Da Graziani a Vannacci, i generali degli italiani “brava gente”
di Mario Bolognari -
L'Italia non ha fatto davvero i conti con il proprio passato razzista. Il generale Rodolfo Graziani, viceré d'Etiopia, compì stragi e massacri in nome della razza bianca. E il razzismo degli italiani ora riemerge più prepotente senza che sia stato fatto un serio mea culpa. A differenza che col fascismo. Ed ecco il generale Roberto Vannacci ottenere consensi.
A ottanta e più anni dalla liberazione dal nazifascismo, gli scontri ideologici assumono sempre maggiore intensità.
Alcune contingenze politiche italiane hanno negli ultimi anni sollevato una serie di questioni che hanno a che fare con la storia novecentesca di questo Paese. Per esempio, uno studioso di letteratura italiana che lavora al Bard College di New York, Franco Baldasso, si è interrogato sulla transizione dal fascismo alla democrazia dopo la Seconda Guerra Mondiale, pubblicando anche in Italia Verso quale redenzione. Democrazia, letteratura e memoria dopo il fascismo; uno storico dell’arte, Raffaele Bedarida, invece, ha esaminato il controverso rapporto tra artisti fascisti e artisti antifascisti; sono stati invocati esempi anche nel cinema, nella pittura, nell’architettura, per rappresentare una controversa redenzione.
Di mezzo ci è andato il 25 aprile, festa dedicata alla liberazione dal nazifascismo e ai valori democratici e antifascisti della Costituzione repubblicana, condivisi, almeno a parole, da un ampio arco di forze liberali, repubblicane, socialiste, comuniste e cattoliche. Le ultime edizioni di quella giornata sono state occasione di scontri ideologici, sul piano storiografico e sul piano politico, di sempre maggiore intensità, con forze politiche e cittadini che sempre meno si sono riconosciute in quei valori resistenziali.
Perché tutto questo? A ottanta e più anni da quella transizione così controversa? E che cosa è in gioco?
Molti osservatori sostengono che l’Italia non abbia fatto i conti definitivamente con il fascismo e che questa carenza stia presentando il conto. Personalmente, ho qualche dubbio sulla efficacia e correttezza di questa spiegazione. Non perché non creda che ci siano fascisti tra gli italiani o tra gli aderenti a qualche partito governativo, ma perché la Resistenza, per quanto combattuta e vinta da una minoranza, negli anni 1943-45, ha sconfitto non solo il nemico “tedesco” e il traditore “italiano”, ma anche tutto ciò che essi rappresentavano: organizzazione paramilitare, repressione violenta, terrore squadrista, fucilazioni, rappresaglie, persecuzione poliziesca, confino, delitto politico, deportazione, campi di concentramento, abolizione delle consultazioni popolari, cancellazione dei diritti civili e politici, assunzione della guerra come sistema di potere e definizione della propria identità. Cioè, il fascismo come organizzazione oggi non ha una sua forma e consistenza, se non come violenza verbale, invettiva politica, arroganza intellettuale.
Tuttavia, il fascismo aveva incorporato altri mostri ideologici che in Italia preesistevano alla Marcia su Roma e che furono un facile innesto nell’anima populista e movimentista del fascismo, come, per esempio, il razzismo. Nella cultura italiana dalla fine dell’Ottocento agli anni Venti furono coltivate idee razziste nelle scienze, nella letteratura, nell’arte cinematografica, nella fumettistica, nella comunicazione sociale. Il materiale è vastissimo e in questa sede non riassumibile. Ricordo che esiste un’ampia bibliografia in proposito, che pone in evidenza come canzoni, film, romanzi e pubblicità del tempo veicolassero messaggi razzisti. Bene, questa parte permane ancora oggi e in forma neanche tanto latente. Anzi. In parole semplici, la credenza che i comportamenti sociali siano diretti discendenti della nostra struttura genetica e fisica: principio che vale per i neri e i bianchi, i meridionali e i settentrionali, le donne e gli uomini, e via discriminando.
Quando nel 1935 l’Italia aggredì l’Etiopia, facendo inorridire la Società delle Nazioni, il terreno di coltura di stupri, impiccagioni e violenze di ogni genere era già pronto da decenni, senza che si dovesse attendere l’avvento del fascismo. Persino il regio esercito dovette, in un secondo momento, mettere al bando la famosissima canzoncina, Faccetta nera, che alludeva alla ricompensa erotica per i militari in missione. Infatti, il fenomeno del madamato ebbe un effetto talmente devastante sulla disciplina e sull’efficienza delle truppe stanziate in Etiopia, che si dovette correre ai ripari, peraltro senza grande successo. Si ricordi, in proposito, le affermazioni di Indro Montanelli sul suo matrimonio (“comprato”) di una adolescente etiope di appena dodici anni.
