Gattopardo in cucina

Gattopardo in cucina

di Francesco Saija -

Dal 20 al 22 gennaio, al Teatro “Vittorio Emanuele”, è stato presentato lo spettacolo “Amori e sapori nelle cucine del Gattopardo” su testo di Roberto Cavosi da un’idea di Simona Celi. La regia è stata curata da Nadia Baldi.

La produzione dello spettacolo è dello stesso Teatro “Vittorio Emanuele” e del Teatro Stabile “La Contrada” di Trieste.

Sulla scena teatrale appaiono le cucine “moderniste” di un palazzo aristocratico palermitano dell’Ottocento nel quale, ai piani superiori, diciamo al piano nobile, si svolge il famoso ballo, con relativa cena, immortalato da Luchino Visconti nel suo capolavoro cinematografico.

Ovviamente non vediamo ma immaginiamo il ballo di palazzo Ponteleone con la presenza del principe don Fabrizio, Angelica, Tancredi, don Calogero Sedara nuovo arrivato e tutta la nobiltà palermitana e i tanti ufficiali del nuovo esercito sabaudo.

Nelle cucine , cuochi e addetti ai lavori on fanno altro che correre impegnati a cucinare i manicaretti della cucina palermitana , nobile e popolare ad un tempo.

Il palcoscenico diventa quindi una cucina perché lo spettacolo ha l’ambizione di scoprire la Sicilia del Gattopardo proprio a partite dalle cucine.

La cucina, con il suo chiacchiericcio, potrebbe essere un interessante punto di osservazione, una specie di torre di avvistamento .

Gli odori delle cucine di palazzo Ponteleone riescono ad arrivare in platea , tra il pubblico , con la citazione di alcune pietanze della cucina palermitana e della Sicilia occidentale ( come molti sanno o dovrebbero sapere non esiste una sola cucina siciliana , ma esistono le cucine siciliane ). Tra il pubblico arrivano gli odori della pasta con le sarde , del pesce alla matalotta o del dolce profiterol.

 

Nel nostro Paese, da alcuni anni , soprattutto in televisione , imperversano esperti di gastronomia e cuochi ( personalmente sin da bambino la gastronomia mi ha sempre affascinato ) , come , a livello letterario , imperversano “gialli” e giallisti.

Essendo il teatro specchio della vita reale, non poteva mancare uno spettacolo ambientato in cucina e con un pizzico di giallo simile a quel nonnulla di noce moscata che di solito si mette in alcune pietanze.

L’idea di Simona Celi che è diventata spettacolo mi sembra una scelta interessante , ma difficile da portare in scena.

Il testo di Cavosi mi ha lasciato un po’ perplesso e non mi pare che i contenuti essenziali dell’opera di Tomasi di Lampedusa stiano nelle cucine né è possibile indoviduarli a partire da quell’osservatorio.

Il monsù (cuoco francese ) arrivato a dare una mano nelle cucine di palazzo Ponteleone , bene interpretato dal bravo Gianpiero Ingrassia , è portatore di un segreto ( ecco l’irruzione del “giallo” ) che  porta a svilire il personaggio del principe di Salina che viene ridotto ad un “puttaniere” e per giunta truffaldino.

Il pizzico di “giallo” inserito nel mondo gattopardiano mi appare come una artificiosa forzatura poco convincente , anche se la regia e soprattutto attrici e attori hanno fatto di tutto per divertire il pubblico.

Abbastanza bravi Tosca D’Aquino nel ruolo della cuoca Teresa e Ingrassia in quello del Monsù. Abbastanza immedesimati nelle loro parti Giancarlo Ratti nel ruolo di Culicchia e i giovani Tommaso D’Alia che è Carlo , figlio della cuoca , soldato del capitano Tancredi e forse giovane di sangue blu e i due aiutanti di cucina Rossella Pugliese e Francesco Godina.

Con la fine del ballo ai piani alti , vengono spenti i fornelli e tutto si conclude con un lungo applauso del pubblico.