{"id":174041,"date":"2025-09-25T13:00:15","date_gmt":"2025-09-25T11:00:15","guid":{"rendered":"https:\/\/nuovosoldo.com\/?p=174041"},"modified":"2025-09-25T13:00:15","modified_gmt":"2025-09-25T11:00:15","slug":"carta-dellimpegno-per-un-mondo-disarmato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovosoldo.com\/index.php\/2025\/09\/25\/carta-dellimpegno-per-un-mondo-disarmato\/","title":{"rendered":"CARTA DELL\u2019IMPEGNO PER UN MONDO DISARMATO"},"content":{"rendered":"<p>Questa Carta nasce dal confronto tra donne impegnate per la pace in molte citt\u00e0 italiane. E\u2019 una presa di posizione collettiva che raccoglie pratiche e pensieri femministi, strumenti per pensare il presente a partire da una politica del disarmo, della cura e della giustizia.<br \/>\nhttps:\/\/www.facebook.com\/people\/10-1001000-Piazze-di-Donne-per-la-PACE\/61577566614538\/<br \/>\nhttps:\/\/www.instagram.com\/100piazze_pace\/<br \/>\n1. La guerra: forma estrema del patriarcato<br \/>\nLe guerre che devastano il mondo non sono un&#8217;anomalia, ma la conseguenza ultima di un sistema patriarcale che legittima la violenza come linguaggio e il dominio come unica forma di potere.<br \/>\nOgni guerra devasta corpi, popoli, territori, animali e ambienti; non distrugge solo vite, ma la possibilit\u00e0 stessa della vita sulla Terra. In questi anni anche i soli conflitti a Gaza e in Ucraina hanno generato impatti ambientali devastanti: milioni di tonnellate di CO\u2082 emesse in pochi mesi, inquinamento persistente da esplosivi e macerie, distruzione di infrastrutture civili con conseguenze ecologiche a lungo termine. In entrambi i casi, il danno ambientale si somma al disastro umanitario, aggravando la crisi climatica globale.<br \/>\nOggi il sistema patriarcale che per millenni ha realizzato il \u201cprogresso\u201d, utilizzando anche i mezzi pi\u00f9 brutali, sembra giunto al collasso e i dispositivi che gli uomini si sono dati per regolare, temperare la logica della forza, non reggono pi\u00f9.<br \/>\nLa guerra non \u00e8 inevitabile: sono i governi, gli eserciti, le industrie belliche a volerla. \u00abNon \u00e8 il destino o una legge naturale a condannarci alla guerra\u00bb, scriveva Rosa Luxemburg dal carcere nel 1917, \u00absono i padroni della terra, i potenti che, per difendere i loro profitti e il loro dominio, mandano milioni al macello. Ma noi abbiamo la forza di opporci, se solo ci uniamo.\u00bb<br \/>\n2. La differenza femminista nella critica della guerra<br \/>\nLa nostra critica non si limita alla condanna dei conflitti armati: * sottolineiamo la continuit\u00e0 tra patriarcato e guerra, visibile nella volont\u00e0 di controllo e annientamento dell\u2019altro e &#8211; in forma radicale &#8211; dell\u2019altra, come testimoniano lo stupro praticato come arma e i regimi che fondano il proprio potere sul dominio dei corpi femminili, in Iran come in Afghanistan; * denunciamo la volont\u00e0 di sopraffazione in tutte le sue forme e l\u2019alleanza tra poteri armati ed economie predatrici; * smascheriamo la mascolinit\u00e0 militarizzata e l\u2019uso della forza travestita da difesa.<br \/>\nGi\u00e0 Virginia Woolf, nel secolo scorso, aveva svelato il legame tra potere, privilegio maschile e violenza armata riconoscendo alle donne la capacit\u00e0 di immaginare civilt\u00e0 fondate su altri valori.<br \/>\nNel 2003, Leymah Gbowee (premio Nobel per la pace nel 2011) ha dato vita in Liberia a un movimento per la pace capace di unire donne cristiane e musulmane in una lotta nonviolenta: preghiera, sciopero del sesso, occupazione degli spazi pubblici. Un esempio potente di dissenso incarnato, attivo, collettivo, radicato nei corpi e nelle relazioni.<br \/>\nA partire dagli anni \u201990 del XX secolo, gli studi di Heide G\u00f6ttner-Abendroth sulle societ\u00e0 matriarcali hanno mostrato che la guerra non \u00e8 un destino inevitabile: comunit\u00e0 senza gerarchie n\u00e9 dominazioni di genere, basate su valori come il prendersi cura, il nutrimento, la mediazione, la nonviolenza &#8211; valori universali, per chi \u00e8 madre e per chi non lo \u00e8, cio\u00e8 per tutti gli esseri umani &#8211; costituiscono oggi un esempio concreto di convivenza pacifica e dimostrano come l\u2019estraneit\u00e0 storica delle donne alla guerra possa diventare strumento di trasformazione e giustizia.