La grande tragedia del matematico Alan Turing
di Francesco Saija -
Dopo il pirandelliano “Caos. O della disobbedienza delle voci“ di Giusi Arimatea, è arrivato, sul palcoscenico del “Vittorio Emanuele“, il secondo spettacolo di prosa del cartellone 2025-2026.
“Enigma“, su testo di Hugh Whitemore (scritto nel 1986) e per la regia di Giovanni Anfuso, porta lo spettatore dentro la breve vita (appena 42 anni) dello scienziato e dell’uomo Alan Turing.
Whitemore fonda il suo lavoro sul libro di Andrew Hodges “Alan Turing. The Enigma“ che è anche arrivato sullo schermo cinematografico con il film del 2014 “The Imitation game“.
Come giustamente viene scritto nelle note di regia, “Il testo di Whitemore non è tuttavia tanto un ritratto biografico quanto una coinvolgente riflessione sulla nostra società“.
E’ proprio vero! Lo spettatore viene condotto quasi per mano sul palcoscenico e, sin dall’inizio, viene direttamente e personalmente coinvolto nella tragedia che, con ritmo molto veloce e al contempo con grande leggerezza, si svolge sulla scena.
La tragica storia del grande matematico inglese può anche essere una storia dell’oggi e può riguardare ciascuno di noi.
Attraverso dei bellissimi e indovinati flashback “teatrali” che somigliano a quelli cinematografici, il regista Anfuso riesce a mostrarci, con grande delicatezza e dolcezza, la passione per la scienza si Alan e il suo grande spirito umanitario in tantissimi atti d’amore.
La società “puritana” e ipocrita dell’Inghilterra del tempo non salva Turing, nonostante la sua grandezza di scienziato. Anzi, lo porta inesorabilmente verso la fine della sua giovane esistenza, verso la morte.
Ma manche la società di oggi non scherza e tante sono le ipocrisie e i perbenismi che quotidianamente constatiamo in quest’ora buia della storia.
Certamente Alan Turing, da grande conoscitore della matematica e da profeta di quella che oggi definiamo intelligenza artificiale, era riuscito a decriptare e quindi a violare i codici segreti usati dai nazisti tedeschi per le loro comunicazioni durante la seconda guerra mondiale, ma queste sue grandi capacità scientifiche non lo salvarono da una società bigotta e ipocrita che detestava gli omosessuali che di regola andavano a finire nelle celle delle patrie galere.
Lo spettacolo prodotto dal Teatro di Messina, dal Teatro Biondo di Palermo e dal Teatro Menotti di Milano, è stato certamente di altissimo livello.
I flashback voluti dall’ottima intuizione registica, riescono a trasportare lo spettatore nella società degli anni ’30, ’40 e ’50 del secolo scorso e ad attualizzare quei tragici momenti.
L’attore Peppino Mazzotta riesce ad interpretare con semplicità e con grandi capacità drammaturgiche, il balbuziente scienziato Alan Turing che vive letteralmente immerso nella scienza matematica e nella sua grande umanità.
Di grande impatto emotivo l’apertura del dramma sul palcoscenico con l’interrogatorio di Alan da parte dell’ufficiale Ron Miller, perché proprio da quel subdolo interrogatorio inquisitorio partono i flashback verso il tempo passato.
Mi piace sottolineare alcuni momenti belli e al contempo drammatici che si svolgono sulla scena: il rapporto amoroso di Alan con la madre mirabilmente interpretata da Liliana Randi, i colloqui con il giovane amante e ladro, il rapporto d’amore non sessuale con la ragazza interpretata dalla bravissima attrice Irene Timpanaro.
Tutti gli attori sono stati bravissimi e un particolare apprezzamento va al nostro Maurizio Marchetti.
Ottima la scenografia di Alessandro Chiti, i costumi di Dora Argento, le musiche di Paolo Daniele e le luci di Antonio Rinaldi.
Il finale tragico non è una favola come quella di Biancaneve e della mela stregata.
Si tratta di una storia vera e della triste realtà di un tipo di società che può esistere anche oggi su vari fronti.
Il grido della madre “Chi l’ha ucciso“, interpella tutti noi. Alan Turing è morto con una mela avvelenata nel cianuro. Chi ha ucciso il grande matematico omosessuale?
La società di ieri ma anche quella di oggi.