I bambini non pensano alla remigrazione
di Djarah Kan -
Nel 1938 il ragionamento dello Stato fascista non era: questo bambino ha un problema educativo, quindi organizziamo un intervento per lui. Era: questo bambino appartiene alla categoria ebraica, quindi la sua appartenenza determina dove può studiare e con chi. Ed è precisamente qui che nasce la natura razziale della legislazione scolastica fascista: non dal semplice fatto che esistessero scuole differenti, ma dal fatto che lo Stato trasformò una classificazione identitaria attribuita al bambino in un criterio amministrativo per organizzare il suo accesso allo spazio educativo. Il bambino poteva parlare perfettamente italiano, essere nato in Italia, avere gli stessi bisogni educativi del compagno di banco e avere una famiglia italiana da generazioni: per la legge, tutto questo diventava secondario rispetto alla categoria razziale assegnatagli.
Nella scuola italiana il bambino straniero inteso da Giorgia Meloni non esiste. Esistono bambini con dei bisogni. Bambini che devono essere messi in condizioni di raggiungere quegli obiettivi che possono fornire loro gli strumenti per accedere alla cultura e alla piena alfabetizzazione. I bambini nati e cresciuti in Italia, pur non avendo la cittadinanza parlano italiano. I bambini trasferitesi da poco in Italia, non parlano italiano.
Creare la categoria di “bambino straniero” è roba da fascisti. E aggiungo che è altrettanto mostruoso pensare ai bambini come discendenti di barbari che minacciano la tenuta identitaria dei loro compagni di classe con cittadinanza italiana.
I bambini non pensano alla remigrazione e non sono nostalgici di Mussolini. Giocano. Litigano. Si abbracciano. Sono curiosi. Fanno amicizia. E noi adulti, non potendo tollerare ciò che potremmo essere se la smettessimo di fare i razzisti, li roviniamo con tutti i mezzi che abbiamo.
Non c’è nulla di più razzista di un criterio che, nell’organizzare l’educazione di un bambino, smette di chiedersi di cosa quel bambino abbia bisogno e comincia invece a chiedersi a quale categoria etnica appartenga. L’Italia ha un problema di memoria così grande che stiamo arrivando a normalizzare le classi scolastiche organizzate su base etnica.