<br \/>\n\u00c8 a queste parole, pratiche e visioni che ci ispiriamo: forme di pensiero e immaginazione politica di donne che hanno saputo sottrarsi alle logiche della violenza, e che continuano a offrire orientamento e pensiero per percorsi di pace, giustizia e trasformazione.<br \/>\n3. Disarmare il sistema<br \/>\nL\u2019industria bellica, l\u2019export di armi e la militarizzazione dei territori costituiscono il cuore stesso di un\u2019economia della distruzione. In questo sistema i corpi delle persone vengono ridotti a strumenti da sfruttare o sacrificare a fini economici e militari, i territori diventano scenari di occupazione, le vite semplici numeri calcolabili. A sostenerne la legittimit\u00e0 intervengono narrazioni distorte della sicurezza che normalizzano la violenza e occultano le responsabilit\u00e0 politiche.<br \/>\nOggi la guerra a distanza e le armi guidate dall\u2019intelligenza artificiale interpretano in pieno questa logica. Appaiono pulite, precise, chirurgiche, ma invece riducono il controllo umano, il coinvolgimento critico e la responsabilit\u00e0 individuale, attenuano la percezione delle sofferenze inflitte e rendono ancora pi\u00f9 difficile immaginare soluzioni di pace. Disarmare il sistema certamente significa fermare la produzione e il commercio di armi, interrompere la corsa al riarmo, sottrarre risorse alla guerra per restituirle alla vita; si tratta per\u00f2 di condizioni necessarie ma non sufficienti. Disarmare il sistema infatti \u00e8 disarmare anche le menti; * \u00e8 disinnescare le logiche di potere, i linguaggi, le immagini, le economie e<br \/>\ni gesti che legittimano il conflitto; * \u00e8 decostruire i discorsi dominanti, che chiamano \u201cpace\u201d l\u2019occupazione, \u201csicurezza\u201d il controllo, \u201cgiustizia\u201d la punizione; * \u00e8 restituire alla giustizia un corpo vivo, capace di cura, di riparazione, di trasformazione; * \u00e8 mettere al centro la vita, la nascita, non la morte, la relazione non la competizione, la libert\u00e0 non il dominio, la pace come giustizia attiva.<br \/>\n4. Pace: un modo diverso di stare al mondo<br \/>\nLa pace non \u00e8 assenza temporanea di guerra, n\u00e9 ritorno a un ordine imposto. Non \u00e8 accordo tra poteri n\u00e9 semplice tregua tra forze.<br \/>\n\u00c8 un modo diverso di stare al mondo: parola, riconoscimento, possibilit\u00e0. \u00c8 relazione, responsabilit\u00e0, costruzione di convivenze. \u00c8 pratica quotidiana.<br \/>\nCome femministe non ci limitiamo a desiderare la pace n\u00e9 a proclamarla in forma astratta: la coltiviamo ogni giorno nei nostri percorsi politici e umani, intrecciandola alle nostre lotte e alla nostra visione del mondo.<br \/>\nIl nostro pacifismo non \u00e8 neutro n\u00e9 disincarnato, ma una pratica politica che nasce dal rifiuto attivo della violenza, della sopraffazione, dell\u2019annientamento dell\u2019altra\/o.<br \/>\nConosciamo il dolore, la paura, l\u2019angoscia della guerra dai racconti delle nostre madri e dalle storie che attraversano i nostri corpi. Li affrontiamo con la capacit\u00e0 della cura e della resilienza: vivere il dolore e la forza di continuare \u00e8 una competenza politica che ci appartiene.<br \/>\nScegliamo di stare con tutte le vittime, senza distinzioni. Non ci schieriamo davanti alla morte, al terrore, al lutto, alla distruzione dei luoghi della vita.<br \/>\nLa costruzione della pace \u00e8 una sfida storica, che richiede impegno collettivo e responsabilit\u00e0 verso l\u2019altra\/o. Si realizza nel riconoscimento della pluralit\u00e0 e nella trasformazione delle differenze in occasioni di relazione (Hannah Arendt); si nutre di rapporti giusti e compassionevoli (Mar\u00eda Zambrano); si fonda su un\u2019etica del radicamento, della giustizia sociale e del riconoscimento della dignit\u00e0 (Simone Weil).<br \/>\nSiamo consapevoli che non tutte le vite vengono trattate allo stesso modo: alcune sono riconosciute come \u201cvite che contano\u201d, altre invece \u201cnon meritano il lutto\u201d &#8211; sono quelle che non si conformano alla \u00abnorma occidentale dell\u2019umano\u00bb (Judith Butler), e le vite palestinesi ne rappresentano oggi l\u2019esempio pi\u00f9 evidente. Smascherare la gerarchia delle vite \u00e8 parte del nostro impegno politico per la pace che richiede coscienza critica, capacit\u00e0 di nominare la violenza, di attraversare il conflitto senza riprodurre logiche di dominio e di interrompere la spirale di aggressione, vendetta e sopraffazione.