{"id":170963,"date":"2025-01-16T18:15:33","date_gmt":"2025-01-16T17:15:33","guid":{"rendered":"https:\/\/nuovosoldo.com\/?p=170963"},"modified":"2025-01-16T18:15:33","modified_gmt":"2025-01-16T17:15:33","slug":"lultimo-partigiano-messinese-fortunato-gennaro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovosoldo.com\/index.php\/2025\/01\/16\/lultimo-partigiano-messinese-fortunato-gennaro\/","title":{"rendered":"L\u2019ultimo partigiano messinese, Fortunato Gennaro"},"content":{"rendered":"<p>Avrebbe compiuto 100 anni a ottobre: ieri ci ha lasciato Fortunato Gennaro, partigiano messinese. Una delegazione dell\u2019Anpi di Messina \u00e8 andata immediatamente a rendergli l\u2019ultimo saluto e torner\u00e0, stavolta al cimitero di Spadafora, al momento della tumulazione. \u201c\u00c8 il minimo che possiamo fare \u2013 ha detto il presidente dell\u2019Associazione partigiani, Giuseppe Martino \u2013 per esprimere la nostra gratitudine a chi ha contribuito a lasciarci libert\u00e0 e democrazia\u201d.<\/p>\n<p>Gli anni giovanili Fortunato Gennaro li ha spesi nella lotta di Liberazione dal nazi-fascismo; una Resistenza \u201csemplice\u201d, la sua, quella di un ragazzo nato al \u201cPonte Americano\u201d di Messina e cresciuto a Bisconte, poi passato in Umbria con tutta la sua famiglia. E proprio in Umbria \u00e8 stato componente della \u201cBrigata Gramsci\u201d fra il 1943 e il 1944, portandosi dietro la sua idea di giustizia sociale maturata in riva allo Stretto.<\/p>\n<p>Con la stessa naturalezza ha proseguito la sua militanza democratica, come dimostra la tessera dell\u2019Anpi di Messina sottoscritta nel 1948. Lascia il segno di un impegno che tocca alle generazioni successive proseguire contro qualsiasi forma di tirannia.<\/p>\n<p>Di seguito la biografia di Fortunato Gennaro, scritta dalla figlia Giuseppina:<\/p>\n<p>\u201cTerzogenito e unico maschio dei cinque figli avuti da Vincenzo Gennaro e Giuseppa Celi, Fortunato nasce a Messina l\u20198 ottobre del 1925. Cresce nel quartiere di insediamento post terremoto denominato \u2018Ponte americano\u2019, nei pressi di Viale Europa.<\/p>\n<p>Il padre Vincenzo, gi\u00e0 in tenera et\u00e0 orfano di padre, crebbe e si form\u00f2 professionalmente nel convitto Cappellini di Messina (edificio che dopo successivi passaggi di destinazione attualmente ospita il liceo scientifico Archimede) dove acquis\u00ec, tra l\u2019altro, le nozioni musicali che coltiv\u00f2 facendosi apprezzare da adulto come suonatore di clarino nella banda musicale di Messina, nell\u2019ambito della quale rimase attivo per diversi anni fornendo il suo prezioso contributo.<\/p>\n<p>Da padre di famiglia si era affermato nella professione artigianale di falegname ebanista, coltivando parallelamente la passione per la musica che riusc\u00ec in parte a trasmettere a Fortunato il quale, in giovent\u00f9, impar\u00f2 da autodidatta a suonare la fisarmonica. Spesso interpellato per fornire l\u2019apporto strumentale al fine di rallegrare le giornate di convivialit\u00e0, di volta in volta promossa da alcune famiglie di rione Bisconte in occasione di festeggiamenti privati, grazie ai quali conobbe e si innamor\u00f2 della bella Antonia, divenuta sua moglie dopo due anni di fidanzamento e rimasta sua compagna di vita per 63 anni.<\/p>\n<p>Fin da bambino e nel rispetto delle oggettive possibilit\u00e0, Fortunato venne coinvolto nella modesta ma attiva impresa familiare. Inoltre, nel suo piccolo, contribu\u00ec economicamente svolgendo l\u2019attivit\u00e0 di garzone presso una bottega di tessuti esercente in citt\u00e0.<\/p>\n<p>Sul finire degli anni \u201930, quindi in pieno regime fascista, la famiglia Gennaro con l\u2019ancora piccolo Fortunato si trasfer\u00ec dall\u2019iniziale abitazione precaria della baracca di legno (nel cui sopralzo, costruito dallo stesso padre Vincenzo, si svolgeva la piccola attivit\u00e0 imprenditoriale) in una delle casette popolari appena allestite nel rione Bisconte di Camaro Inferiore dove, a seguito delle sue manifeste idee libertarie, apertamente comuniste, pap\u00e0 Vincenzo venne ostacolato nel suo mestiere dal gerarca locale, risultando presto inviso al punto da fare autorizzare anche un\u2019azione di pestaggio ai suoi danni.<\/p>\n<p>Si pu\u00f2 comprendere come le ritorsioni e l\u2019osteggiamento professionale a cui venne assoggettato il padre andarono a ricadere sull\u2019intera famiglia. Episodi che segnarono la sensibilit\u00e0 di Fortunato, che amava ed ammirava profondamente il padre, a seguito dei quali inizi\u00f2 a maturare quel senso di rivalsa della giustizia civile e di rispetto per il prossimo che lo accompagner\u00e0 per il resto della vita.