{"id":177154,"date":"2026-06-24T20:07:57","date_gmt":"2026-06-24T18:07:57","guid":{"rendered":"https:\/\/nuovosoldo.com\/?p=177154"},"modified":"2026-06-24T20:07:57","modified_gmt":"2026-06-24T18:07:57","slug":"carlo-ginzburg-nel-momento-del-pericolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovosoldo.com\/index.php\/2026\/06\/24\/carlo-ginzburg-nel-momento-del-pericolo\/","title":{"rendered":"Carlo Ginzburg nel momento del pericolo"},"content":{"rendered":"<p>di\u00a0<a class=\"autori\" href=\"https:\/\/comune-info.net\/autori\/luca-casarotti\/\">Luca Casarotti &#8211;<\/a><\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Ragionare sul lascito intellettuale di Carlo Ginzburg significher\u00e0, per contrasto, fare i conti con la crisi degli studi che siamo soliti chiamare umanistici.<\/strong> Una crisi di credibilit\u00e0, d\u2019impegno, di prospettive, di metodo e di rilevanza. Una crisi d\u2019istituzioni, anche: di un\u2019universit\u00e0 che si prostra alla ragion di Stato mentre imbandiera un\u2019inesistente autonomia. Per invertire il senso di marcia occorrerebbe uno scatto di coscienza di cui pochissimi, tra quelli che formalmente fanno lo stesso mestiere di Carlo Ginzburg, sembrano al momento capaci.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Parlo di studi e anche d\u2019istituzioni, perch\u00e9 Ginzburg ha svolto la sua carriera di studioso dentro alle istituzioni accademiche: la Scuola Normale Superiore di Pisa, dove tra gli altri ha incontrato il suo maestro Delio Cantimori e gli amici di una vita Adriano Prosperi e Adriano Sofri; l\u2019Universit\u00e0 di Bologna, ancora con Prosperi e con altri grandi, nel clima fervido degli anni Settanta all\u2019<em>Alma mater<\/em>; l\u2019Istituto Warburg di Londra, dove ha esercitato la sua straordinaria intelligenza dell\u2019iconografia; l\u2019Universit\u00e0 della California Los Angeles, dove ha insegnato per vent\u2019anni; le innumerevoli altre che lo hanno ospitato per una conferenza o un periodo di studio.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Ginzburg \u00e8 stato s\u00ec dentro alle istituzioni accademiche, ma non nel loro codice di pose e regole<\/strong>. <a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/carlo-ginzburg-scrivere-di-storia-significa-tartufi-per-tutti\"><strong>Lo diceva lui stesso<\/strong><\/a>, e diceva di non sentirsi particolarmente a disagio nella posizione di relativa solitudine che gliene era venuta. Diceva anche di averlo potuto fare, ovviamente lo sapeva, in ragione di una fortuna familiare ad altri preclusa. Non basta per\u00f2 l\u2019anagrafe per essere l\u2019intellettuale che Carlo Ginzburg \u00e8 stato: per potersi permettere d\u2019ignorare le regole del gioco accademico, rispettando invece fedelmente quelle per lo studio della storia<strong> <a href=\"https:\/\/www.jstor.org\/stable\/24301154\">di cui parlava<\/a><\/strong> un altro suo maestro e amico, Arnaldo Momigliano. Sta di fatto che proprio per aver tenuto nel debito conto, cio\u00e8 poco, le convenzioni che irreggimentano il lavoro intellettuale invece di liberarlo, Ginzburg ha potuto scrivere i libri che ha scritto: e scriverli come li ha scritti.