<br \/>\n5. Costruire una grammatica della pace<br \/>\nIl linguaggio bellico permea notizie, leggi, discorsi. Alimenta l\u2019idea che la guerra sia inevitabile, necessaria, legittima.<br \/>\nRivendichiamo una grammatica della pace, una grammatica della relazione, non della sopraffazione: parole che costruiscono senso, raccontano la vita, nominano l\u2019ingiustizia, aprono immaginari.<br \/>\nLa parola \u00e8 politica, a partire da quella delle nostre madri simboliche che hanno \u201cscolpito\u201d il termine PACE con il pensiero, l\u2019arte, la vita. Custodire e tramandare queste parole \u00e8 gi\u00e0 un gesto di trasformazione, perch\u00e9 \u00e8 proprio da loro che abbiamo imparato a immaginare un&#8217;altra posizione: non neutra, non armata, non competitiva.<br \/>\nPer questo, riteniamo centrale il ruolo dell\u2019educazione. Non si tratta di addestrare alla convivenza, ma di educare alla libert\u00e0 intesa non come assenza di limiti, ma quale possibilit\u00e0 di scegliere e agire responsabilmente: una pratica e una postura che implica non l\u2019assenza del conflitto, ma la capacit\u00e0 di attraversarlo senza cancellare l\u2019altra\/o. Maria Montessori ricordava che la pace comincia proprio da un ambiente che favorisce libert\u00e0, autonomia e cooperazione. Solo cos\u00ec, a partire dall\u2019infanzia, la pace diventa pratica concreta e le bambine e i bambini cresciuti in questo modo potranno essere veri \u00abmissionari della pace nel mondo\u00bb.<br \/>\n6. Per una diplomazia incarnata<br \/>\nCrediamo nella mediazione, nel dialogo, nella possibilit\u00e0 di percorsi alternativi al dominio e alla violenza.<br \/>\nRivendichiamo la forza politica dell\u2019ascolto e la necessit\u00e0 di relazioni internazionali fondate sulla coesistenza, non sulla sopraffazione e l\u2019annientamento dell\u2019altro.<br \/>\nRifiutiamo una diplomazia basata sul ricatto geopolitico, sull\u2019asimmetria, sull\u2019uso della forza come leva negoziale. Sosteniamo una diplomazia capace di riconoscere le soggettivit\u00e0, di ascoltare, di elaborare soluzioni condivise.<br \/>\nLe Donne in Nero lo dimostrano da decenni: donne israeliane in solidariet\u00e0 con le palestinesi, poi donne serbe con croate, bosniache e kosovare. La loro protesta silenziosa ma radicale ha trasformato la memoria in presenza viva e si \u00e8 estesa a molti altri luoghi del mondo, dimostrando che resistenza e solidariet\u00e0 non hanno confini.<br \/>\nAncora oggi in Medio Oriente, le donne israeliane di Women Wage Peace e le palestinesi di Women of the Sun rifiutano la logica della vendetta e dell\u2019odio e provano a tracciare insieme una via concreta per uscire dalla spirale della contrapposizione mortale.<br \/>\nNon basta tuttavia invocare una maggiore presenza femminile ai tavoli delle trattative: \u00e8 necessario che le donne che vi siedono sappiano rompere con l\u2019orizzonte simbolico maschile e con il linguaggio della forza, sappiano \u00abapprofittare dell\u2019assenza\u00bb (Carla Lonzi) delle donne da millenni di storia per attingere all\u2019esperienza storica femminile di cura e responsabilit\u00e0 verso la vita, condizione necessaria per aprire nuovi spazi e nuove modalit\u00e0 di pensiero e di trasformazione del conflitto. Essere state fuori dalla storia \u00e8 oggi un vantaggio per le donne che vogliono entrarci non per essere incluse, ma per trasformarla.<br \/>\n7. Disertare l\u2019odio: per una politica femminista e nonviolenta della relazione<br \/>\nNel cuore di ogni guerra si annida una pedagogia dell\u2019odio: un addestramento alla disumanizzazione, che insegna a cancellare l\u2019altro\/a.<br \/>\nDa quasi due anni a Gaza il popolo palestinese affronta un&#8217;escalation di violenza genocida che ha raggiunto livelli di disumanit\u00e0 inauditi, plasmando le fondamenta simboliche e affettive del mondo che verr\u00e0. L\u2019odio si espande come unica grammatica relazionale possibile, imposta e interiorizzata. In questo senso, Gaza \u00e8 specchio e laboratorio di un ordine globale in cui la violenza di Stato diventa infrastruttura emotiva e politica del presente.