<\/p>\n<p>Brillante studente di ragioneria, tanto da terminare il ciclo scolastico presentandosi all\u2019esame di stato dopo avere unito in unica soluzione l\u2019ultimo biennio, al termine del conflitto mondiale Fortunato avr\u00e0 l\u2019opportunit\u00e0 di impiegarsi da civile nella vicina caserma dell\u2019Esercito Italiano \u201cGasparro\u201d, definita Direzione Artiglieria, inizialmente in veste di tornitore meccanico nel ripristino delle armi utilizzate in guerra e destinate alle altre caserme militari di addestramento, ma presto verr\u00e0 destinato alla gestione contabile della stessa caserma Gasparro.<\/p>\n<p>Le due sorelle maggiori di Fortunato, Carmela e Anna, furono le prime a formare una loro famiglia. La prima rimanendo ad abitare al Bisconte con il consorte Angelo Accardi, l\u2019altra seguir\u00e0 in Umbria il marito Giocondo Magrelli subito dopo il loro matrimonio celebrato in Sicilia, poich\u00e9 originario del piccolo Comune di Sant\u2019Anatolia di Narco vicino a Cascia.<\/p>\n<p>Nel 1941 per tutti, non meno per la famiglia Gennaro, i timori derivanti dall\u2019avvento della Seconda guerra mondiale andavano inevitabilmente ad alimentare il disagio di sopravvivere agli avvenimenti, tanto pi\u00f9 quando gli eserciti alleati entrarono in Italia iniziando l\u2019offensiva aerea contro le truppe a terra dell\u2019invasore tedesco.<\/p>\n<p>Sin dall\u2019inizio della guerra (la prima incursione avvenne nel luglio 1940) Messina fu un obiettivo primario, in quanto importante Piazza marittima, punto strategico circa i trasporti nel Mediterraneo quindi anche di approvvigionamento bellico e successivamente obiettivo finale dell\u2019Operazione Husky, ovvero lo sbarco alleato in Sicilia.<\/p>\n<p>Infatti dal 1940 al 1942 si ebbero le prime incursioni aeree programmate dall\u2019aviazione inglese e che coinvolsero anche la citt\u00e0 di Messina.<\/p>\n<p>Si ricorder\u00e0, in particolare, che nell\u2019estate del 1943 Messina fu interessata dal massiccio bombardamento, poi considerato il pi\u00f9 consistente del conflitto mondiale in Italia.<\/p>\n<p>Ma gi\u00e0 le prerogative di attuazione delle strategie militari opposte indurranno i componenti della famiglia Gennaro ad allontanarsi dalla citt\u00e0 natale, facendo decidere il capostipite Vincenzo ad accogliere la proposta del genero Giocondo e della figlia Anna di chiedere asilo al Comune di Cascia.<\/p>\n<p>Richiesta che fu accolta cos\u00ec che gli otto componenti Gennaro, con Angelo marito di Carmela e la loro primogenita Agata di soli pochi mesi, furono accettati come sfollati dal Comune di Cascia, trovando riparo e conforto inizialmente in un umile ma prezioso alloggio temporaneamente messo a loro disposizione, distante pochi metri dal Municipio.<\/p>\n<p>Tuttavia, appena fu possibile la famiglia si sposter\u00e0 a Sant\u2019Anatolia, lo stesso luogo dove gi\u00e0 abitavano Anna ed il bonario marito antifascista appartenente alla diffusa radice dei Magrelli originari di quei luoghi, all\u2019epoca gi\u00e0 genitori del primo dei loro sei figli, Giuseppe.<\/p>\n<p>I Gennaro rimarranno in Umbria da marzo 1942 a settembre del 1944. I maschi di famiglia con il capostipite Vincenzo, il figlio Fortunato ed il genero Angelo si occupavano dei modesti lavori che la singolarit\u00e0 del periodo storico poteva consentire, ma ben presto vollero aderire ai movimenti di resistenza locali partecipando alle iniziative della Brigata Gramsci in azione a Cascia.<\/p>\n<p>Mossi dalla loro fede comunista, i tre si spostarono dalla casa di Sant\u2019Anatolia verso i boschi della Valnerina, dove per diverso tempo parteciparono alle operazioni partigiane organizzate dai due jugoslavi che erano a capo della Brigata, di cui Fortunato ricorder\u00e0 solo il nome di battaglia di uno di loro, detto Ivan.<\/p>\n<p>La Brigata Garibaldi &#8220;Antonio Gramsci&#8221; fu particolarmente attiva durante la resistenza al nazifascismo nell&#8217;Italia centrale, tra Lazio, Umbria e Marche. I sette battaglioni della Brigata riuscirono a liberare, controllare territori e costituire ufficialmente una delle prime Repubbliche partigiane, tra le prime zone libere d&#8217;Italia.