Il Cinquecento va a pennello
L’arte pittorica messinese dalla bottega di Antonello alla scuola di Polidoro da Caravaggio. Nel volume di Teresa Pugliatti il repertorio iconografico di opere inedite della Sicilia orientale
di Giuseppe Martino
Messina per tutto il secolo XVI lottò perché la sua economia, basata soprattutto sul ruolo dell'attivissimo porto, potesse espandersi nonostante le particolari condizioni del territorio non le consentissero di avere merci proprie, a parte la seta, da scambiare. II punto debole dell'economia della città era la mancanza di vettovaglie, che la rendevano dipendente dall'esterno per i rifornimenti di grano e orzo, di carne e vino. In parte ovviava a questo inconveniente esercitando un controllo della costa che va da Taormina alla Piana di Milazzo e in parte organizzando gli scambi reciproci, il mercato dei noli e le assicurazioni con la Calabria meridionale e con Agrigento. Intanto il porto fungeva da centro di redistribuzione di prodotti che venivano dal Levante, dalle Fiandre, dall'Inghilterra, dalla Francia, dalla Biscaglia e dalla Catalogna, dall'Italia e dalla stessa Sicilia (vino, seta, cerchi di botte, tele e panni, arazzi, ferro, frumento e canapa).
Quadri fiamminghi in cambio di zucchero
In forza dei suoi "privilegi", della capacità imprenditoriale dei suoi abitanti e della ricchezza che faceva circolare fra le sue mura e nei suoi dintorni, Messina era una città ad estesa sovranità e un'entità giuridicamente distinta dal resto della Sicilia.
Anima dello sviluppo furono una borghesia che non rinnegava se stessa, anche quando entrava in possesso di feudi, in Sicilia e in Calabria, continuando i suoi affari, e un ceto produttivo composito, fatto di artigiani, di venditori al dettaglio, mediatori, orefici e argentieri, contabili, e tutta la varietà di mestieri che ruotavano attorno al porto: marinai e capitani, costruttori di navi e di barche. Messina era diventata la città più ricca della Sicilia e di tutta l'Italia meridionale, Napoli esclusa. Vi era anche un ceto che noi definiremmo intellettuale, composto da giuristi, insegnanti, grecisti, mercanti di libri, tipografi e maestri di computisteria; ricordiamo Giuseppe Moleti chiamato a Roma per la riforma del calendario, Costantino Lascaris che gestiva una scuola di greco con allievi della statura di Pietro Bembo, Cristoforo Scobar e Francesco Maurolico, insigne matematico e astronomo, Pietro e Giacomo Russo cartografi, Pietro De Gregorio e Salvo Sollima, giuristi e curatori dell'edizione dei Capitoli del Regno del viceré Moncada. E tra il ceto dirigente costituito dagli uomini d'affari e gli uomini di cultura si venne a creare un rapporto reale, così che a Messina il mecenatismo fu un carattere cittadino che altrove non si verificò. Così oltre alla importazione di quadri fiamminghi, in cambio di zucchero, e toscani, Messina aveva una produzione propria di opere d'arte a fronte di una richiesta che veniva soprattutto dai conventi e dalle chiese e in parte dai nobili, ma che veniva esportata anche in Sicilia orientale e in Calabria. Questa produzione artistica fu caratterizzata dalla persistente presenza, agli inizi del cinquecento, della autorevole tradizione pittorica locale della scuola di Antonello da Messina. E proprio da questa presenza prende le mosse il bellissimo libro di Teresa Pugliatti su Pittura del cinquecento in Sicilia. Gli eredi di Antonello da Messina, il figlio Jacobello, i nipoti Pietro e Antonio de Saliba, Salvo d'Antonio, furono gli allievi e i continuatori di una bottega decisamente a conduzione familiare. Di Jacobello si ha un quadro certo, giudicato spesso in rapporto ad Antonello; la Pugliatti dà questa impostazione come sbagliata perché in quest'opera sono contenuti elementi di una cultura diversa, che consentono anche una certa valorizzazione dell'artista.
