivo della democrazia dimenticato, o, meglio, svuotato e neutralizzato: sociale; eppure, lo affermava anche il costituente democristiano Costantino Mortati, la democrazia o è sociale o non è. È il progetto, un progetto con solide gambe, dell’eguaglianza, sostanziale, effettiva, che si concretizza nell’emancipazione per tutte e tutti («il pieno sviluppo della persona umana» e l’«effettiva partecipazione» dell’articolo 3 della Costituzione). È un progetto che cammina con la solidarietà e muove i propri passi sul terreno del diritto alla salute, all’istruzione, alla casa, all’assistenza sociale, alla sicurezza del lavoro. È un progetto che implica una redistribuzione della ricchezza e la presenza di risorse necessarie ad assicurare la garanzia dei diritti sociali, ricordando che «è la garanzia dei diritti incomprimibili a incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione» (Corte costituzionale, sentenza n. 275 del 2016) e al bilancio devono essere assicurate le risorse necessarie concretizzando la solidarietà economica e sociale e la progressività, con l’“effetto collaterale” di perseguire l’eguaglianza sostanziale.

Coerentemente, nella Costituzione il riconoscimento della proprietà privata si accompagna alla previsione di «limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti» (articolo 42) e si stabilisce che «la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali» (articolo 41). Ai limiti connessi ai fini sociali si accompagna, quindi, la previsione che «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva» e che «il sistema tributario è informato a criteri di progressività» (articolo 53 della Costituzione); «un criterio più democratico, più aderente alla coscienza della solidarietà sociale» (Scoca, Democrazia Cristiana, 23 maggio 1947, Assemblea Costituente).

Oggi «50 mila persone in Italia detengono un patrimonio netto medio superiore a 20 milioni di euro e pagano comparativamente meno tasse del ceto medio. Questo significa «regressività»: il 7% più ricco della popolazione paga un’aliquota effettiva pari al 32,6%, mentre un lavoratore dipendente della classe media paga circa il 45%» (Roberto Ciccarelli, il manifesto, 23 luglio 2026).

L’inattuazione o, meglio, la violazione della Costituzione sul fronte fiscale si ripercuote sul suo sul suo cuore, l’eguaglianza sostanziale, e sulla garanzia dei diritti sociali. Esiste una connessione diretta fra imposizione fiscale, redistribuzione della ricchezza e il compito della Repubblica di liberare dagli ostacoli posti dalle condizioni economiche e sociali. Questo è il contesto nel quale leggere la proposta di legge di iniziativa popolare “Imposta grandi patrimoni” che prevede l’istituzione di un’imposta patrimoniale annuale sulle persone fisiche, sulla quota di patrimonio complessivo eccedente i due milioni di euro (con l’esclusione dell’abitazione principale dalla base imponibile), progressiva, dall’1% sino al 3.5% (in tal caso sulla quota di patrimonio eccedente i 20 milioni di euro), nonché una imposta di successione sui grandi patrimoni. È una proposta di legge di attuazione della Costituzione, riconducibile ai fini sociali, alla solidarietà, alla progressività, all’eguaglianza sostanziale. L’articolo 4 ne esplicita il nesso, laddove introduce vincoli sul gettito, che è da destinare al finanziamento del Servizio sanitario nazionale, dell’istruzione pubblica, delle politiche abitative, della sicurezza del lavoro e del sostegno al reddito nonché per le politiche per la transizione ecologica (termine quest’ultimo abusato, da intendere al netto delle mistificazioni). Non solo. In quanto correlata all’esigenza di rendere effettivi i diritti sociali, la proposta di tassazione dei grandi patrimoni si presenta come una legge “costituzionalmente necessaria”; integra un dovere di intervento in capo alle istituzioni statali.

Invero, se si guarda oltre le distorsioni terroristiche del termine “patrimoniale”, non si ragiona di una iniziativa particolarmente rivoluzionaria, ma che tocca le condizioni minime della democrazia, nel presupposto prima esplicitato che la democrazia è sociale o non è. Suona eretico solo perché oggi l’ortodossia neoliberista ha demolito la democrazia sociale, dissolto il legame sociale, neutralizzato il conflitto e sta confinando i diritti (liberali) per blindare la lotta di classe vinta dall’alto. Ragionare di tassazione dei grandi patrimoni è una “semplice” attuazione della Costituzione, che, tuttavia, nel contesto di un modo dominato dalla competitività letale e bellica del capitalismo, nelle sue varie declinazioni, si presenta come alternativa radicale al presente.

Tassare i grandi patrimoni, quindi, insieme attua la Costituzione e inverte la rotta: muove verso l’eguaglianza in un mondo governato da diseguaglianze crescenti; ricorda il senso della solidarietà contro il mantra della competitività; configura l’emancipazione sociale come un diritto in luogo della colpevolizzazione della povertà; concretizza l’orizzonte della trasformazione sociale; apre una crepa in un modello di sviluppo strutturalmente diseguale. Ed è una proposta che può aiutare la politica a ritrovare la tensione a ragionare in termini di visioni del mondo, incontrando la politica come voglia di principi delle piazze per la Palestina come dei cittadini che hanno affossato la riforma meloniana della giustizia. È un modo per iniziare a costruire una alternativa.