<\/p>\n<p>Nasce ufficialmente nel febbraio del 1944 in seguito al radicamento e alla crescita del Battaglione <em>Spartaco Lavagnini<\/em>, dietro indicazioni di Celso Ghini (nome di battaglia &#8220;<em>Naso<\/em>&#8220;) inviato del CLN per il PCI come ispettore delle Brigate Garibaldi nel Lazio, in Umbria e nelle Marche. In quest&#8217;ultima regione \u00e8 stato anche membro del comitato insurrezionale.<\/p>\n<p>Il propulsore, prima commissario politico e poi comandante militare, fu Alfredo Filipponi nome di battaglia <em>&#8220;Pasquale&#8221;<\/em>, dirigente comunista di Terni, che guid\u00f2 il gruppo fin dal primo nucleo costituitosi immediatamente dopo l&#8217;armistizio dell&#8217;8 settembre.<\/p>\n<p>La Brigata era prevalentemente costituita da operai, contadini, militari sbandati, renitenti alla leva, ex prigionieri di guerra alleati e sovietici, nonch\u00e9 &#8211; di fondamentale importanza &#8211; da un nutrito nucleo di prigionieri jugoslavi evasi nel settembre 1943 dal carcere di Spoleto: Svetozar Lakovic detto &#8220;<em>Toso<\/em>&#8220;, il quale fu a lungo comandante militare nella Brigata, che arriv\u00f2 a essere composta da un migliaio di partigiani divisi nei battaglioni <em>Spartaco Lavagnini<\/em>, <em>Giovanni Manni<\/em>, <em>Guglielmo Morbidoni<\/em>, <em>Paolo Calcagnetti<\/em>, <em>Tito 1 <\/em>e <em>Tito 2.\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>Il Battaglione <em>Spartaco Lavagnini <\/em>\u00e8 stato operativo tra la Valnerina e la zona di Cascia in Umbria.<\/p>\n<p>Fortunato era ancora minorenne e forse il pi\u00f9 giovane del gruppo, considerato che all\u2019epoca la maggiore et\u00e0 era fissata ai 21 anni, per questo i responsabili della cellula Gramsci gli assegnarono fondamentalmente il ruolo di staffetta. Passando inosservato grazie alla sua giovane et\u00e0, portava a destinazione ordini o informazioni, oltre ad osservare e riportare i movimenti delle formazioni nazifasciste eventualmente rilevate.<\/p>\n<p>Tra i ricordi pi\u00f9 drammatici e controversi della sua militanza, Fortunato ricorder\u00e0 un episodio che riguard\u00f2 due giovani esponenti della brigata poco pi\u00f9 grandi di lui.<\/p>\n<p>Alla ricerca di cibo, i due non ebbero scrupoli a fare razzia ai danni di una cascina che al momento era vuota, suscitando lo sdegno dei responsabili della brigata partigiana che, non appena se ne accorsero, dopo un breve consulto li condannarono alla fucilazione.<\/p>\n<p>Tra gli altri anche Fortunato assistette all\u2019esecuzione e ne rimase profondamente turbato.<\/p>\n<p>Si sar\u00e0 poi sempre chiesto se fosse stato davvero necessario arrivare ad un\u2019azione cos\u00ec drastica di fronte ad un impulso dettato dalla necessit\u00e0 di sfamarsi.<\/p>\n<p>Ma era pur consapevole che l\u2019aspetto militaresco delle formazioni di liberazione rispondeva a rigide esigenze di sopravvivenza e credibilit\u00e0, alle quali non ci si doveva sottrarre poich\u00e9 si ritenevano implicite sia la protezione sia il rispetto dovuto ai contadini del posto, unite all\u2019obbligo di non tradire la fiducia di coloro che spontaneamente consentivano ai partigiani di agire con sicurezza e collaborazione.<\/p>\n<p>Successivamente ai grandi rastrellamenti nazifascisti della primavera del 1944, nell&#8217;Appennino centrale avvenne la difficile riorganizzazione della Brigata che richiese la divisione operativa dei reparti: i due battaglioni prevalentemente jugoslavi <em>Tito <\/em>1 e <em>Tito <\/em>2, che tra l&#8217;altro erano quelli che meglio avevano retto l&#8217;urto del rastrellamento grazie a una ritirata verso Norcia e Visso, continuarono ad agire autonomamente sul confine marchigiano, al comando di Svetozar Lakovic &#8220;<em>Toso<\/em>&#8220;; i battaglioni sotto il diretto comando di Alfredo Filipponi, andarono riorganizzandosi faticosamente sui monti pi\u00f9 vicino a Terni, nei dintorni di Polino.<\/p>\n<p>Tra il 1\u00b0 e il 12 aprile del 1944 la zona libera e l\u2019area operativa della Brigata Gramsci fu sottoposta a sistematici rastrellamenti ad opera dei reparti italo-tedeschi in ritirata.<\/p>\n<p>Il nucleo di resistenza sub\u00ec un duro colpo, rischiando il completo sbandamento.<\/p>\n<p>I tedeschi in fuga dal sud, a seguito dello sbarco alleato, stavano risalendo lungo la dorsale italiana e in quella primavera del 1944, entrati nel territorio umbro presero a muoversi nelle zone meno visibili per evitare di essere avvistati dalle eventuali incursioni aeree.<\/p>\n<p>In tale contesto il comandante della formazione in cui militavano Vincenzo, Fortunato e Angelo ordin\u00f2 all\u2019intero gruppo di abbandonare la macchia per tornare dalle loro famiglie nei centri urbani di provenienza, dove si pensava sarebbero stati al sicuro dalle rappresaglie nemiche che venivano perpetrate ai danni e alla vita dei partigiani.