Preti contro il genocidio in marcia verso Leonardo
di Luca Kocci -
Duecento tra sacerdoti e religiosi di varie congregazioni partono dal Vaticano e raggiungono la sede dell'azienda. Tra kefieh e i nomi dei bambini palestinesi e libanesi uccisi da Israele
Un grande sudario con i nomi scritti a mano di trecento bambini uccisi dalle forze armate israeliane a Gaza e in Libano dopo la proclamazione del cessate-il-fuoco (mai attuato) ha accompagnato ieri la marcia dal Vaticano alla sede di Leonardo Spa dei “Preti contro il genocidio”, rete internazionale nata lo scorso anno e che ora conta oltre 2.500 aderenti da 67 Paesi di tutti i continenti, fra cui tre cardinali e una trentina di vescovi.
«Bisogna chiamare le cose con il loro nome», e «quello che accade a Gaza non è una guerra: è un genocidio», spiega padre Pietro Rossini, missionario saveriano e portavoce della Rete.
«Continuare a «chiamarlo guerra non è un errore di vocabolario: è il primo atto di complicità, perché rende accettabile ciò che è inaccettabile».
Ieri pomeriggio all’appuntamento alla chiesa di Santo Spirito in Sassia, a due passi da San Pietro, erano in duecento. Qualche volto conosciuto come Alex Zanotelli, Nandino Capovilla, Tonio Dell’Olio e Alessandro Santoro. Poi preti diocesani, religiosi di vari ordini e congregazioni (francescani, gesuiti, comboniani, saveriani), parroci e viceparroci da ogni parte d’Italia e da una decina di altri Paesi. Nessuna bandiera, alcune kefiah indossate sul saio o sul clergyman, tutti con lo stesso cartello di una Madonna con un bambino scheletrico in braccio e la scritta «Christ died in Gaza» (Cristo è morto a Gaza).
Dopo un breve momento di preghiera in chiesa, comincia la marcia-corteo, inframmezzata da canti, preghiere, letture bibliche, testi di papa Leone XIV, del cardinale Pierbattista Pizzaballa, del movimento ecumenico Kairos Palestina e dello storico israeliano Omer Bartov, che ha denunciato pubblicamente il genocidio e il regime di apartheid messo in atto da Israele a Gaza e in Cisgiordania.
A guidare il corteo tre vescovi, Franco Moscone (di Manfredonia), Christian Carlassare (di Rumbek, in Sud Sudan) e Giovanni Ricchiuti (presidente di Pax Cristi). A chiuderlo un gruppo di donne che porta foto e nomi di bambini libanesi uccisi dai bombardamenti israeliani.
Attorno molti turisti e cittadini incuriositi che sostengono e in qualche caso si uniscono anche per qualche tratto ai preti in corteo.
La prima sosta alla fine di via della Conciliazione, in piazza San Pietro, quasi sotto le finestre dell’appartamento papale. Viene letto un testo del profeta Isaia («È trascurato il diritto e la giustizia se ne sta lontana») e una lettera del cardinale Pizzaballa: «Esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse.
Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità». Dice padre Zanotelli al manifesto: «La Chiesa si schieri e abbia il coraggio di dire che ci troviamo di fronte a un terribile genocidio di cui l’Occidente è corresponsabile perché sostiene Israele».
Seconda sosta in via di Porta Angelica, sotto l’ambasciata della Palestina presso la Santa sede – il Vaticano ha riconosciuto ufficialmente lo Stato palestinese – dove viene intonata una canzone dedicata a Taybeh, villaggio cristiano in Cisgiordania, da tempo sottoposto a violenze e incursioni da parte dei coloni israeliani. Poco più avanti il corteo si ferma anche sotto l’ambasciata del Libano e poi si dirige a piazza Monte Grappa, dove c’è la sede di Leonardo Spa, la principale azienda armiera italiana (che ha solidi rapporti commerciali con Israele), presidiata da un blindato dell’esercito e da alcuni militari in mimetica.
«Siamo qui anche per chiedere lo stop alla vendita di armi a Israele e a tutti i Paesi che commettono crimini contro l’umanità», spiega al manifesto don Rito Maresca, parroco a Sorrento e principale promotore della rete dei “Preti contro il genocidio”. La responsabilità principale, certo, è della politica. Ma anche delle industrie armiere. «Dentro quello palazzo ci sono intelligenze umane e artificiali messe a servizio della guerra per la produzione di armi che genera profitti enormi e scandalosi», dice dal megafono monsignor Ricchiuti.
È ancora più diretto il vescovo di Manfredonia Moscone: «La Corte penale internazionale dovrebbe spiccare mandati di cattura per tutti coloro che siedono nei Consigli di amministrazione di Leonardo e di tutte le aziende che fabbricano e vendono armi per le guerre».