La monocultura pittorica antonellesca
Madonna col Bambino e san Giovannino di Girolamo Alibrandi (XVI secolo; olio su tavola trasportata su tela, 131 x 111 cm)
Per quanto riguarda i de Saliba si afferma che Pietro fu un pittore mediocre, senza una sua personalità; i pochi quadri esistenti sembrano di Giovanni Bellini; Antonio fece quadri in serie, tutti uguali, su una linea stanca tardo quattrocentesca. Si differenzia dagli altri Salvo d'Antonio, di cui si ricorda il "Transito della Vergine", un'opera che contiene aspetti nuovi e progressivi, quali la concezione grandiosa del dipinto, la vasta apertura spaziale, le numerose figure, il ruolo comprimario del paesaggio. Sotto il profilo pittorico vengono evidenziati la cura dei particolari, le espressioni dei volti; la lettura dei suoi dipinti esistenti e di quelli a lui attribuiti permette di comprendere che fu decisivo per la formazione di Girolamo Alibrandi.
Ma la monocultura pittorica antonellesca, ormai languente, viene interrotta nel secondo decennio del secolo dall'arrivo di artisti provenienti da altre parli d'Italia, portatori di un rinnovamento del linguaggio pittorico e a loro volta contaminati dalla tradizione locale. Cesare da Sesto, lombardo, arrivato a Messina intorno al 1513, dipinse per l'Oratorio di San Giorgio dei Genovesi, nel convento di San Domenico, una Madonna in trono con Bambino tra i santi Giovanni Battista e Giorgio.
I protagonisti_del rinnovamento
In questo quadro troviamo tutti gli elementi che si svilupperanno in seguito in tante altre opere: il trono con i bassorilievi d'ispirazione archeologica, che diventa un elemento ricorrente nei quadri di questa scuola messinese, l'architettura bianca che sorge dietro la Madonna, il gruppo della Vergine con Bambino e i due santi ai lati. Un quadro classico, pacato, tranquillo, d'impronta raffaellesca e leonardesca, che fece scuola perché portatore di elementi innovativi, più evoluti, provenienti dal nord Italia e che cambiò il corso della pittura in Sicilia. L'autrice, poi, aggiunge quali protagonisti del rinnovamento gli artisti messinesi Girolamo Alibrandi e Alfonso Franco. L'Alibrandi fu pittore che sedimentò, su una matrice antonellesca, diverse influenze di origine lombarda, veneta, raffaellesche e napoletane, per dar vita a uno stile riconoscibilmente originale, caratterizzato da un gran temperamento, da una certa astrazione e da una monumentalità quasi marmorea. Di Alfonso Franco, detto l'argentiere, si conosce un solo quadro (nel libro purtroppo riprodotto in bianco e nero) ma da cui si riconoscono i caratteri formali di una impostazione innovativa.
Madonna in trono col Bambino coi santi Giovanni Battista e Elia. Polidoro da Caravaggio
Il quadro è la "Madonna in trono col Bambino coi santi Giovanni Battista e Elia". Polidoro da Caravaggio, giunto a Messina dopo il Sacco di Roma fu artista caratterizzato da personalità fortissima, impressionante per la sua modernità e attualità, che aggiunge alla preesistente scuola messinese quella componente drammatica che prima di lui non c'era; le opere dell'Alibrandi e di Alfonso Franco rappresentavano personaggi statici, ieratici. Polidoro Caldara sviluppa, invece, la volumetria col colore e col pennello più che col disegno. I bozzetti di preparazione dei quadri sono formidabili; da un fondo rossastro di partenza, di preparazione, riusciva a trarre immagini quasi in un'atmosfera infuocata, che ben rendevano i caratteri della religiosità meridionale, tutta intrisa di dramma e di coralità. Si segnala in special modo "'Andata al Calvario" e i bozzetti preparatori.
La cultura polidoresca
I Polidoreschi, Stefano Giordano, Mariano Riccio e gli altri, furono buoni pittori ma senza grande tecnica, ma in compenso mutuarono da Polidoro questo senso del dramma che li rende in qualche modo interessanti. Tipico di questo filone è il quadro d'Itala dipinto da Stefano Giordano, con i cieli verdi, i cirri, i due santi costruiti su due figure allungate, tetre, che non sono ancora quelli ispirati ai dettami della Controriforma con l'espressione stereotipata.
La Pugliatti evidenzia di questa scuola messinese questo aspetto drammatico che, pur nell'utilizzo della struttura compositiva che viene da Cesare da Sesto, viene reso da una tavolozza e da tipologie della figura totalmente diverse: atteggiate e più eleganti nel lombardo, più forti nella scuola messinese.