<\/p>\n<p>Pertanto i tre familiari fecero ritorno a Sant\u2019Anatolia con l\u2019idea di essere stati risparmiati da una sicura cattura. Ma per loro il destino fu beffardo: nella fredda notte del 4 aprile 1944, un ridotto battaglione di tedeschi fece irruzione nel paese entrando nelle case per raccogliere il maggior numero possibile dei maschi ancora abili, adulti o ragazzi che fossero.<\/p>\n<p>Li radunarono tutti nella piazza di Sant\u2019Anatolia, requisirono i loro documenti di identit\u00e0 peraltro mai restituiti nell\u2019intento di rendere pi\u00f9 difficoltosa la circolazione sul territorio assediato, nel caso avessero tentato la fuga, e li caricarono su alcune camionette militari per poi utilizzarli da prigionieri ai lavori forzati, inizialmente per l\u2019allestimento delle loro trincee di difesa man mano che si avvicinavano a Roma.<\/p>\n<p>Anche Fortunato fu trascinato in piazza, per met\u00e0 scalzo perch\u00e9 nella furia di requisire la manovalanza forzata non gli lasciarono il tempo di infilare entrambe le scarpe.<\/p>\n<p>Tenuti sotto mira dal manipolo di soldati tedeschi ce ne fu uno piccolo di statura, in particolare, che per sua misera soddisfazione improvvisamente si prese la briga di puntare contro di loro un fucile mitragliatore, mimando il gesto di sparare e simulando contemporaneamente con la voce il fragore dell\u2019arma.<\/p>\n<p>A causa del suo innato temperamento sanguigno, Fortunato stava per scagliarsi con impeto contro il militare artefice dell\u2019infelice iniziativa, ma provvidenzialmente una mano amica lo trattenne evitandogli cos\u00ec un epilogo di sicura morte.<\/p>\n<p>Fu poi durante il trasferimento a Rieti che un gruppo di fascisti, comandati da un gerarca catanese, esamin\u00f2 i prigionieri per riconoscere e segnalare eventuali partigiani tra di loro.<\/p>\n<p>Ma per fortuna non erano in possesso di informazioni riguardanti quel gruppetto di prigionieri.<\/p>\n<p>Trascorso qualche mese Fortunato e gli altri prigionieri furono destinati ad un primo programma di lavori forzati a Pratica di Mare, nella zona a sud di Roma dove i tedeschi preparavano l\u2019offensiva in previsione degli sbarchi alleati.<\/p>\n<p>Tra gli aneddoti di quel periodo Fortunato ricorder\u00e0 un episodio di toccante umanit\u00e0.<\/p>\n<p>Una sera, al rientro dai lavori forzati, Vincenzo e Fortunato si trovavano nella camerata dove venivano stipati assieme ad altri prigionieri. Stavano terminando di consumare lo scarso cibo destinato per cena, seduti per terra l\u2019uno vicino all\u2019altro, quando il soldato tedesco di vedetta si avvicin\u00f2 loro guardingo per chiedere a gesti se fossero padre e figlio. Avuta la risposta affermativa si allontan\u00f2 per poi ritornare porgendogli un pezzo di pane nero, mimando il gesto di spartirselo tra loro senza farsene accorgere.<\/p>\n<p>Da l\u00ec a poco fu predisposto il distacco dei prigionieri nella zona cruciale della Capitale, con destinazione Cinecitt\u00e0, nei quali stabilimenti era stato approntato un campo di lavoro per prigionieri di guerra P.G. N. 122 che inizialmente ospitava sudafricani, inglesi e gollisti. In quell\u2019ambito fu operativo un distaccamento di lavoro composto da civili, dipendente dal PG. 122 per conto dell&#8217;Ispettorato Telecomunicazioni e Assistenza Volo del Ministero dell&#8217;Aereonautica (in altri luoghi sappiamo che i prigionieri di guerra sono stati utilizzati come lavoratori coatti per lavori di riparazione delle piste bombardate degli aeroporti).<\/p>\n<p>I nostri tre lavorarono infatti nell\u2019aeroporto di Pratica di Mare istituito nel 1937 nella tenuta di Campo Ascolano e qualificato come campo di allenamento aereo. Negli anni che seguirono, l&#8217;aeroporto sub\u00ec continue espansioni e nel dicembre 1942 divent\u00f2 Scuola strumentale di volo.<\/p>\n<p>Pochi mesi a seguire si rese necessaria una dislocazione parziale dei prigionieri relegati a Cinecitt\u00e0, per poter fare fronte alle operazioni di ripristino delle strutture di comunicazione, come ponti o strade danneggiati dalle bombe, che rappresentavano percorsi di importanza strategica per i tedeschi che stavano battendo in ritirata.