la libertà, ultima maschera a destra

di Gad Lerner -

La massa ama gli uomini forti. La massa è
donna”. Così Benito Mussolini, a colloquio con
Emil Ludwig, autocelebrava nel 1932 il decennale
della sua ascesa al potere.

Novant ’anni dopo, a testimonianza di quanto
sia cambiata la società italiana, è una donna forte a
proporsi condottiera delle masse: Giorgia Meloni,
nata come lei stessa ama ricordare lo stesso
giorno di Giovanna d’Arco.

“Le nostre sono tutte battaglie di libertà”, è
l’argomento su cui batte e ribatte Meloni per
confutare chi la sollecita a recidere i vincoli di
continuità storica del suo partito col fascismo
“sociale” di Giorgio Almirante, sopravvissuto
all’ingloriosa fine del Ventennio. Paradossalmente,
mi sento di darle ragione. Perché il tratto distintivo
unificante delle nuove destre il denominatore
comune che in Italia connette lei a Salvini e al
primo Berlusconi, ma che può vantare potenti
ramificazioni dagli Stati Uniti al Brasile all’Europa
Centro-orientale è per l’appunto un ossessivo,
insistentemente conclamato richiamo alla nozione
di libertà.
Chi si era abituato a inscrivere il fascismo nelle
sole categorie della gerarchia, legge e ordine, divisa
e manganello, oggi assiste a un vero e proprio
capovolgimento semantico. Le nuove destre vi
fanno ricorso con insistenza, rovesciando sulla
sinistra e sulla cultura liberal le accuse di cui
vengono fatte oggetto. Far proprio il linguaggio
degli avversari è un artifizio cui è ricorsa ieri la
stessa Giorgia Meloni, quando si è dichiarata
vittima di una “strategia della tensione”. Come se
non fosse acclarato quale parte politica l’abbia
pianificata a suon di bombe dal 1969 in poi.

Questo capovolgimento delle colpe storiche
imputate alla destra è un refrain cui rischiamo di
abituarci, reso più suggestivo ora dalla sintonia con
gli slogan del movimento No Green Pass: “Siete
voi il regime che pratica un’odiosa
discriminazione”. Abbinato alla diffidenza nei
confronti della medicina e della scienza: “Quelli si
arricchiscono imponendoci cure discutibili e

mirano a sottometterci con la scusa della
pandemia”. Prima ancora, in replica a chi nedenuncia le campagne xenofobe anti-immigrati:
“Siete voi i razzisti contro i poveri italiani”. Di più:
“Le politiche immigrazioniste hanno sostituito le
deportazioni di massa dell’epoca sovietica”. Se poi
viene contestato alla destra il linguaggio aggressivo
e minaccioso, scatta immediata l’obiezione: “Ecco
i finti democratici che invocano la censura per
mettere la museruola al popolo”. Il tutto perviene
a una brutale semplificazione manichea dello
scenario politico italiano, nel quale opererebbero
da una parte i Patrioti (camerati non si usa più),
espressione degli interessi del Popolo e della
Nazione; dall’altra “il Pd, partito ‘collaborazionista’
delle ingerenze straniere”. Tale, prevede Meloni,
sarà “il bipolarismo dei prossimi anni in Italia”.

Questa sì è una rappresentazione grottesca degli
avversari, che puzza lontano un miglio di fascismo
novecentesco laddove la sinistra e “i liberal
globalisti” tornano a venir additati come “braccio
politico delle grandi delle grandi multinazionali”.
In sostanza: traditori della Patria.

Se oggi come allora queste restano le alternative
in campo, questa pretesa Giovanna d’Arco del
popolo italiano, in lotta contro “le consorterie
europee” e “l’élite apolide”, finirà per forza a dar la
caccia ai fantasmi di sempre. Dopo aver definito
lei stessa, nel 2019, “Soros usuraio”, come può
credibilmente dissociarsi dallo sproloquio del suo
Michetti sugli ebrei che godrebbero di maggior
riguardo perché possiedono le banche? La triste
verità è che a destra ci sono un sacco di
filoisraeliani rimasti più o meno consapevolmente
antisemiti, anche se sembra un ossimoro
. Ciò non toglie che ci troviamo spesso spiazzati,
impreparati a confrontarci con le istanze di libertà
di cui la destra contemporanea si erge a portatrice.
E che permeano la cultura di sommovimenti
diffusi, dall’apparenza libertaria, nei quali a prima
vista non è facile riconoscere la natura reazionaria.

Proviamo a elencarle, queste libertà care alla
destra.

Contro il Green Pass e/o l’obbligo vaccinale: la
libertà di farsi gli affari propri infischiandosene
dell’interesse collettivo alla salute pubblica.

Contro la “gabbia” del politically correct: la
libertà di sdoganare le invettive razziste e di
avvilire nel turpiloquio il dibattito pubblico.

E ancora: in nome della legittima difesa, la
libertà di armarsi da privati cittadini. Fino alla
libertà di riscrivere la storia a proprio piacimento,
liquidando come “parentesi storica”, testuale,
“l’ideologia nazifascista”, mettendo sullo stesso
piano i partigiani e i repubblichini, la Shoah e le
foibe. Dal che Meloni nel suo libro giunge a
rivendicare la sua “ferma ribellione nei confronti
dell’antifascismo politico”.

Naturalmente, la prima delle libertà rivendicata
dalla leader di Fratelli d’Italia resta quella di
sottrarre la sovranità nazionale al vincolo della
giurisdizione sovranazionale. Lo ha ribadito nei
giorni scorsi salutando con favore la sentenza della
Corte costituzionale polacca che ha affermato la
preminenza della legislazione nazionale sul diritto
comunitario dell’Unione europea. Questa è l’anima
del sovranismo. E più volte, per giustificarla,
Meloni si è rifatta alle tesi del filosofo israeliano
Yoram Hazony: “Non dovremmo cedere
nemmeno il più infinitesimale frammento della
nostra libertà a qualsivoglia organismo straniero, o
a sistemi normativi estranei non determinati dalla
nostra nazione di appartenenza”.

Del resto la pensano così anche i Patrioti
spagnoli e ungheresi a cui si è legata. Per non
parlare di Trump, cui ha confermato il suo
appoggio anche dopo l’assalto al Campidoglio.

Tutto ciò basta a definire la “libertaria” Giorgia
Meloni una fascista del Terzo millennio? Davvero
poco m’interessano le definizioni, e ovviamente mi
fa piacere se lei rifiuta come offensivo l’epiteto che
il suo caro Almirante invece rivendicava. Ma le
lezioni della storia, quelle sì che restano preziose.
E allora non basta dire che lei vuole imporre la
volontà popolare attraverso il voto e non come
dittatura. Tantomeno basta accusare gli altri di
essersi trasformati in regime. L’altra sera a “Otto e
mezzo” ho ricordato che anche Mussolini prima di
ricevere l’incarico di primo ministro nel 1922 si
presentava non certo come golpista, ma come
capopopolo della Grande Proletaria oppressa e
depredata, accusando gli avversari di essersi posti
al servizio dello Straniero.

Non ho nulla di cui scusarmi, onorevole
Meloni. È lei che deve cambiare registro.