LA RESILIENZA DELLE RADICI: IL CASO DI ONOFRIO GABRIELI DI GESSO

Gesso con l'arcobaleno

Eugenio Campo

«Non c’è peggior alienazione che sperimentare di non avere radici». Così Papa Francesco nella lettera enciclica “Fratelli tutti”.

E quale terreno più adatto per le radici, se non un paese? Una comunità, un microcosmo che riproduce in scala l’intera umanità. Nelle virtù e nei vizi, nei suoi talenti e nei suoi limiti, nella sua grandezza e nella sua povertà.

«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». Così Cesare Pavese nel suo ultimo romanzo “La luna e i falò”.

Semplicemente, con una espressione semplice e ricorrente, esisterebbe «il richiamo delle radici», ovvero quella potenza/energia emotiva che riconnette l’individuo a luoghi e persone del suo passato, in specie se assieme costituiscono un paese.

Fatta questa premessa risulta sorprendente che nessuno abbia provato a introdurre il concetto di resilienza delle radici. Un concetto che si può provare a sviluppare.

 

Come è noto l’uso della parola resilienza ha conosciuto, negli ultimi lustri, una crescita enorme. Settori e discipline fanno a gara nel declinare come resilienti proposte, programmi e prodotti. Questo fenomeno che avviene su scala globale, in Italia assume caratteri particolari.

Onofrio Gabrieli

Nei dizionari della lingua italiana di inizio novecento le voci “resiliente”  e  “resilienza” non sono comprese tra residuo e resina, solo negli ultimi decenni del ‘900 sono comprese  le voci resiliente e/o resilienza con il significato assunto nell’ingegneria.

Ovvero in Italia, prima del 2000, salvo rare eccezioni, il termine resilienza era usato unicamente in ambito tecnico, per designare una specifica caratteristica dei materiali, misurabile con una prova regolata da norme ben precise.

Situazione diversa nel mondo anglosassone: i dizionari d’inglese comprendono le voci resilience, resiliency, resilient come derivati dal verbo to resile nel significato di ritrarsi, riattaccare, recuperare forma e posizione elasticamente, ritrattare.

Per entrambe le lingue la derivazione è dal latino “resilire”, saltare (salire) indietro (re-), ma la stessa derivazione per “resilienza” e “resilience” non implica necessariamente significati identici, o meglio, non implica perfetta sovrapposizione dei rispettivi campi di applicazione.

Per evitare confusione nel seguito il termine resilienza verrà usato nello specifico significato italiano.

Nella tradizione dell’ingegneria italiana per “resilienza” si intende il lavoro meccanico necessario per spezzare un materiale mediante un urto, utilizzando macchina e geometria della provetta del materiale che soddisfano i requisiti previsti dalle norme specifiche. Il metodo di prova più diffuso è stato proposto nel 1901 dal francese Georges Charpy e prevede l’utilizzo di un pendolo, recante un maglio opportunamente sagomato, che nel suo percorso incontra e spezza la provetta.

 

La doppia analogia con botanica e meccanica rende chiaro il concetto di “resilienza delle radici”. Ovvero se il legame con un luogo è figurato come le radici di una pianta, la resilienza delle radici può essere idealmente misurata come l’energia necessaria per spezzare/strappare queste radici. Ovviamente non può trattarsi di energia meccanica, bensì di energia sentimentale/emotiva, misurabile combinando diversi fattori quali: il tempo trascorso dalla partenza dal luogo di origine, la lontananza geografica, gli affetti creati altrove e in misura inversa le persone in attesa di un ritorno.

 

Volendo applicare questo concetto si può assumere come termine di paragone, un campione quasi assoluto la resilienza delle radici del pittore Onofrio Gabrieli.

Costretto alla fuga nel 1678, Onofrio Gabrieli torna a Gesso suo paese di origine dopo 23 anni di esilio, alla notevole età di 82 anni, dopo un viaggio di ritorno di almeno mille chilometri.

Infatti nella rivolta antispagnola di Messina del 1674-78, Onofrio Gabrieli aveva avuto un ruolo da protagonista, con l’incarico di costruire le fortificazioni della città liberata, sostenuta dai francesi. Purtroppo il destino di Messina si decideva altrove, Spagna e Francia trovavano un compromesso, formalizzato nella pace di Nimega, i francesi ritiravano il loro appoggio e le loro navi lasciavano il porto di Messina. Onofrio è uno dei tanti messinesi fuggiti con la flotta francese per evitare la feroce vendetta spagnola, per tornare nel 1701 grazie al “regime change” a Madrid dagli Asburgo ai Borbone ed all’indulto accordato dal nuovo re di Fillippo V.

Non è certa la località da dove parte il viaggio di ritorno di Onofrio Gabrieli. Sulla base delle notizie biografiche di Francesco Susinno e delle ricerche successive essa dovrebbe essere compresa nel triangolo scaleno Ancona-Padova-Mantova, in ogni caso circa mille chilometri, non pochi considerati i mezzi di trasporto del tempo e lo strapazzo che essi comportavano per un ottuagenario.

 

Una distanza temporale di 23 anni, geografica di 1000 chilometri, l’età vegliarda sono già dati rimarchevoli per definire il caso di Onofrio Gabrieli un riferimento. Fino a poco tempo addietro un riferimento assoluto, ovvero una resilienza insuperabile, perché si credeva non ci fosse nessuna persona ad attenderlo a Gesso. Una ricerca recente sul dipinto “La Strage degli Innocenti” di Giuseppe Paladino, esistente nella chiesa parrocchiale, ha permesso di integrare la biografia di Onofrio Gabrieli.

Ad attrarre Onofrio Gabrieli a Gesso non c’era soltanto la memoria dello splendido panorama e del suo meraviglioso tramonto, ma anche la famiglia del nipote Felice Gemellaro, figlio della sorella Vittoria, sorella ignorata per tre secoli dai biografi del pittore. Una famiglia quella di Felice con tanti bambini, con l’ultimo Placido che nasce proprio nell’anno di ritorno del grande prozio. Un’integrazione biografica che conferisce un tratto umano alla figura di Onofrio, del quale non si conoscono relazioni sentimentali, che pertanto rende la sua resilienza delle radici ancora di più esemplare.

 

Nota finale: il 26 settembre 2026 ricorre il 320° anniversario della morte di Onofrio Gabrieli, come risulta dai registri dell’archivio della Parrocchia S. Antonio  Abate di Gesso.