<\/p>\n<p>Nella lista dei designati al trasferimento fu inserito, tra gli altri, solo Vincenzo Gennaro ma il figlio Fortunato si fece avanti al suo posto perch\u00e9, d\u2019istinto, ritenne che il padre avrebbe ancora potuto tornare a casa sano e salvo nella sua veste di capo famiglia, mentre lui non aveva responsabilit\u00e0 di quel genere. Tuttavia, conoscendo l\u2019indole del padre, Fortunato si fece promettere che per garantire maggiormente il ritorno in famiglia avrebbe evitato di mettere in atto uno dei suoi soliti colpi di testa.<\/p>\n<p>Ma cos\u00ec non fu, perch\u00e9 solo in seguito Fortunato seppe dal cognato Angelo della rocambolesca fuga che aveva dato l\u2019opportunit\u00e0 al genitore di rientrare a Sant\u2019Anatolia prima di loro due.<\/p>\n<p>Assieme ad altri prigionieri, suocero e genero erano stati caricati su due distinti mezzi militari alla volta del campo di lavoro in programma per quel giorno quando Vincenzo, che era posizionato sui sedili posteriori, tent\u00f2 la sorte approfittando di un rallentamento di marcia della camionetta sullo sterrato e, d\u2019impulso, con un colpo di reni si gett\u00f2 all\u2019indietro cadendo dal mezzo.<\/p>\n<p>Ag\u00ec tanto rapidamente da cogliere di sorpresa tutti, compagni di sventura e aguzzini, dileguandosi in mezzo al campo di grano che cresceva alto fino a lambire i bordi della strada e dove si inoltr\u00f2 facendo perdere le sue tracce, riuscendo ad evitare gli spari che i tedeschi gli scaricarono inutilmente addosso.<\/p>\n<p>I prigionieri distaccati da Cinecitt\u00e0, tra cui Fortunato, furono impiegati negli interventi di riparazione del ponte sul Tevere, nella zona della Magliana, nel quale fu approntata la ripavimentazione di fortuna applicata sul segmento crollato della struttura e poggiante su un basamento galleggiante di barconi affiancati uno dopo l\u2019altro fino alla riva.<\/p>\n<p>L\u2019epilogo della prigionia per Fortunato si present\u00f2 qualche sera dopo, quando il gruppo di prigionieri fu trasferito per i lavori nei pressi di un altro ponte sul Tevere, all\u2019altezza del colle Celio, dove si richiedevano interventi di minore portata.<\/p>\n<p>I prigionieri erano stati disposti da poco sul sito di lavoro quando assieme agli aguzzini furono individuati dall\u2019illuminazione dei bengala lanciati dall\u2019esercito amico, che una volta evidenziato l\u2019obiettivo favorirono l\u2019incursione bellica degli aerei mossi contro l\u2019insediamento tedesco.<\/p>\n<p>Una delle bombe sganciate esplose toccando il terreno poco distante da Fortunato, creando lo smottamento di terreno che lo aveva investito, ricoprendolo e seppellendolo sotto i detriti di terra e asfalto sollevati dalla detonazione. Rimase stordito e assordato dall\u2019onda d\u2019urto dell\u2019esplosione, i cui postumi gli avrebbero causato i successivi problemi di udito, fino a quando fu tratto in salvo da un altro prigioniero poco pi\u00f9 grande di lui, forse sui vent\u2019anni, che lo tir\u00f2 fuori dalle macerie a mani nude. Fortunato non conosceva il suo nome, ricorder\u00e0 solo che era poco pi\u00f9 alto di lui e biondo ed era lievemente ferito ad un braccio. Da lui fu guidato a risalire una spalletta di terreno in prossimit\u00e0 del ponte che il bombardamento aveva distrutto e raggiunsero la Via Ostiense, percorrendola per allontanarsi velocemente dal pericolo di quel luogo, nella speranza di guadagnare la libert\u00e0.\u00a0 Appena furono al sicuro Fortunato aiut\u00f2 l\u2019amico di sventura a bendare alla meglio il braccio ferito, ma poich\u00e9 il ragazzo non volle esporsi al rischio di essere nuovamente intercettato dai pattugliamenti nazifascisti nei pressi degli ospedali, decise di fermarsi da alcuni parenti di Roma che lo avrebbero assistito e medicato.<\/p>\n<p>I due si accomiatarono a Roma, con la promessa che Fortunato avrebbe fatto una piccola deviazione del suo percorso di ritorno alla famiglia, che si augurava di ritrovare a Sant\u2019Anatolia.<\/p>\n<p>Per onorare la promessa fatta, Fortunato avrebbe raggiunto il paese aretino di Apoleggia dove abitavano i genitori di quell\u2019angelo biondo venutogli in soccorso, per tranquillizzarli sulla sorte del figlio e riferendo loro che sarebbe stato pronto a tornare a casa appena si fosse rimesso dalla ferita.\u00a0 Fortunato ricorda la commovente gratitudine di quella coppia di contadini alle confortanti notizie riportate sul figlio al punto che, dopo averlo fatto rifocillare, se avesse loro consentito di sdebitarsi gli avrebbero anche fornito il loro asinello come mezzo di trasporto per coprire l\u2019ultima giornata di percorso rimasta tra Apoleggia e Sant\u2019Anatolia, seguendo la Via Salaria.