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>A dire il vero, la sua forma d\u2019espressione prediletta, specialmente dagli anni Ottanta, \u00e8 stata l\u2019articolo<\/strong>: tanti suoi libri (a campione: <em>Miti emblemi spie<\/em>, <em>Paura reverenza terrore<\/em>, <em>Il filo e le tracce<\/em>, <em>Rapporti di forza<\/em>, <em>Occhiacci di legno<\/em>, <em>La lettera uccide<\/em>) sono raccolte di saggi. Non che disdegnasse le monografie: da quella d\u2019esordio, <em>I benandanti <\/em>(1966), a quella giustamente celeberrima di un decennio dopo, <em>Il formaggio e i vermi <\/em>(1976); da <em>Storia notturna <\/em>(1989) a <em>Nondimanco <\/em>(2018); da <em>Giochi di pazienza<\/em> (con Adriano Prosperi, 1975), a <em>Il giudice e lo storico <\/em>(1991). Solo che alle monografie affidava i momenti di approdo della sua ricerca, come dovrebbe sempre essere e spesso non \u00e8. E gli approdi erano vertiginosi, per originalit\u00e0, proposta metodologica, qualit\u00e0 della scrittura. Di una monografia non andava particolarmente fiero, quella del 1970 sul nicodemismo: diceva che era un libro troppo schiacciato sul proposito di fare i conti con il maestro Cantimori.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma <strong>nel saggio breve<\/strong> \u2013 dove \u00abbreve\u00bb poteva per\u00f2 significare anche un centinaio di pagine \u2013<strong> Ginzburg probabilmente trovava la forma congeniale a un tratto tipico della sua storiografia, cio\u00e8 l\u2019autoriflessione<\/strong>. Quella che lui descriveva con la metafora dell\u2019edificio \u2013 la ricerca compiuta \u2013 da cui lo storico-costruttore non aveva voluto rimuovere l\u2019impalcatura. Per Ginzburg non si trattava di rappresentare lo storico nella scena della sua ricerca, che pure \u00e8 una strategia conoscitiva legittima, se non \u00e8 motivata dal solo narcisismo dell\u2019autore. Si trattava piuttosto di chiedersi, anche a distanza di anni, quali ragioni lo avessero portato a occuparsi di quel certo tema, quali a scegliere quella certa forma per presentare i risultati dell\u2019indagine. Di dare conto anche dei vicoli ciechi imboccati durante la ricerca, e dei percorsi seguiti per uscirne. Ascoltiamo direttamente le sue parole, da una conferenza<\/p>\n<p class=\"has-background wp-block-paragraph\">\u00abIl mio primo libro, <em>I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento<\/em>, usc\u00ec presso Einaudi nel 1966. La traduzione inglese venne pubblicata nel 1983, con un\u2019introduzione di Eric Hobsbawm. Trent\u2019anni dopo, nel 2013, la casa editrice, Johns Hopkins University Press, m\u2019invit\u00f2 a scrivere una nuova prefazione. Ne approfittai per chiedermi (non era la prima volta) che cosa mi avesse indotto a studiare i processi di stregoneria. Un giorno del 1959 (avevo vent\u2019anni), guardando uno degli scaffali della biblioteca della Scuola Normale di Pisa, di cui allora ero alunno, presi improvvisamente tre decisioni: a) cercare di imparare il mestiere dello storico; b) studiare i processi di stregoneria; c) studiarli per recuperare le voci e gli atteggiamenti delle donne e degli uomini accusati di stregoneria. A spingermi verso il mestiere dello storico erano stati i libri di Marc Bloch. A spingermi verso i processi di stregoneria (di cui non sapevo quasi niente) erano state le riflessioni sulle classi subalterne fatte nelle carceri fasciste daAntonio Gramsci, e due libri pubblicati nell\u2019immediato dopoguerra: <em>Cristo si \u00e8 fermato a Eboli<\/em> di Carlo Levi e <em>Il mondo magico<\/em> di Ernesto de Martino. Ma dietro l\u2019impulso a studiare le vittime c\u2019era, senza che me ne rendessi conto (una rimozione che mi parve, molti anni dopo, incredibile) l\u2019esperienza della persecuzione che aveva fatto di me, durante la guerra, un bambino ebreo\u2026.