<br \/>\nMa Gaza non \u00e8 un\u2019eccezione: i conflitti armati africani &#8211; dal Sudan al Sahel, dalla Repubblica Democratica del Congo alla Somalia &#8211; continuano nell\u2019indifferenza mediatica, mentre l\u2019Occidente vi \u00e8 complice e attore diretto, con basi militari, forniture di armi, sfruttamento minerario e accordi che alimentano instabilit\u00e0 e massacri. Questi conflitti, pur lontani dalle prime pagine, sono parte integrante dello stesso meccanismo globale di violenza e profitto.<br \/>\nPer questo disertare l\u2019odio \u00e8 un atto radicale di responsabilit\u00e0 politica. Significa rompere l\u2019automatismo tra offesa e risposta armata, tra paura e annientamento, tra vulnerabilit\u00e0 e dominio. Non \u00e8 disimpegno: \u00e8 scelta attiva, relazionale, che si oppone alla coazione a ripetere della violenza e apre ad altre possibilit\u00e0.<br \/>\nDalla nostra esperienza femminista abbiamo imparato a decostruire le retoriche della forza e della sicurezza, a riconoscere la vulnerabilit\u00e0 come fondamento dell\u2019umano, a trasformare la cura in gesto politico.<br \/>\nRifiutare la guerra &#8211; che si svolga a Gaza, in Ucraina, in Africa o lungo i confini blindati dell\u2019Occidente &#8211; significa per noi rifiutare anche le violenze sistemiche contro gli immigrati, le stragi in mare, l\u2019espulsione dei poveri dal campo del vivente. Sono facce diverse dello stesso sistema patriarcale, coloniale e capitalista che si nutre di esclusione, paura e morte. Per questo, \u00e8 urgente rilanciare un\u2019etica della vita, dell\u2019amore e della giustizia, da far vivere ogni giorno come pratica attiva di opposizione.<br \/>\nLa diserzione non \u00e8 rinuncia, ma atto di renitenza verso l\u2019obbligo di addestrarsi alla logica del togliere la vita, un rifiuto che si colloca nel solco delle pi\u00f9 alte tradizioni di resistenza civile. \u00c8 rottura consapevole dell\u2019incantesimo della violenza, dettata non da sola paura, ma dall\u2019imperativo interiore di non voler uccidere un altro essere umano.<br \/>\n8. Trame vive di relazioni tra donne per la pace<br \/>\nDa nord a sud, da est ad ovest le nostre pratiche sono diverse, ma condividiamo: * la denuncia delle complicit\u00e0 tra guerra, potere e profitto; * la condanna della cancellazione di popoli, corpi, storie; * il desiderio di dare valore alla parola, al dialogo, alla responsabilit\u00e0; * l\u2019impegno per una politica basata sull\u2019ascolto, la cura e il legame con la Terra.<br \/>\nNelle fratture del presente, siamo consapevoli che costruire la pace richiede una postura capace di sottrarsi alla logica binaria delle contrapposizioni, di non rispondere al conflitto con nuove esclusioni. Proprio per questo riteniamo che ogni sforzo debba essere fatto per tenere viva l\u2019umanit\u00e0 anche quando le fratture sembrano irriducibili. \u00c8 un lavoro difficile, che comporta rischio e responsabilit\u00e0. Ma \u00e8 l\u00ec, nel tenere aperta la possibilit\u00e0 del riconoscimento, che si gioca la pratica politica della pace.<br \/>\nCon questa Carta vogliamo unire voci e corpi, tessere relazioni, coordinare azioni per cercare nuovi linguaggi e nuove visioni del vivere insieme per una convivenza disarmata, fondata sulla cura, sulla giustizia e sulla responsabilit\u00e0. Per una societ\u00e0 che non giustifichi la morte in nome della sicurezza e capace di scegliere la pace non come rifugio, ma come orizzonte trasformativo.<br \/>\n\u00c8 tempo di andare oltre le sigle e riconoscerci in una presenza collettiva: 10, 100, 1000 piazze di donne per la pace, unite nel rifiuto della violenza, custodi della possibilit\u00e0 di un futuro condiviso e impegnate ogni giorno a riscrivere il senso del vivere comune.<br \/>\nQuesto documento sar\u00e0 presentato Sabato 11 Ottobre 2025 alle ore 16.30 nella Sala della Fondazione Sant\u2019Anna, viale Roma 15, Perugia, in occasione della partecipazione di 10 &#8211; 100 &#8211; 1000 piazze di donne per la pace alla marcia Perugia-Assisi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Questa Carta nasce dal confronto tra donne impegnate per la pace in molte citt\u00e0 italiane. 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