<\/p>\n<p>Di certo il mezzo di fortuna a quattro zampe gli avrebbe risparmiato di proseguire il cammino a piedi intrapreso due giorni prima, una volta lasciata Roma, ma l\u2019asinello non dimostrava di essere molto pi\u00f9 in forma di Fortunato che, per compassione e sicurezza, prefer\u00ec lasciarlo ai proprietari.<\/p>\n<p>Emaciato e malandato a causa delle vicissitudini sopportate in prigionia, prima di iniziare la strada di rientro alla casa umbra Fortunato usufru\u00ec di alcune indicazioni avute dalla rete informativa partigiana. Tra le altre aveva memorizzato l\u2019indirizzo di un esercente romano, un certo Ciani, titolare di un laboratorio di calzature. Si present\u00f2 al negozio e fu accolto con umanit\u00e0 da quell\u2019anima gentile che lo fece pulire e riposare, lo riforn\u00ec dell\u2019abbigliamento di cui necessitava e, nel retro del negozio lontano da occhi indiscreti, lo fece sedere al tavolo per cibarsi di un piatto di cibo caldo.<\/p>\n<p>Fortunato non aveva ancora lasciato Roma per iniziare il ritorno a Sant\u2019Anatolia che era stato intercettato, assieme ad altri civili in transito lungo la Via Salaria, da un gruppo di militari tedeschi in difficolt\u00e0 con un loro carro carico di munizioni.<\/p>\n<p>Il manipolo di soldati esigeva dai passanti il necessario aiuto a sospingere quel convoglio, mentre altri commilitoni pattugliavano armati sui bordi della strada.<\/p>\n<p>Suo malgrado era stato costretto ad unirsi alla manciata degli occasionali arruolati a favore di quel carico militare ma considerando, in cuor suo, che rischiava di essere riconosciuto tra i fuggitivi di quel giorno e che avrebbe potuto essere nuovamente catturato o, peggio ancora, temeva di perdere la vita nel caso fosse rimasto coinvolto in qualche scontro tra le parti.<\/p>\n<p>Uscito indenne anche da quell\u2019ultimo imprevisto, Fortunato aveva preso ad agire con maggiore precauzione e in questo stato d\u2019animo evitava di attraversare i grossi centri abitati seguendo, invece, le strade periferiche. Tuttavia, quando la stanchezza prendeva il sopravvento, si azzardava a chiedere passaggi fortuiti che di solito gli venivano offerti facendolo salire a bordo dei mezzi agricoli in movimento nella zona.<\/p>\n<p>Si era dimostrato un buon sistema, infatti non solo gli aveva concesso di non incorrere in brutti incontri, anzi, spesso era stato accolto nelle case dei contadini che incontrava lungo il suo cammino, probabilmente impietositi dalla sua giovane et\u00e0 e nel vederlo gi\u00e0 palesemente segnato dagli eventi, considerato inoltre che stava affrontando da solo e a piedi un viaggio su territori a lui sconosciuti.<\/p>\n<p>Si era ormai ai primi di giugno quando finalmente, a tre giorni dalla fuga da Roma, Fortunato si trov\u00f2 in vista della meta nella provincia perugina, dove aveva potuto riabbracciare tutti i familiari rimasti in ansia per la mancanza di notizie che lo riguardassero, tra loro il padre ed il cognato Angelo che, ciascuno per proprio conto, erano riusciti a guadagnare la libert\u00e0.<\/p>\n<p>Dopo la dichiarazione di Armistizio dell\u20198 settembre 1944 il padre Vincenzo convinse Fortunato a seguirlo a Roma, dove sperava che nella grande citt\u00e0 avrebbe trovato lavoro.<\/p>\n<p>Ma arrivati a poca distanza dal cuore della Capitale, in zona Cecchignola, assieme ad altre persone dovettero rifugiarsi all\u2019interno di un cinema in disuso, poich\u00e9 intorno a Roma continuavano gli scontri armati delle forze alleate e della popolazione in rivolta contro i nazifascisti.<\/p>\n<p>Pap\u00e0 Vincenzo desistette dall\u2019idea che lo aveva indotto a muoversi da Sant\u2019Anatolia avendo considerato erroneamente che la citt\u00e0 fosse ormai sicura, di conseguenza non rest\u00f2 loro che fare ritorno dai familiari rimasti in Umbria.<\/p>\n<p>La permanenza dei Gennaro, famiglia di messinesi che durante il secondo conflitto mondiale aveva scelto di andare a Cascia per fuggire dai bombardamenti a cui era sottoposta la loro citt\u00e0 di origine, sarebbe durata circa due anni prima che il nutrito nucleo di sfollati nella provincia di Perugia facesse ritorno a Messina.<\/p>\n<p>In cerca di migliori opportunit\u00e0 di lavoro che invece scarseggiavano nella ferita Valnerina, nel percorso a ritroso si un\u00ec a loro anche il biondo e bonario Giocondo Magrelli, il ventiseienne marito umbro di Anna che era una delle sorelle maggiori di Fortunato, grazie al quale la famiglia al completo di quegli anni ebbe l\u2019opportunit\u00e0 di fruire della prima accoglienza fornita dal Comune di Cascia.