\u00bb<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dunque, nel 2013 Ginzburg si chiede, e dice che non \u00e8 la prima volta, quali ragioni lo avessero portato a scrivere un libro uscito nel 1966. E nel 2019 riferisce di quelle ragioni, chiedendosi quali altre ragioni lo avessero portato a scrivere quello che allora era il suo ultimo libro, <em>Nondimanco<\/em>. Come a dire: una vicenda intellettuale che, avanzando, non solo progredisce, ma scopre le sue stesse condizioni originarie di esistenza. Eccoci al punto: <strong>ci\u00f2 che rende grandi la storiografia e la scrittura di Carlo Ginzburg, che fa di lui l\u2019intellettuale che \u00e8 stato, \u00e8 questo legame costitutivo tra storia, letteratura e vita. Legame costitutivo s\u00ec, ma mai confusione tra le tre<\/strong>. Certo senza gli <em>Exercices de style<\/em> di Raymond Queneau non ci sarebbero stati <em>Il formaggio e i vermi <\/em>e <em>Giochi di pazienza<\/em>, per rivendicazione esplicita dello stesso Ginzburg. Ma storiografia e letteratura non coincidono: di qui la sua polemica quarantennale contro le posizioni \u00abneoscettiche\u00bb di autori come Hayden White, che non vogliono riconoscere la differenza epistemologica tra storiografia e letteratura d\u2019invenzione.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">D\u2019altro canto, per quante sovrapposizioni ci possano essere, specialmente nello studio della storia contemporanea, la storia non \u00e8 la vita: se non altro perch\u00e9 la personale biografia pu\u00f2 suggerire allo storico le domande di una ricerca, ma non dovrebbe mai influenzarne le risposte. Esattamente a scongiurare questa contaminazione serve tra l\u2019altro il filtro del metodo critico.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Anche l\u2019ultimo libro pubblicato in vita da Ginzburg, <em>Il vincolo della vergogna<\/em>, \u00e8 una raccolta di saggi. Al primo della silloge, omonimo, l\u2019autore ha voluto aggiungere un poscritto datato \u00abagosto 2025\u00bb. \u00c8 un breve testo che, come gi\u00e0 faceva <em>Il giudice e lo storico<\/em>, dice molto su qual \u00e8, per lui, la posta in gioco del fare il mestiere di storico. Non lo riporto, perch\u00e9 bisogna leggerlo insieme al saggio che lo precede, altrimenti si sfocia nella polemica pi\u00f9 corriva.<\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una ricerca fondata <em>in interiore homine<\/em>, nella coscienza politica e anche nel dolore di una biografia; verificata dall\u2019erudizione e controllata dallo stile. \u00c8 questo che rende le pagine di Ginzburg vere alla ragione quanto all\u2019emozione. Perch\u00e9 <strong>Ginzburg diceva quello che sapeva, e credeva a quello che diceva. Cio\u00e8 scriveva la storia allo stesso modo dell\u2019aforisma di Walter Benjamin che anche lui citava: \u00abcome appare nel momento del pericolo\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Ripartire da qui, dalla presa d\u2019atto che il pericolo ci sta davanti, e che non ce la si pu\u00f2 cavare facendo finta di niente o ripetendo le frasi degli altri, \u00e8 il minimo sindacale per poter essere presi sul serio.<\/strong> E magari provare a uscire dalla crisi intellettuale di cui parlavo all\u2019inizio. Di certo \u00e8 il minimo che dobbiamo a Carlo Ginzburg, per tutto quello che ci ha insegnato.<\/p>\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\" \/>\n<div class=\"entry-data\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di\u00a0Luca Casarotti &#8211; Ragionare sul lascito intellettuale di Carlo Ginzburg significher\u00e0, per contrasto, fare i conti con la crisi degli studi che siamo soliti chiamare umanistici. 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