Deodato Guinaccia è una mescolanza di influenze napoletane, di manierismo e devozionalismo retorico allo stesso tempo, pur presentando qualche influenza polidoresca; ma essendo un pittore non eccelso, la sua opera è ineguale e discontinua. Antonio Catalano, messinese, è quello che ha sicuramente una formazione non locale, soprattutto romana; fu un ottimo pittore sotto il profilo del mestiere, dello stile, della mano e della raffinatezza. Antonello Riccio fu pittore "di regime", conformista - e questo spiega anche il suo grande successo - nel senso che fu l'artista della chiesa ripristinata, della Controriforma. Il suo unico pregio sono gli sfondi di paesaggio (Catalano non fa mai sfondi paesaggistici) realizzati con un trattamento particolare, con un certo gusto dell'atmosfera. Ma con lui si ha la penetrazione della cultura controriformistica (fino ad allora regnava invece quella polidoresca), e già Catalano ne è in qualche modo influenzato, anche se in maniera diversa, non pesante e più elegante.
La nuova generazione soffocata dal conformismo
Infine nel libro si parla di come si sviluppò la pittura degli allievi degli artisti polidoreschi, per esempio Giovan Simone Comandè, ma che presero strade diverse iniziando quella che sarà poi la pittura del seicento. Infatti tra la fine del cinquecento e la fine dei seicento il Senato messinese, mostrando una civiltà e una lungimiranza oggi sconosciute, dava grossi contributi ai pittori messinesi per studiare fuori; questo fece sì che gli artisti diventassero più indipendenti rispetto alle tradizioni locali, ma purtroppo senza una più precisa personalità, forse perché nessuno di loro aveva il temperamento sufficiente per elaborare quanto appreso in maniera personale. Ma c'è da aggiungere che, sicuramente, il filone durato quasi un secolo, ad un certo punto si esaurisce, non solo perché questa nuova generazione di pittori non ebbe la personalità sufficiente per rinnovarlo, ma probabilmente perché la cultura controriformistica, esaltando pittori come Antonello Riccio, alla lunga spense qualsiasi spirito innovativo. Cultura controriformistica, che aveva come braccio armato l'Inquisizione, intollerante delle diversità, dei siciliani di lingua greca, delle "eresie" protestanti che avevano contagiato in maniera particolare alcuni membri dei clero e i mercanti di Messina, degli ebrei convertiti a forza. La scuola messinese muore per indigestione di conformismo.
Un altro aspetto interessante del lavoro della Pugliatti è quello relativo alle attribuzioni di alcuni quadri: diversamente da altri, la studiosa attribuisce allo spagnolo Villanova un quadro dato all'Alibrandi (il cosiddetto Giudizio Universale). Le tavolette di Siracusa attribuite fin qui a Marco Costanzo, pittore di un solo quadro certo, diversamente vengono date come opere di altri autori: una a Jacobello (il Redentore), due a Salvo d'Antonio (Sant'Andrea e San Tommaso) sulla base di una diversa amplificazione volumetrica dei personaggi, di una maggiore dolcezza pittorica, di una pittura di qualità ottima. Infine vengono attribuite a Giovannello da Itala la "Madonna dei Miracoli" e altri quadri già dati come opere del Giuffrè.
La libera fantasia di Bernardino Nigro
Ce n'è abbastanza per scatenare un infuocato dibattito tra gli addetti ai lavori. Per completezza c'è da dire che il volume affronta anche la pittura nei territori di Siracusa, Ragusa e Catania. Nel capitolo catanese, in particolare, viene evidenziato un artista interessante, Bernardino Nigro, autore di un quadro, "Sant'Agata condotta al martirio", nuovo originale diverso coraggioso e dirompente, dai colori forti, con dominanti gialle e rosse, in cui i personaggi non sono convenzionali, non sono "santi", ma persone vere, infuriate, persone del popolo.
Il libro dà ampio spazio al dibattito critico, ed è il primo tentativo di affrontare il tema della pittura del cinquecento nella Sicilia orientale in modo organico e generale. E' da notare che lo studio, pur caratterizzandosi per il rigore scientifico, è scritto con un linguaggio sorprendentemente chiaro, che lo rende piacevolmente fruibile anche ad un pubblico più vasto della ristretta cerchia degli addetti ai lavori. Inoltre il testo è arricchito da un consistente repertorio iconografico di opere sia adite che inedite e mai studiate; su questo punto c'è però da dire che molti quadri avrebbero meritato una riproduzione a colori, e non in bianco e nero, che ne avrebbe evidenziato l'importanza e in alcuni casi reso possibile la leggibilità, come nell' "Orazione nell'orto degli ulivi" e nelle altre tavolette di Polidoro da Caravaggio.