\u00a0\u00a0 Fortunato ricorder\u00e0 che il cognato Giocondo, pur essendo antifascista, non aveva potuto prendere parte alle azioni partigiane poich\u00e9 sfortunatamente era rimasto parzialmente invalido, a causa di un incidente occorsogli durante il lavoro nei campi. Inoltre aveva la responsabilit\u00e0 genitoriale della imminente nascita di Giuseppe, il primo dei sei figli avuti con Anna.<\/p>\n<p>Nell\u2019immediato dopo guerra le prospettive di riprendere oppure ottenere possibilit\u00e0 di lavoro scarseggiavano ovunque nel territorio nazionale, ancora assoggettato alla grave destabilizzazione apportata dal conflitto mondiale.<\/p>\n<p>Il padre Vincenzo dovette abbandonare il suo lavoro di artigiano del legno riuscendo a farsi assumere dall\u2019Azienda Siciliana di Trasporti come bigliettaio in servizio nei mezzi circolanti a Messina, mentre Fortunato trov\u00f2 impiego in veste civile presso la Direzione Artiglieria della Caserma \u2018Gasparro\u2019, nello stesso rione Bisconte in cui era tornato assieme ai familiari.<\/p>\n<p>Nel dicembre del 1949, a ventiquattro anni d\u2019et\u00e0 spos\u00f2 la diciannovenne Antonia Capilli e nell\u2019arco di sei anni ebbero i quattro figli maschi.<\/p>\n<p>Ma trascorsi otto anni l\u2019indole ribelle alle prevaricazioni ed ai soprusi cost\u00f2 a Fortunato l\u2019allontanamento punitivo, mascherato da esigenze di servizio, verso un\u2019altra caserma della cittadina di Alba, in Piemonte.<\/p>\n<p>Il provvedimento fu il frutto dell\u2019arroganza di un alto graduato in servizio presso la caserma Gasparro che, nonostante Fortunato fosse un dipendente amministrativo civile, quindi non un militare suo diretto sottoposto, non aveva tollerato l\u2019orgogliosa refrattariet\u00e0 a mostrargli la riverenza che pretendeva da chiunque lo incontrasse mentre, tronfio dell\u2019autorit\u00e0 rivestita, il milite non usava il bench\u00e9 minimo riguardo nei confronti del prossimo, nemmeno per rivolgere il comune saluto.<\/p>\n<p>Fortunato venne a sapere che il graduato autoritario, a conoscenza dei suoi trascorsi di militanza partigiana e della sua fede comunista, inizialmente aveva cercato invano di convincere i responsabili della caserma a farlo licenziare come individuo non accetto.<\/p>\n<p>Ma non fu assecondato, perch\u00e9 Fortunato si era dimostrato un lavoratore serio e affidabile, inoltre era un padre di famiglia.<\/p>\n<p>Allora il graduato pass\u00f2 al contrattacco, mandando alcuni dipendenti della caserma a chiedere informazioni nel rione dove risiedeva con i congiunti, a quanto pare nell\u2019intento di indagare e rilevare tangibili difetti in merito al suo comportamento morale nei riguardi della moglie e dei figli.<\/p>\n<p>Ma il militare non pot\u00e9 fare affidamento neppure su questo stratagemma, poich\u00e9 Fortunato era benvoluto e stimato da tutti gli interpellati.<\/p>\n<p>Per ultimo, volendolo danneggiare a tutti i costi in segno punitivo, ottenne di fare trasferire Fortunato il pi\u00f9 lontano possibile, facendolo distaccare al Deposito Misto dell\u2019unica caserma militare di Alba, nell\u2019esercizio di un\u2019attivit\u00e0 omologa a quella di partenza.<\/p>\n<p>La buona stella di Fortunato fece s\u00ec che si trovasse a proprio agio nel comune piemontese e dopo pochi mesi fu raggiunto dalla moglie e dai figli, il pi\u00f9 grande dei quali aveva solo sette anni.<\/p>\n<p>Tuttavia, l\u2019esigenza di garantire alla famiglia una vita il pi\u00f9 possibile dignitosa gli sugger\u00ec di prepararsi presentandosi ad un concorso indetto per i dipendenti pubblici, vincendolo con destinazione all\u2019Ufficio Distrettuale delle Imposte Dirette di Alba, del quale era per\u00f2 in programma la soppressione locale.<\/p>\n<p>Con rammarico la famiglia dovette lasciare la cittadina nel marzo del 1959, facendo ritorno a Messina dove Fortunato fu ripreso a lavorare presso la caserma Gasparro.<\/p>\n<p>Vale la pena ricordare un ultimo aneddoto che ha sempre a che vedere con i controsensi con i quali ha avuto a che fare Fortunato, chiaramente riconducibili ad una certa ingerenza rivolta all\u2019impronta ideologica che meglio l\u2019aveva formato durante il suo impegno di partigiano, incoerenze emerse nel dopo guerra con l\u2019episodio del trasferimento ad Alba e poi con due successivi spunti verificatisi negli anni \u201860.<\/p>\n<p>Legato nostalgicamente alla sua terra di origine, nel 1967 per Fortunato si era aperta la possibilit\u00e0 di fare domanda e richiedere il trasferimento di lavoro da Genova a Messina.