C’è un’interessante raccolta di fotografie trovate nelle case delle famiglie italiane che una decina di anni fa è stata pubblicata e analizzata dal punto di vista antropologico, come spettro dell’ideologia razzista italiana. Il titolo di quella raccolta, Lo scrigno africano. La memoria fotografica della guerra d’Etiopia custodita dalle famiglie italiane, indica proprio il fatto che, mentre col fascismo gli italiani hanno fatto i conti, con il razzismo non li hanno fatti ancora, con un meccanismo di rimozione perverso e di rimorso che ha nascosto certe verità per decenni. Infatti, un altro volume sull’argomento, ma che abbraccia studi storici, etnografici, geografici e letterari, si intitola Tra rimozione e rimorso. Solo negli anni Sessanta e Settanta gli studiosi, a iniziare da Angelo Del Boca, hanno cominciato a rivelare la ferocia degli italiani nelle colonie, smentendo quella comoda immagine de “gli italiani brava gente”.
Bisogna sempre ricordare che, se è pur vero che durante il fascismo sono stati utilizzati elementi razzisti, dando loro forma di sistema di pensiero politico, con connotazioni sovraniste, soprattutto per l’azione intrapresa nelle colonie, è anche vero che una attività persino scientifica di impostazione razzista ha preceduto il fascismo e faceva parte dell’Italia liberale postunitaria. Non solo nelle colonie, ma anche, per esempio, nelle trincee della Grande Guerra la scala di giudizio su intelligenza, orgoglio, senso del dovere era vincolata a un assunto razzista: l’appartenenza genetica e la fisionomia indicavano la cultura delle persone, i loro tratti fisici modellavano la loro psiche. Un pensiero lombrosiano, per così dire, popolare e facilmente impiegabile a qualsiasi livello.
Il fascismo ha esasperato, reso politicamente rilevante questa forma popolare di razzismo, ma con grandi giustificazioni scientifiche che l’accademia del tempo non mancò di elaborare. Nel 1938, con l’emanazione delle leggi razziali, se da una parte si ruppe un patto etico all’interno della società italiana (molti ebrei erano fascisti e molti di essi si meravigliarono sinceramente), con conseguenze devastanti nelle città a più alta densità ebraica, dall’altra le norme, per quanto dure e repressive, furono sostanzialmente accettate dalla stragrande parte degli italiani.
In questo senso, la transizione alla democrazia presenta ancor oggi diversi punti controversi. La Resistenza, seppur combattuta da una minoranza e confinata in una sola parte del Paese, ha consentito, attraverso atti, decisioni legislative, lavoro politico di massa, di fare i conti con il fascismo e di avviare una riconciliazione tra parti opposte che si erano combattute con le armi. Ma questo lavoro di redenzione non è stato esteso a tutte le diverse storture mostrate durante il ventennio e, soprattutto, durante gli anni della Repubblica Sociale di Salò e della lotta armata. In particolare, sull’ideologia razzista poco o niente è stato fatto.
Il viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani ordinò una strage di innocenti cittadini, alcuni dei quali erano novizi della chiesa cristiana, a causa di un attentato perpetrato nei suoi confronti da parte di due eritrei, il 19 febbraio 1937. La ferocia e la violenza di quella vendetta sono state documentate e hanno costituito un poderoso atto di accusa a livello internazionale. Nel dopoguerra, a causa dell’uso di gas tossici e dei bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa durante la guerra d’Etiopia, fu inserito dalla Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra nella lista dei criminali di guerra su richiesta del governo etiope, ma non venne mai processato. La richiesta di estradizione presentata dall’Etiopia fu negata dall’Italia nel 1949. Fu invece processato e condannato a 19 anni di carcere per collaborazionismo, anche se solo dopo quattro mesi fu scarcerato. Da questa vicenda si può comprendere che il collaborazionismo fu ritenuto elemento più rilevante e grave del trattamento dei cittadini africani come bestie.
Questa premessa storica spiega il contenuto del lavoro di Paola Tabet, che nel 1997 ha pubblicato La pelle giusta, un lavoro di ricerca effettuato nelle scuole elementari e medie italiane. “Il sistema di pensiero razzista, scrive, che fa parte della cultura della nostra società è come un motore, costruito, messo a punto e non sempre in moto né spinto alla velocità massima […] Può al momento buono, in un momento di crisi, partire […]. Questo sistema non nasce a un tratto quando arrivano in Italia gli immigrati. Come se essi, le loro persone, fossero necessarie per far nascere delle rappresentazioni razziste, o quasi che tali idee fossero causate da loro. No, questo sistema di pensiero si è formato ben prima, è un sistema di lunga costruzione, che ha subito revisioni e mutamenti, capace di integrare elementi di ricambio”.
Tabet conclude che il razzismo, prima che ideologia, senso comune e teoria, è un rapporto sociale, come sostiene Balibar, che in Italia ha seguito un processo storico, grazie al colonialismo e all’elaborazione di idea di razza sia sul piano intellettuale, sia sul piano politico.
Insomma, l’Italia deve ancora fare i conti con la propria esperienza otto-novecentesca di razzismo, di più e oltre la sua redenzione dal fascismo. Il successo elettorale, prima della Lega di Matteo Salvini e poi del movimento Futuro Nazionale, è una spia, minima e di per sé poco rilevante, di un meccanismo inconsapevole molto profondo e quanto mai pericoloso per la società che stiamo costruendo (o distruggendo).