<\/p>\n<p>Pensando fosse opportuno sollecitare il disbrigo della sua pratica, decise di recarsi direttamente a Roma presso l\u2019Ufficio Ministeriale preposto dove espose le proprie ragioni ad un cortese operatore e questi, espletate le ricerche di rito, rifer\u00ec che in breve tempo avrebbe ricevuto l\u2019auspicato accoglimento di trasferimento. Tuttavia ritenne giusto avvisarlo che nell\u2019esaminare il fascicolo personale dove aveva rinvenuto il dispositivo di mobilitazione in attesa di essere spedito, aveva notato un documento dove Fortunato Gennaro era elencato tra i soggetti pericolosi per motivi ideologici.<\/p>\n<p>Purtroppo l\u2019esperienza di lavoro presso l\u2019Ufficio Doganale di Messina, dove ottenne di lavorare, risult\u00f2 deprimente: sempre a seguito della sua intransigenza a tutti i generi di sotterfugio attuati per tornaconto personale e restio a farsi coinvolgere in azioni scorrette, che in quel settore non mancavano, fu presto emarginato dal \u2018branco organizzato\u2019 che assieme al responsabile accondiscendente lo releg\u00f2 ad un\u2019attivit\u00e0 lavorativa marginale, costringendolo nell\u2019impossibilit\u00e0 di esprimere le sue buone capacit\u00e0 operative. Oggi si parlerebbe di mobbing.<\/p>\n<p>Deluso e mortificato, nemmeno un anno dopo Fortunato decise che non poteva pi\u00f9 seguire quel sogno divenuto quasi un incubo e avendone la possibilit\u00e0 torn\u00f2 sui suoi passi, chiedendo ufficialmente di farsi reintegrare negli uffici di Genova.<\/p>\n<p>Alla fine del 1968 torn\u00f2 in Liguria con tutta la famiglia e fu accolto con calore dai colleghi che lo conoscevano e lo apprezzavano, compreso il dirigente che per\u00f2, dopo avergli dato il bentornato, si sent\u00ec in dovere di consigliargli di esimersi dal fare eventuali considerazioni politiche sul luogo di lavoro. Discussioni che comunque Fortunato non era avvezzo fare, tantomeno in quegli ambienti.<\/p>\n<p>Attualmente Fortunato ha compiuto 99 anni e dall\u2019estate del 2022 \u00e8 ospite di una pregevole casa di riposo posta sulle colline del messinese.<\/p>\n<p>Se fosse stato possibile non avrebbe mai voluto lasciare il territorio delle sue origini, ma per esigenze di attivit\u00e0 lavorativa pi\u00f9 consona alle sue attitudini ed al mantenimento della famiglia, in pratica dal 1962 si era stabilito nella citt\u00e0 portuale di Genova con la moglie Antonia ed i loro cinque figli Vincenzo, Pasquale, Antonino, Nicol\u00f2 e Giuseppina.<\/p>\n<p>\u00c8 rimasto nel capoluogo ligure fino a quando ha accolto di buon grado la proposta fatta dalla ultimogenita, con la quale abitava dopo essere rimasto vedovo nel 2012, di tornare nella loro terra di origine. Cos\u00ec \u00e8 andata che, favorito dalla buona salute di cui godeva compatibilmente con l\u2019et\u00e0 avanzata, nel dicembre del 2019 Fortunato ha affrontato assieme alla figlia la realizzazione del comune progetto di recupero del tempo trascorso, per necessit\u00e0, lontano dalla Sicilia.<\/p>\n<p>Dell\u2019impegno profuso nelle linee della resistenza civile in Umbria a Fortunato ne rimane tutt\u2019ora indelebile memoria, sia pur ormai frammentata ma mai rievocata senza il dolore risvegliato dagli avvenimenti vissuti in prima persona nel corso di un periodo storico condiviso in tutto territorio nazionale, appartenente ai comuni ricordi che dovrebbero essere trasmessi generazionalmente, a monito futuro.<\/p>\n<p>Oltre agli attestati di riconoscimento ufficiale della militanza partigiana, assegnati a lui ed ai suoi due familiari Vincenzo e Angelo ormai defunti, per ciascuno la medaglia d\u2019argento al valore militare \u00e8 stata consegnata nel periodo post-bellico grazie alla segnalazione meritoria fatta dalla citt\u00e0 di Cascia alle autorit\u00e0 ministeriali della Capitale.<\/p>\n<p>Infine Fortunato Gennaro ha avuto il piacere e l\u2019onore di essere stato oggetto della visita richiesta dalla rappresentanza della sezione A.N.P.I. di Messina che, venuta a conoscenza del suo ritorno nella citt\u00e0 natale, ha avuto il piacere di conoscerlo per partecipargli la gratitudine verso il contributo apportato nella lotta contro il nazifascismo in Italia,\u00a0 ne ha raccolto la testimonianza diretta e lo ha omaggiato di una targa a lui dedicata e consegnata di persona in occasione del suo 99\u00b0 compleanno\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Avrebbe compiuto 100 anni a ottobre: ieri ci ha lasciato Fortunato Gennaro, partigiano messinese. 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